Traversata dell’inaccessibile Val de Meso e del Gran Valun per Forcella Ciamin e Forcella Gran Valun

Val de Meso

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EE+ (il + è per il solo impegno fisico nell’attraversamento del Ruoibes de inze).
DURATA: 11 h – DISTANZA: 21,5 km – DSL: 1348 m D+

DATA: 22 agosto 2021

Premesse

Danilo Pianetti titolava il presente itinerario “L’alta dimora degli dei è silenziosa”, pubblicato su Le Alpi Venete nel 1988. Mai definizione simile fu più azzeccata. Come tutte le spedizioni in stile “Windchili”, anche su questa troviamo scarsissime informazioni. Sappiamo che la salita a Forcella Ciamin è un apprezzato itinerario invernale, purtroppo tristemente noto per la valanga che nel 2007 costò la vita a due sci alpinisti. Sappiamo che, là dove molti itinerari descritti in questo blog sono completamente fuori traccia, il presente è “almeno” segnato sulle mappe, anche sulle più recenti, come sentiero difficile (come si vedrà, la mappatura della traccia ha costituito più un problema che un beneficio). Conosciamo, poi, la versione delle guide alpine di San Vigilio di Marebbe e di Cortina, all’estate del 2020. Entrambe non sono mai state in stagione estiva. In particolare, le guide di San Vigilio di Marebbe mi hanno domandato perché, con tutti i posti belli che ci sono in montagna, volevo proprio complicarmi la vita su quell’itinerario… (il titolo di Danilo Pianetti non è sufficiente 😉 ???). Le guide alpine di Cortina, invece, dopo un breve confronto sulle mie capacità, con apprezzabile obiettività, mi avevano suggerito di salire e, al massimo, ritornare sui miei passi se gli ostacoli fossero divenuti insormontabili. Decisamente più drastico era stato l’approccio dei gestori del Rifugio Fodara Vedla che, interpellati di persona sulla possibilità di traversare Forcella Gran Valun e scendere per l’omonimo vallone, avevano bocciato la mia idea, comunicandomi che nessuno transitava più per quel sentiero in quanto l’intera valle era stata brutalmente erosa dai violenti fenomeni meteorologici delle ultime stagioni. Infine, conosciamo la valutazione fornita da Paolo Beltrame, nella sua guida Croda Rossa – 101% Vera Montagna, datata 2008, che descrive dettagliatamente l’itinerario e lo classifica come “E” (sappiamo però che il Beltrame ha un metro di valutazione che, talvolta, non abbiamo condiviso e ci aspettiamo, quindi, che il suo “E” corrisponda a un “EE”!!!). A posteriori, l’itinerario non presenterebbe nel suo complesso particolari difficoltà, se non nella salita da forcella Ciamin a forcella Gran Valun. Il vero immane ostacolo di tale escursione è l’accesso alla Val di Meso, traversando l’invalicabile Ruoibes de Inze; rarissime sono le tracce, profondi e ripidi gli impluvi franosi, impenetrabili le pareti di mughi, alte oltre i tre metri. Per traversare gli 8km del Ruoibes de Inze, abbiamo impiegato addirittura quattro ore!!!

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Lasciata l’auto presso il parcheggio in località S. Uberto, scendiamo a valle in pochi minuti, fino a traversare il ponte sull’Aga de Ciampo de Crósc. Subito dopo il ponte, sulla destra, si inserisce il sentiero n. 418 che conduce al Casón de Antruiles (o Antruilles) (fig. 1).

fig. 1. Il Cason de Antruiles.

Lasciando il Cason de Antruiles sulla sinistra, si procede per pochi metri nel bosco, seguendo la mulattiera, fino ad incontrare il torrente che scende dalla Val de Meso. Ci si tiene sulla destra idrografica del torrente, senza quindi attraversare il ponte, e si comincia la salita costeggiando il torrente, su una vecchia ed incerta traccia che entra nel bosco (fig. 2).

fig. 2 La traccia che entra nel bosco.

Dopo pochi minuti nel bosco, troviamo il primo ostacolo che opera indubbiamente una “selezione naturale” dei pochi escursionisti che scelgono di intraprendere questo itinerario. Il costone è interamente franato, per una larghezza di almeno trenta metri, cancellando il sentiero (fig. 3). Saltiamo dentro alla frana e traversiamo rimontando il bosco senza troppe difficoltà (fig. 4).

fig. 3 La prima frana lungo il costone boschivo di Ruoibes de Inze.
fig. 4 Paolo entra nella frana.

Rimontare nel bosco non è stato molto utile poiché ci ritroviamo davanti una nuova frana che ha cancellato il sentiero (fig. 5). Decidiamo, quindi, di entrare nel greto del torrente e risalirlo per qualche decina di metri (fig. 6 e 7), in attesa di ritrovare il costone boschivo intatto.

fig. 5 La frana ha nuovamente cancellato il sentiero.
fig. 6 Il sottoscritto attraversa il torrentello per l’ennesima volta!
fig. 7 Paolo attraversa il torrente.

Guadagnate, non senza fatica, alcune decine di metri zigzagando sul greto del torrente, identifichiamo un punto in cui la risalita pare favorevole (fig. 8 e 9) e ci inerpichiamo nuovamente nel bosco.

fig. 8 Provando a rimontare il costone franato in cerca di un varco…
fig. 9 Paolo risale il costone franato.

Ancora una frana, tuttavia, spazza l’intero costone. Decidiamo di traversarla (fig. 10 e 11) e scendere nuovamente lungo il greto del torrente, che pare ora più ampio e facilmente percorribile (fig. 12).

fig. 10 Ancora una frana che cancella il sentiero!
fig. 10 Paolo scende con cautela verso il greto del torrente.
fig. 11 Il greto del torrente, ora più ampio, ci permette di risalire la valle più agevolmente.

Risaliamo quindi nuovamente il costone del versante idrografico destro del torrente, là dove la traccia indicata in mappa inizia a curvare leggermente verso SO, in direzione delle pendici della Croda de Antruiles, superando alberi schiantati e smottamenti (fig. 12).

fig. 12 Il punto in cui la freccia rossa entra nel bosco corrisponde a dove la traccia, secondo la cartografia Tabacco, dovrebbe transitare. Non troviamo però alcun minimo segno di passaggio, nemmeno remoto, tale da lasciare ipotizzare che una traccia transitasse nei pressi.

Procediamo nel bosco, controllando regolarmente (quasi maniacalmente) la nostra posizione sul GPS, senza peraltro rinvenire alcun indizio che lasci supporre l’esistenza di una traccia. Inizia ora la parte più difficile dell’itinerario. Attenendosi precisamente alla traccia mostrata sulla carta Tabacco, ci si trova in tratti nei quali il passaggio è assolutamente precluso. Ci troviamo a dover superare intricatissimi muri di pini mughi (fig. 13), senza nemmeno riuscire a calpestare il suolo ma arrampicando come scimmie tra gli elastici e dondolanti rami. Si superano di volta in volta impluvi ghiaiosi più o meno profondi, che rimontano poi in altri impenetrabili boschi di mugo. L’incedere è estremamente faticoso e molto lento. L’umidità dentro i mughi è estenuante.

fig. 13 Il percorso secondo la cartografia Tabacco…
fig. 14 Da un raro punto di osservazione più elevato, vediamo solo… pini mughi.

Siamo stremati e decidiamo di abbandonare il percorso indicato dalla Tabacco. Apro una piccola parentesi di riflessione a riguardo: il fatto che l’edizione aggiornata della carta Tabacco indichi una traccia inesistente e completamente errata è increscioso. L’esistenza di un’indicazione fuorviante dettata da un’autorità di riferimento in materia, quale è la cartografia Tabacco, può inoltre risultare particolarmente pericoloso per l’escursionista che, come noi, vi faccia affidamento. Se l’aggiornamento corretto di una traccia non è, per molteplici ragioni, fattibile, la traccia deve essere cancellata dalla mappa, per consentire all’escursionista di scegliere il percorso migliore in totale autonomia. Ed è quello che abbiamo fatto, scegliendo di salire fino alle pendici rocciose della Croda de Antruiles, dove, fortunatamente e finalmente, abbiamo trovato una debole traccia che conduce alle pareti dello sperone più esterno della Croda del Antruiles (fig. 15 e 16).

fig. 15 Alle pendici della Croda de Antruiles, finalmente fuori dai mughi, troviamo una timida traccia.
fig. 16 Il sottoscritto, sguardo alle pareti della Croda de Antruiles, finalmente soddisfatto di aver trovato un terreno praticabile!

La nuova traccia perde leggermente quota e ci conduce fino ad un impluvio che solca le pendici dello sperone più esterno della Croda de Antruiles (fig. 17 e 18). Entriamo dentro l’impluvio e scendiamo fino all’intersezione con un ulteriore e minore impluvio, in corrispondenza dell’estremità dello sperone. Da qui risaliamo sul versante opposto.

fig. 17 Discesa sul fondo dell’impluvio in corrispondenza dello sperone esterno della Croda de Antruiles.
fig. 18 Nell’intersezione dei due impluvi, in corrispondenza dell’estremità dello sperone della Croda de Antruiles.

Rimontato il sentiero eh… miracolo: troviamo il primo ometto (fig. 19)! Non sappiamo, purtroppo, che l’illusione svanirà a minuti; dopo pochi metri, la traccia è visibilmente sbarrata con delle pietre poste di traverso. Provo a proseguire per comprendere l’entità dell’ostacolo e mi trovo di fronte ad un bel salto di oltre una decina di metri. Siamo quindi costretti ad attraversare il più profondo e ripido solco franoso incontrato fino ad oggi.

fig. 19 Il primo ometto della giornata!

L’attraversamento del profondo canale franoso si rivela tutt’altro che semplice. Per accedere alla frana, siamo dapprima costretti a calarci su ripido terreno roccioso, aggrappandoci ai resistenti e flessibili rami dei pini mughi (per una volta, tornano utili!). Giunti sul terreno franoso, sotto un primo strato detritico grossolano e mobile, il fondo si mostra molto più duro e compatto del previsto, al punto che il tallone non riesce a scavare un gradino sufficiente a garantirci una sicura stabilità in discesa. Scendiamo quindi a quattro zampe o, come dicono i poeti, “di culo”. Se la discesa fino alla base del solco franoso ci ha provato fisicamente, la salita per rimontare il versamento opposto si rivela ancora più impegnativa! Improvviso una salita in traiettoria diagonale là dove il pendio mi sembra meno inclinato e scavo con tutta l’energia che ho nelle gambe dei gradini il più profondi possibile. Il terreno è però su questo versante friabile, poco compatto, e lo scarpone non ha presa sicura. Devo conficcare con quanta più forza ho in corpo i bastoncini nel pendio per riuscire a non franare insieme al terreno che mi cede sotto i piedi (fig. 20). La stessa traiettoria risulta meno fortunata per l’amico Paolo, che rimedia una bella grattata sul braccio 🙁 (fig. 21)

fig. 20 La traiettoria tenuta per traversare il profondo impluvio.
fig. 21 Lo scivolone di Paolo, fortunatamente privo di conseguenze.

Superato anche questo ostacolo, ritroviamo una traccia che però si perde dopo pochi passi nei pini mughi. Avanziamo alla cieca, di pino mugo in pino mugo, spremendo ogni singolo muscolo per mantenere l’equilibrio ed aprirci un varco nell’intrico dei rami. Ogni tanto, una piccola radura erbosa ci permette di respirare e controllare il GPS, che ci pone nuovamente in corrispondenza della traccia segnata sulla carta Tabacco. Traccia, tuttavia, che non vediamo minimamente. Che incredibile beffa! Finalmente, riesco a guadagnare una posizione vantaggiosa che mi permette di osservare al di sopra della linea dei pini mughi. Basta un veloce sguardo per capire che ci siamo quasi! Le ghiaie della Croda Ciamìn sono a poco più di una cinquantina di metri davanti a noi. Entusiasti della scoperta, procediamo con ignorante violenza, senza più cercare il varco più agevole. Avanzo tra i mughi aggrappandomi ai rami come fossero liane e mi lascio accompagnare per inerzia fino alla meta. Mai agognai di più uno spazio aperto!!! Giunti alla lingua più esterna della frana che dolcemente scende dalla Val de Meso superiore, ci spogliamo e ripuliamo degli aghi di pino e dei sassolini negli scarponi! La Val di Meso si staglia ora di fronte a noi, silenziosa, immobile, completamente deserta ed assolutamente inviolata (fig. 22).

fig. 22 La Val de Meso.

Scegliamo di salire tenendoci sul versante idrografico sinistro dello sperone erboso che spacca a metà la Val de Meso, nonostante la carta Tabacco indichi l’esistenza di una traccia sull’opposto versante. Quest’ultimo versante è però visibilmente solcato da frane e il fondo appare tutt’altro che agevole. Guadagnato il cocuzzolo sul lato prescelto, la salita risulta comoda su fondo erboso (fig. 23). Giungiamo sulla sommità di questa amena “isola” al centro della Val de Meso per poi percorrerla nella sua intera lunghezza (fig. 24) e scendere quindi sul versante idrografico destro della vallata, incontrando le ghiaie della Croda de Antruilles.

fig. 23 Salendo al lato del cocuzzolo erboso.
fig. 24 In cresta al cocuzzolo erboso, per poi traversarlo e discendere sul versante idrografico destro della vallata.

Finalmente, il profilo della Forcella Ciamin si staglia davanti a noi. Abituati a salire ripide forcelle ghiaiose, Forcella Ciamin ci stupisce per la sua dolcezza. È una forcella erbosa, molto ampia, di comodo accesso. Accelero quindi il passo, incuriosito da questa insolita meta e, in breve, raggiungo la forcella posta a 2395m (fig. 25). La prima meta è conquistata! Riprendo fiato ed attendo Paolo che, a breve, mi raggiunge in forcella (fig. 26).

fig. 25 Raggiunta la Forcella Ciamin, 2395m.
fig. 26 Paolo arriva in Forcella Ciamin.

Il panorama che si apre di fronte a noi è maestoso. Il versante O della Forcella Ciamin è ripido e franoso, al contrario del versante appena salito. Le lingue franose si esauriscono a poche decine di metri dal Lago Piciodel. Le ripide pareti della Furcia dai Fers contrastano con i morbidi pascoli dell’Alpe di Fanes e raccolgono in un abbraccio il Piz de Sant’Antone, 2655m, alle cui spalle svetta la più alta cima della zona, il Sasso delle Nove, 2968m (fig. 27). Alle nostre spalle, guardiamo la Val de Meso, superata con grande dispendio di energie. Una valle conchiusa tra la Croda Ciamin, a N, e la Croda de Antruilles, a S, le cui rispettive ghiaie ormai si mescolano sul fondo della Val di Meso, pioggia dopo pioggia (fig. 28). Per tutta la Val de Meso, fatta eccezione per due ometti, non abbiamo rinvenuto alcuna traccia di passaggio umano, sia essa un’impronta ovvero il segno a terra di un sentiero.

fig. 27 Il panorama mozzafiato che si apre ad O da Forcella Ciamin.
fig. 28 La Val de Meso: a sinistra (N) la Croda Ciamin e a destra (S) la Croda de Antruilles.

In forcella tira un certo venticello fresco e decido di muovermi subito perché mi sento raffreddare rapidamente. Ora viene la parte “difficile”. E si vede fin dalla base. La salita a Forcella Gran Valun appare moderatamente ripida. Non trovando una traccia, devo ancora una volta aprire la via a istinto. Inizio a salire mantenendo una traiettoria diagonale che punta ad un varco tra la parete del Monte Ciamin ed un affioramento roccioso all’imbocco del canalone tra il Monte Ciamin stesso e la Croda Ciamin. A metà via, peraltro, mi rendo conto che la pendenza è troppo sostenuta ed il terreno troppo cedevole per mantenere il traverso previsto. Sono quindi costretto e ripiegare fino alla base dello sperone del Monte Ciamin, dove si intravedono delle zolle erbose che dovrebbero garantire un migliore appiglio (fig. 29).

fig. 29 La traiettoria poi tenuta per guadagnare l’imbocco del canalone.

L’inizio del canalone è ancora più ripido e sono costretto a salire il canalone sulla sinistra, a ridosso della parte del Monte Ciamin, aiutandomi con le mani sui generosi appigli coperti di detriti. Nel mentre, Paolo sta attaccando la salita alla base del ghiaione (fig. 30).

fig. 30 Paolo alla base del ghiaione attacca la salita a Forcella Gran Valun.

L’incedere si rivela particolarmente faticoso, almeno fino al raggiungimento di una modesta conca poco prima della forcella, che spezza la pendenza della salita. Da lì, in pochi metri, si giunge in Forcella Gran Valun, 2523m (fig. 31). Nuovamente, nessuna traccia di passaggio umano. A monte della forcella, chissà quanto tempo fa, qualcuno aveva improvvisato una croce con del fil di ferro e dei pezzi di legno. Ora giace mezza smontata a terra. Mentre aspetto Paolo, mi diletto a rimodellare la croce conficcandola entro una piramide di sassi.

fig. 31 Forcella Gran Valun, 2523m. In primo piano, la cima di Monte Ciamin, 2610m. Sullo sfondo, la Croda de Antruilles.

Il panorama è ancora più maestoso di quello goduto da Forcella Ciamin. Il Gran Valun è, effettivamente, grande, immenso, racchiuso a O dal Banch Dal Sé e a E dallo sperone N della Croda Ciamin. Finalmente possiamo goderci la tappa più sudata ed agognata (fig. 32)!

fig. 32 Giunti entrambi in Forcella Gran Valun!

La discesa avviene per via abbastanza evidente, sulla sinistra, tenendo come punto di riferimento la forcella Banch Dal Sé. Anche su questo versante, nessuna traccia di passaggio umano. Riusciamo però a interpretare preventivamente il tipo di fondo grazie alle impronte dei camosci che ci hanno preceduto: dapprima troviamo un fondo divertente, quasi sabbioso, che poi vira presto in un fondo compatto ed infido (fig. 33). Superata una prima parte in moderata pendenza, la discesa diventa via via più agevole (fig. 34 e 35).

fig. 33 Mentre inizio la discesa da Forcella Gran Valun.
fig. 34 Lasciamo alle spalle la parte più insidiosa della discesa.
fig. 35 Ormai il piano ha perso di pendenza e si procede senza problemi.

A questo punto, si costeggia la propaggine rocciosa sulla destra, che ci conduce, su ghiaino sempre più fine e divertente, nel bel mezzo del Gran Valun. Ora la discesa è appagante, l’ambiente maestoso e solitario (fig. 36, 37, 38 e 39).

fig. 36 L’inizio del divertente ghiaione.
fig. 37 Costeggiando gli ultimi metri dello sperone roccioso che si inserisce nel Gran Valun.
fig. 38 La discesa nel ghiaione del Gran Valun
fig. 39 Il Banch Dal Sé

Ormai al centro del Gran Valun, diventiamo puntini nel grandioso anfiteatro che ci circonda (fig. 40). Miriamo alla zolla erbosa alle pendici della valle, dalla quale dovremo tenere la destra per evitare l’imponente salto di roccia che nasconde il vuoto (fig. 41). Qui troviamo, dopo ore ed ore, i primi segni di passaggio umano: ometti, resti arrugginiti di scatolette, un sentiero.

fig. 40 Prossimi al termine del Gran Valun.
fig. 41 Il Gran Valun, dalle sue pendici.

Ci teniamo il più possibile vicino alle pareti dello sperone N della Croda Ciamin e, traversando alcuni impluvi ghiaiosi che hanno cancellato il sentiero, giungiamo ad una radura prativa che ospita due sorgenti (fig. 42). Da questo ameno spazio verde, deviamo verso N, a sinistra, seguendo per qualche decina di metri il corso del ruscello.

fig. 42 Il sentiero che conduce, tra i vari smottamenti, alla radura dove troviamo le sorgenti.

Ormai il rifugio Fodara Vedla è in vista. In una ventina di minuti lo raggiungiamo, talvolta perdendo la traccia, senza peraltro mai trovare difficoltà di sorta. Al rifugio ci rifocilliamo a dovere e siamo pronti per una lunga discesa fino a Malga Ra Stua, su comoda mulattiera, e, successivamente, fino al parcheggio di S. Uberto, lungo l’ormai deserta strada asfaltata (sono le 19.30!!!) (fig. 43 e 44).

fig. 43 Il lago di Rudo, nei pressi del rifugio Fodara Vedla.
fig. 44 La tipica cascata dell’Aga de Ciampo de Crosc.

Un itinerario epico ed emozionante, alla portata dell’escursionista che abbia una certa flessibilità mentale, una buona dose di forza di volontà e dimestichezza con l’improvvisazione. Per ulteriori approfondimenti e punti di vista, vi rimando con piacere alla relazione scritta dall’amico Paolo. A seguire, inoltre, il bellissimo video del giro montato da Paolo, che ringrazio per il gran lavoro svolto!

Traversata di Forcella Michele ed esplorazione del ghiacciaio di Popéna (… con ricognizione finale del ghiacciaio del Cristallo)

ghiacciaio di Popena

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EEA – TRAVERSO FORCELLA MICHELE: II-III grado; SALTO DI ROCCIA VAL FONDA: II grado
DURATA: 8.30 h – DISTANZA: 19 km – DSL: 1100m D+

PREMESSE

Nell’agosto del 2020, ho iniziato con l’amico Paolo l’esplorazione della Val Fonda, che particolarmente si presta ad innumerevoli interpretazioni alpinistiche in stile “Windchili”. Traversato l’anno scorso il ghiacciaio del Cristallo, e l’omonimo passo (chi volesse può curiosare qui), decidiamo quest’anno di traversare Forcella Michele (2591m), che separa la dorsale del Popena dal massiccio del Cristallino, ed esplorare poi il ghiacciaio di Popena, comunemente considerato “estinto”. L’attraversamento estivo di Forcella Michele, con calata nella conca glaciale sottostante, non trova precedente alcuno online, fatta eccezione per qualche scarna descrizione di salite invernali con sci d’alpinismo. La guida Camillo Berti del 1991 riporta che il canalone è percorribile “ma escursionisticamente difficile ed assolutamente sconsigliabile in presenza di neve dura o ghiaccio, senza adeguata attrezzatura (ramponi, piccozza e corda)” (C. Berti, Dolomiti della Val del Boite, Nuove edizioni Dolomiti, p. 195). La cartografia non indica alcuna traccia. Solo sulla carta Kompass edizione 2003, è indicata una traccia che dalla Val Fonda conduce alla dorsale del Popena. Non, tuttavia, a Forcella Michele. Le immagini satellitari, invece, permettono di apprezzare l’esistenza di un traccia che dalla Val Fonda sale alla conca del ghiacciaio di Popena, dirigendo apparentemente a Forcella Michele o Forcella Cristallino. Tale vecchia traccia, tuttavia, risulta improvvisamente interrotta essendo stata sommersa dalle colate di ghiaie scese dalle pareti sovrastanti. Sulla base di simili presupposti, non possiamo esimerci dal tentare questa nuova ed inedita traversata estiva. Lo stesso vale per l’esplorazione del ghiacciaio di Popena. Trovandosi nascosto alla vista dei rari escursionisti che si cimentano nella traversata del ghiacciaio del Cristallo (e soprattutto non conducendo da nessuna parte), resta una meta assolutamente remota e di scarso interesse escursionistico. Coglieremo inoltre l’occasione per fare una capatina anche al ghiacciaio del Cristallo, al fine di verificarne lo stato e confrontarlo con quanto esplorato l’estate scorsa. In ultima, proveremo a cercare quella via alternativa che ci viene suggerita per superare il salto di roccia che conduce nella parte inferiore della Val Fonda, evitando di entrare nella gola dove scorre la cascatella. In occasione di questa uscita, per dare maggiore forza e sicurezza alla “spedizione esplorativa”, si è unito a noi, accettando con entusiasmo la sfida, anche Giacomo, guida alpina di Cortina!

DESCRIZIONE DELL’ITINERARIO

Parcheggiata l’auto presso il Ponte Val Popena Alta, 1658m, imbocchiamo il sentiero 222 che, costeggiando il Rio Popena, risale gradualmente la Val Popena Alta. Al momento, presso il Ponte Val Popena Alta, un cartello comunica che il sentiero 222 è chiuso al transito. È probabile che tale indicazione trovi ragione in un leggero smottamento del costone sul versante orografico sinistro del Rio Popena, che ha cancellato il sentiero, a pochi minuti dall’imbocco del medesimo. Si procede comunque agevolmente, senza particolare difficoltà e pericolo, sulla stabile ghiaia della frana, per pochi metri, sino a riguadagnare l’evidente traccia del sentiero. Il sentiero continua ora dentro il greto ghiaioso del Rio Popena (fig. 1) fino a rimontare in leggera salita sul versante orografico sinistro, staccandosi così dal torrente.

fig. 1 Il sentiero procede dentro le ghiaie del Rio Popéna.

Qui la deviazione non è evidente, tant’è che ci siamo trovati in un’amena radura prativa, circa una cinquantina di metri oltre il bivio (fig. 2).

fig. 2 Il sentiero 222 è più a O, sulla destra.

Ritrovato il sentiero, prendendo gradualmente quota, si apre un magnifico panorama sulla Val Popena Alta (fig. 3) e, di lì a breve, si arriva all’innesto del sentiero 222a, che inizia la risalita in direzione O.

fig. 3 La Val Popena Alta, sormontata dal Corno d’Angolo e dai Campanili di Popena.

Si giunge quindi ad un bivio, dove una freccia sull’erba allestita con dei sassi ci indica di tenere la sinistra, procedendo sul sentiero più basso (fig. 4). Mantenendo sulla sinistra il Campanile di Val Popena Alta, il sentiero 222a conduce, risalendo con ampi tornanti (fig. 5), alla Val de le Barache, valle adibita durante la prima guerra mondiale a postazione di baracche e teleferiche che salivano alla sovrastante Forcella Michele, meta della nostra odierna salita (fig. 6 e 7).

fig. 4 Alla biforcazione, tenere la sinistra.
fig. 5 Le Pale di Misurina e la Val Popéna Alta.
fig. 6 La Val de le Barache. Sul profilo di cresta della dorsale di Popena, a sinistra, si distingue l’intaglio di separazione dal monte Cristallino, più a destra. In corrispondenza di tale intaglio v’è Forcella Michele.
fig. 7 La Val de le Barache, sovrastata dai Campanili di Popena.

Giunti ai piedi delle pareti del Cristallino, si trova una recentissima via ferrata che consente di evitare la salita all’interno del canalone detritico (salita precedentemente utilizzata per guadagnare quota). La ferrata si rivela estremamente piacevole, con semplici passaggi aerei sempre però su roccia ben solida e pulita, senza mai trovarci in esposizione (fig. 8, 9, 9a, 9b).

fig. 8 I primi metri della ferrata sul sentiero 222a.
fig. 9
fig. 9a
fig. 9b

Terminata la via ferrata, si traversa uno stabile ponte di legno nei pressi di un enorme chiodo di ferro utilizzato probabilmente durante la prima guerra mondiale per l’assicurazione e le calate di materiale (fig. 10). Si sale quindi a zig zag tra piccole cenge franose e canali detritici, sempre comunque senza alcuna esposizione, sino a giungere, intorno a quota 2630m, presso i resti di alcuni baraccamenti tra tronchi di larice, chiodi e filo spinato (fig. 11 e 12).

fig. 10 Paolo appeso al chiodone infisso in parete.
fig. 11
fig. 12 Ultimi metri prima del baraccamento demolito. Forcella Michele è circa una quarantina di metri più a valle.

Dopo una breve pausa ristoratrice iniziamo la discesa verso Forcella Michele, avvalendoci di comode tracce e transitando nei pressi di due caverne scavate nella roccia durante le prima guerra mondiale. Forcella Michele è ora in vista. Per raggiungerla è necessario effettuare un breve traverso diagonale su terreno friabile (fig. 13) ed eccoci in forcella, a 2591m (fig. 14).

fig. 13 Il breve traverso in diagonale verso Forcella Michele.
fig. 14 In sella a Forcella Michele! Lo sguardo è volto alla parete terminale della dorsale del Popena.

Ora inizia la parte più difficile 🙂 nonché l’incognita principale della nostra esplorazione. L’aspetto positivo è che il canalone che scende verso NO dalla Forcelle Michele non mostra una pendenza particolarmente sostenuta. Di contro, il terreno si rileva piuttosto insidioso, marcio e frammisto di grosse rocce franate dai ripidi pendii sovrastanti (fig. 15, 16, 16a). Non è quindi possibile ipotizzare una spensierata e fluida discesa su ghiaione… anche perché dopo una ventina di metri inizia la neve, che copre ancora tutto il canalone fino alla sua base! Procediamo, quindi, con particolare cautela, senza peraltro indossare i ramponi, visto che la neve non è poi così compatta (fig. 17 e 17a). Nel mentre, veniamo avvolti dalla nuvola ed inizia a piovere! L’ambiente è severo; sulle pareti del Cristallino scorgiamo postazioni di guerra e, nei primi metri di discesa, il ghiaione ci svela un caricatore di fucile, una pallottola e filo spinato in abbondanza.

fig. 15 Il canalone che scende a NO di Forcella Michele.
fig. 16 I primi metri di discesa da Forcella Michele verso NO, su terreno infido e cedevole.
fig. 16a
fig. 17 Scendendo nel canalone NO da Forcella Michele, sul nevaio.
fig. 17a

Ed ecco il primo ostacolo! Là dove la gola si restringe, la neve alla base si è sciolta, erosa dalle acque piovane convogliate dalle sovrastanti pareti. Ciò ha comportato che si sia venuto a creare un ben poco affidabile ponte di neve, con sotto un bel buco di oltre due metri. Giacomo scende in perlustrazione sotto il ponte di neve, per cercare un possibile passaggio, ma il salto diventa ancora più profondo e ci andremmo a complicare ulteriormente la vita (fig. 18). Non ci resta che scegliere la via più ripida e predisporre un ancoraggio per calarci per circa cinque metri al di là di un enorme masso squadrato (fig. 19). Osservandone le forme ben squadrate, suppongo trattasi verosimilmente di un masso franato da una delle sovrastanti cime che è rotolato fino ad incastrarsi nella gola. Sarei propenso a scommettere che Camillo Berti non ha rinvenuto tale “occlusione”, con conseguente salto a valle, nelle ricognizioni svolte negli anni ’80, altrimenti avrebbe classificato la via come non escursionisticamente percorribile.

fig. 18 Giacomo perlustra una possibile via sotto il ponte di neve.
fig. 19 L’ancoraggio intorno al masso prima del salto di roccia.

Iniziamo quindi la calata. Apre il sottoscritto che, piuttosto che calarsi, si cimenta in un traverso lungo la parete marcia, pulendo detriti e ricavando appigli apparentemente affidabili (fig. 20). Segue Paolo e chiude Giacomo calandosi in corda doppia (fig. 21 e 22).

fig. 20 Aprendo il traverso per superare il salto di roccia.
fig. 21 Paolo percorre il traverso diagonale.
fig. 22 La calata in corda doppia di Giacomo.

Superato il salto di roccia, la discesa non presenta ulteriori ostacoli e si svolge agevole sino all’intersezione del canalone che scende da Forcella Cristallino (fig. 23 e 24), dove deviamo con decisione a destra, verso S, così tenendoci a ridosso delle pareti della dorsale del Popena, uscendo dal canalone innevato.

fig. 23 La discesa lungo il canalone innevato.
fig. 24 All’uscita del canalone, nei pressi dell’intersezione con il canalone proveniente da Forcella Cristallino.
fig. 25 Abbandonando il nevaio e dirigendosi a ridosso delle pareti del Popena.

Decidiamo di prendere come punto di riferimento una curiosa “porta” (fig. 26) che conduce ad un comodo e breve ghiaione (fig. 27), dal quale poi traversiamo un nevaio e, con facile discesa, approdiamo sull’antico terreno morenico del ghiacciaio di Popena.

fig. 26 Il caratteristico passaggio prima del ghiaione.
fig. 27 Paolo si cimenta della discesa del ghiaione.
fig. 28 L’arrivo sulla morena del ghiacciaio di Popena. In alto a sinistra, in rosso, il percorso seguito per scendere sulle morene del ghiacciaio provenendo dal canale NO di Forcella Michele.

IL GHIACCIAIO DI POPENA

Scriveva W. Eckerth nel 1886, esplorando il gruppo del Cristallo in compagnia della guida Michel Innerkofler: “il ghiacciaio di Popena si trova ai piedi delle pareti Nord-occidentali della dorsale del Popena e si estende da una quota di 2600m fino a meno di 2500m. A seconda della stagione appare coperto di neve o da uno strato di ghiaia e può facilmente esser preso per un semplice circo di ghiaie e neve” (W. Eckerth,  Il gruppo del Monte Cristallo, 1891, Ed. Cooperativa di Coortina, 1989, p. 163). Ulteriormente Eckerth sottolineava che “il ghiacciaio di Popena è tanto nascosto quanto impervio e quindi non deve far meraviglia che la sua esistenza sia quasi sconosciuta” (W. Eckerth, Id., p. 133). Effettivamente, salendo per la Val Fonda, non è possibile avere visione della conca glaciale superiore conchiusa ai piedi delle pareti N – NO del monte Popena. Sarà forse questo il motivo per cui, dagli anni ’30 agli anni ’60, i glaciologi non hanno rivolto approfondite attenzioni al ghiacciaio di Popena. Le ultime significative osservazioni prima di questo “vuoto” temporale, furono svolte dal glaciologo Celli, il quale, nell’agosto del 1933, rilevava che “la fronte glaciale arriva col suo lobo più avanzato, coperto da detriti, alla quota 2370 circa, presso un grosso masso (…)”. (Bollettino del Comitato Glaciologico Italiano, vol. 14, 1934). Bisogna poi aspettare i primi anni ’60, per apprezzare una nuova e significativa manifestazione di interesse verso tale apparato glaciale. In particolare, con riferimento agli anni 1960-61, il glaciologo Piera Nicoli osservava che il ghiaccio di Popena era “in regresso”, con una superficie di 19 ettari ed un “innevamento frontale scarso” (Bollettino del Comitato Glaciologico Italiano, 1962). A distanza di venticinque anni, nell’agosto del 1986, il glaciologo Perini approfondiva ulteriormente il tenore delle osservazioni e rilevava che “la crepacciatura è evidente solo sulla sinistra, a quota 2530, dove il ghiaccio aggira uno spuntone roccioso. La zona frontale è sempre sommersa da detriti morenici, che lasciano solo in parte intravvedere il ghiaccio.” Riscontrava, inoltre, un “leggero ritiro frontale, anche se tutto l’apparato glaciale sembra stabile; non si notano archetti morenici frontali.” (Geografia Fisica e Dinamica Quaternaria, vol. 10, 1987). Nell’agosto dell’anno successivo, il Perini registrava quanto segue: “un leggero rigonfiamento evidenzia, quest’anno, nettamente la fronte; corpi di ghiaccio morto, staccatisi presumibilmente di recente, sono presenti nella parte destra frontale. I crepacci sono sempre ben evidenti sulla sinistra orografica, nella parte alta, alcuni profondi 8-9 metri”. (GFDQ, vol. 11, 1988). Pochi anni dopo, nell’estate del 1991, il Perini osservava che “la situazione di questa ghiacciaio è di una certa stabilità, dovuta anche al riparo esercitato dalle alte pareti del Piz Popena.” (GFDQ, vol. 15, 1992) e, nell’agosto del 1993, “sempre più massiccia la copertura detritica che maschera la zona frontale; al di sopra del grande accumulo morenico situato poco a monte, invece, il ghiaccio è abbastanza pulito”. 

fig. 29 Il ghiacciaio di Popena, fotografato dal glaciologo Perini nel 1994.

Successivamente, nell’agosto del 1995, Perini rilevava che “è in aumento il detrito galleggiante; vistose sono alcune bedieres, con cospicua acqua di scorrimento. A monte del grande cono si è formato un laghetto di sbarramento morenico di 70-80 mq, su cui si immerge anche il ghiaccio.” (GFDQ, vol. 19, 1996). Nell’agosto del 1996, il glaciologo constatava la diminuzione dello spessore del ghiacciaio, rilevando che “dal confronto fotografico con foto di 15 anni fa, impressionante è ora la notevole riduzione di spessore del ghiaccio, che è di parecchi metri.” (GFDQ, vol. 20, 1997). Con la fine degli anni ’90, le misurazioni del ghiacciaio da parte dei glaciologi venivano interrotte, come anticipava il Perini in sede di visita nell’agosto del 1997: “il detrito galleggiante ricopre ormai gran parte della superficie glaciale e una profonda bédière incide il ghiaccio dal settore centrale sino a quasi allla fronte. (…) Se la situazione di copertura detritica e di infossamento del corpo glaciale si accentueranno nei prossimi anni, sempre più difficilmente si potranno eseguire dei controlli significativi.”(GFDQ, vol. 21, 1998).

fig. 30 Effettivamente, alla vista, la foto aerea del 2007 non mostra alcuna traccia del ghiacciaio di Popéna, probabilmente interamente coperto dalle ghiaie (foto Regione Veneto-ARPAV, 2007).

Veniamo quindi alle osservazioni svolte in sede di sopralluogo, in data 18 luglio 2021. Avvicinandoci alla presunta fronte del ghiacciaio di Popena, rileviamo, innanzitutto, un considerevole arretramento della fronte rispetto alle misurazioni svolte nel 1933. In particolare, abbiamo identificato quel “grosso masso” individuato dal glaciologo Celli quale limite della fronte… masso che, sicuramente, non si è mosso di un centimetro in novant’anni! Si è invece sicuramente mossa la fronte del ghiacciaio di Popena, che risulta drasticamente arretrata. Difficile stabilire a che quota sia la fronte, considerato l’importante innevamento residuo e l’abbondante copertura di detrito. In merito, si segnala una recente e significativa frana dalle pareti del Popena, che ricopre la neve dell’ultima stagione invernale. (fig. 31).

fig. 31 La foto è scattata a quota 2370m, dal “grosso masso” individuato dal glaciologo Celli quale fronte del ghiacciaio di Popena nel 1933.

Si rileva, inoltre, l’estinzione del laghetto di sbarramento morenico riscontrato dal glaciologo Perini nell’agosto del 1995. Lo stesso laghetto, veniva ancora riportato nella carta Tabacco, edizione 2017. Non è invece più rilevato nelle ultime edizioni. Ritengo di poterne individuare la collocazione corretta, a quota 2300m circa, dove sorge una modesta depressione colma di neve velata di detrito finissimo. È probabile che, in occasione di importanti precipitazioni, questo avvallamento raccolga le acque di confluenza dell’intera conca glaciale del ghiacciaio di Popena (fig. 32). Inoltre, transitando presso i margini del laghetto estinto, si ode nitidamente il gorgoglio delle acque di fusione del ghiacciaio di Popena, che scorrono sotto la neve e si perdono nelle rocce per poi riemergere in Val Fonda. In questo avvallamento, dovrebbe anche confluire un ruscelletto che sorge intorno ai 2600m, sulle pareti poco sottoPunta Michele. Di sicuro, tuttavia, è scomparso il ghiaccio che si immergeva nel laghetto, come da rilevazione del glaciologo Perini nell’estate del 1994.

fig. 32 Là, dove fino a pochi anni fa sorgeva il laghetto di sbarramento morenico…

Considerato lo stato di persistente innevamento residuo, risulta impossibile svolgere ulteriori osservazioni sullo stato del ghiacciaio di Popena. Ciò che si può ipotizzare, anche sulla scorta delle osservazioni svolte dai glaciologi fino agli anni ’90, è che il ghiacciaio di Popena sia tutt’altro che estinto. Se è indubitabile, infatti, che lo spessore del ghiaccio sia drasticamente diminuito negli anni, comportando una significativa regressione della fronte, è altrettanto vero che le continue scariche dalle pareti circostanti hanno agito quale copertura della superficie glaciale. È infatti verosimile che il ghiacciaio di Popena sia ormai rivestito da un’alternanza di strati di detriti franosi, sui quali si deposita la neve stagionale, che a sua volta è stata coperta da detriti franosi nelle stagioni calde, per poi essere nuovamente sommersi dalla neve invernale, e così via. Non potendo svolgere ulteriori osservazioni, decidiamo, muovendo dal crinale più esterno della morena (fig. 33), di aggirare lo sperone di Popena, il più strettamente possibile (fig. 34), e recarci presso la fronte del ghiacciaio del Cristallo, per valutarne lo stato.

fig. 33 Sul margine più esterno della morena del ghiacciaio di Popena.
fig. 34 La traiettoria tenuta per scendere il più possibile a ridosso dello sperone di Popena.

Dopo una faticosa risalita dei ripidi e antichi depositi morenici del ghiacciaio del Cristallo, giungiamo finalmente ai suoi piedi (fig. 35). Come per il ghiacciaio di Popena, siamo impossibilitati dallo svolgere le opportune osservazioni sullo stato del ghiacciaio del Cristallo, a causa del persistente innevamento residuo. Per mera curiosità, si osservi il confronto tra l’attuale innevamento, in data 19 luglio 2021, e la situazione riscontrata nell’agosto 2020 (fig. 36). La speranza è che le considerevoli precipitazioni nevose registrate nella stagione invernale 2021 siano tali da aver contribuito a preservare quanto è rimasto dei ghiacciai dolomitici (se non, addirittura, ad incrementarne leggermente la massa!).

fig. 35 il ghiacciaio del Cristallo.
fig. 36 Il ghiacciaio del Cristallo nell’agosto 2020.

IL SUPERAMENTO DEL GRADONE ROCCIOSO DELLA VAL FONDA

A questo punto, non ci resta che proseguire per l’ultimo obiettivo: trovare quell’antico sentiero (attrezzato?) che permette di superare il salto di roccia della Val Fonda, senza entrare nella gola con la cascata. Camillo Berti scrive che “il passaggio si trova sulla sinistra idrografica ed è caratterizzato da un vecchio piolo di ferro contorto” (C. Berti, Id.). Fabio Cammelli, nella guida “Dolomiti – Monte Cristallo”, scrive che un tempo “i salti di roccia sotto il circo glaciale superiore della Val Fonda venivano superati salendo a lato delle cascate con le quali l’acqua di fusione del ghiacciaio precipitava verso valle: si trattava di una breve ma non facile arrampicata su rocce sovente ricoperte da un sottile strato di ghiaccio“. Aggiunge Cammelli che nella primavera del 1885, il CAI Alpino Austro Tedesco “fece sistemare un buon sentiero che dai pressi dell’imboccatura della Val Fonda s’innalzava lungo il fianco sinistro della valle (destra orografica) per poi proseguire a mezzacosta tenendosi alto sopra l’alveo del torrente. Giunti sotto il gradone roccioso (…), il sentiero si portava sull’opposta sponda grazie a una passerella formata da due tronchi, per poi salire alla base del salto roccioso soprastante, che a sua volta veniva superato grazie all’aiuto di una scala a pioli incastrata ad arte nella roccia.” (F. Cammelli, Dolomiti – Monte Cristallo, 101% Vera Montagna, Ed. Paolo Beltrame, 2010, p. 92). Prima dell’allestimento di simile struttura, nel 1862, Paul Grohmann scriveva: “per arrivare al passo (ndr: del Cristallo) bisogna attraversare il ghiacciaio, il cui accesso è all’estremità della Val Fonda lungo l’acqua che proviene dai nevai. Un tempo questo accesso era abbastanza curioso perché occorreva passare carponi attraverso un foro sotto la roccia; ma adesso, a quanto mi è stato detto, il foro è crollato e non esiste più“. Quanto sopra è confermato dallo stesso Eckerth, che nel 1891 scriveva: “Questi salti si superano con l’aiuto di una scala a pioli di legno incastrata con arte nella roccia. Prima che la scala fosse costituita, i salti di roccia si superavano salendo a lato delle cascatelle, un’arrampicata di più di un quarto d’ora a breve distanza dall’acqua spumeggiante, il che, nelle mattinate fredde, non era tra le cose più gradevoli“. Ciò premesso, Cammelli scrive che (perlomeno fino al 2010) “presso l’imboccatura di un largo e ripido canale, si scorgono tre tronchi di legno posizionati orizzontalmente su piani sovrapposti (…). Il primo tronco di legno è situato circa tre metri più in alto rispetto alla base del canale: lo si raggiunge risalendo un corto ma ripido salto di rocce friabili (talora bagnate; I e II grado). Oltrepassato un secondo tronco, posto poco sopra il primo, si sale più facilmente sino a portarsi all’altezza di un terzo tronco incastrato: da qui non si prosegue più all’interno del canale bensì si continua a sinistra, verso l’esterno, per poi rientrare nella spaccatura lungo una breve e comoda cengetta rocciosa, che corre obliquamente da sinistra verso destra. Seguono due corti gradoni un po’ più ripidi e impegnativi (ma sempre ben appigliati; I e II grado; alcuni spit su cui eventualmente far sicurezza) che consentono di uscire dal canale e di raggiungere, alla propria sinistra, un piccolo pulpito roccioso. In breve, grazie anche all’aiuto di alcuni vecchi fittoni metallici, si superano le soprastanti facili roccette e si perviene al bordo superiore del gradone roccioso di sbarramento della Val Fonda (…)” (F. Cammelli, Id. p. 198). Noi, nell’estate del 2020, non abbiamo trovato alla base del gradone roccioso alcuna traccia del presunto sentiero attrezzato, così come descritto dai sopra menzionati autori, né tantomeno alcuna evidenza dei tronchi citati dal Cammelli. Provenendo dalla conca glaciale superiore della Val Fonda, invece, riscontriamo effettivamente l’esistenza di una traccia di sentiero e qualche ometto, una ventina di metri a sinistra dell’intaglio con la cascata. La traccia interseca presto un non insignificante canale di sfogo di acqua e ghiaia che, nel tempo, hanno completamente eroso il margine superiore del salto di roccia, il quale appare come roccia viva levigata e coperta di detrito (fig. 37).

fig. 37 Le due possibili soluzioni per superare il salto di roccia.

Si superano un paio di gradoni e ci si trova sullo strapiombo. Da qui, in discesa verticale, si distinguono subito i tre/quattro grossi e vetusti fittoni con anello citati da Fabio Cammelli (un paio abbastanza mobili), entro i quali verosimilmente era assicurata una corda nei tempi che furono (forse installati proprio dal CAI Alpino Austro-Tedesco nell’intervento del 1885) (fig. 38). Organizziamo quindi una prima calata verticale, che ci permette di superare i due primi salti di roccia (fig. 39).

fig. 38 I chiodi della prima guerra mondiale.
fig. 39 Paolo nella prima calata.

Completata la prima calata, si apre sotto di noi il profondo canale che fende la roccia in diagonale, entro cui, tuttavia, non rinveniamo alcuna traccia dei famosi tronchi descritti da Cammelli nella sua guida. Svolgiamo quindi la seconda calata. L’arrampicata si rivela abbastanza difficile poiché ogni appiglio trasuda acqua e si stacca. Tanto vale calarci di peso, anche per agevolare Giacomo che ci sta facendo sicura presso la sosta allestita sull’ultimo gradone di roccia prima dello strapiombo. Scendo io, poi Paolo (fig. 40) ed infine Giacomo (fig. 41).

fig. 40 Paolo si appresta ad iniziare l’ultima calata.
fig. 41 Giacomo si cala in corda doppia.

A posteriori, resto nel dubbio se sia più conveniente percorrere la via appena svolta oppure la gola con la cascata, come fatto l’anno precedente in agosto. Probabilmente, in salita sceglierei la traccia odierna mentre in discesa ritengo più comodo e diretto scendere per la cascata, calandosi in doppia assicurati al robusto anello infisso nella roccia poco dopo l’ingresso nella gola. Da segnalare, inoltre, l’assenza di ometti o altro tipo di segnalazione volto a indicare l’imbocco del canale di risalita; o lo si conosce, oppure non lo si trova. Ad ogni modo, il salto della Val Fonda resta un ostacolo da affrontare sempre con le dovute cautele, poiché la roccia marcia ed il terreno bagnato riservano sempre qualche imprevisto. Ciò detto, abbandonata la frana ai piedi del salto roccioso, si ritrova il sentiero che traversa l’intera Val Fonda (fig. 42, 42a e 43).

fig. 42 Usciti dal canale nel gradone roccioso.
fig. 42a La via seguita per calarci dal salto roccioso.
fig. 43 La Val Fonda e, in fondo, il Lago di Landro.

Inizia ora una lunga discesa, camminando su terreno sempre instabile, lasciando alle spalle la cascata della Val Fonda (fig. 44) e guadando di volta in volta i vari rami del rio, scegliendo la strada che sembra più diretta e con il fondo di sassi meno grossi :-). Si procede fino a che, in corrispondenza del restringimento della gola della Val Fonda, si trova una vecchia traccia, che risale leggermente il costone tra frane e pini mughi, sul versante orografico destro del rio. Trattasi del già menzionato sentiero allestito dal CAI Alpino Austro-Tedesco nella primavera del 1885, che permette un incedere più rilassato e, soprattutto, consente un transito più sicuro in caso di pioggia, evitando di trovarsi nel bel mezzo del restringimento della gola sul greto del rio che ingrossa ricevendo le acque delle pareti circostanti e dell’intero circo glaciale del Cristallo/Popena.

fig. 44 La tipica cascata della Val Fonda.
fig. 45 Sulla vecchia traccia che permette di superare il restringimento della gola della Val Fonda.
fig. 46 Il tipico canyon all’imbocco della Val Fonda.
fig. 47 L’imbocco della traccia “alta” per evitare di incedere all’interno del restringimento della gola. Se non lo si conosce, non lo si trova!
fig. 48 Ultimi guadi del rio Fonda.

Si arriva, infine, al parcheggio di Ponte de la Marogna, 1470m, dove abbiamo la seconda macchina per rientrare al parcheggio presso il Ponte di Val Popena Alta.

Ecco il video completo dell’itinerario montato ad arte da Paolo!

Per ulteriori informazioni circa il descritto itinerario, e soprattutto per apprezzarne adeguatamente l’intensità e le emozioni, rimando alla lettura dell’affascinante relazione scritta dall’amico Paolo.

Da Tagnag a Dzongla, traversando il Cho La

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EEA (a seconda dello stato di innevamento del ghiacciaio, possono essere necessari i ramponi)
DURATA: 8/10h – DSL: 960m+

DATA: 18 aprile 2012

PREMESSE

Il c.d. “trekking dei tre passi” è una soluzione un po’ più avventurosa, lunga ed impegnativa rispetto al classico trekking che conduce da Lukla all’Everest Base Camp. Di fatto, il trekking implica un’importante deviazione, a partire da Namche Bazar e fino a ricongiungersi sulla via “principale” a Lobuche. Tale deviazione prevede l’attraversamento di due passi: il Renjo La (5360m) ed il Cho La (5420m). Il primo passo è relativamente facile. Il Cho La, invece, richiede un minimo di esperienza, atteso che prevede l’attraversamento di un ghiacciaio e che la salita da Tagnag si svolge su massi spesso instabili e ghiacciati. Si consideri, inoltre, che abbandonata Namche Bazar e presa la “deviazione” verso NO, fino a ricongiungersi a Lobuche, il numero di trekker si riduce esponenzialmente, fatta salva l’elevata frequentazione di Gokyo. Non è quindi scontato camminare più ore senza incontrare anima viva, specialmente nel tratto compreso tra Gokyo e Dzongla. In ultima, pare che negli ultimi anni l’attraverso del Cho La sia diventato leggermente più impegnativo per due ragioni: la prima, tecnica, poiché sembrerebbe che il ghiacciaio sia diventato di più difficile percorrenza (ma è risaputo che la situazione è di anno in anno estremamente mutevole, come per ogni ghiacciaio, a causa dello stato di innevamento); la seconda, psicologica, poiché aumentano le voci di persone disperse o morte nell’attraversamento del Cho La. Ciò premesso, a mio modesto parere, un alpinista mediamente esperto non dovrebbe riscontrare alcuna difficoltà tecnica nell’attraversamento del Cho La. Ritengo a proposito che la temibile aurea che il Cho La si è guadagnato negli anni sia prevalentemente dovuta alla sua frequentazione da parte di trekker non allenati o, comunque, privi della minima esperienza alpinistica. Trekker che, nel percorrere la via principale che conduce all’Everest Base Camp, si sono fatti tentare dal deviare, all’altezza di Khumjung, verso Gokyo e, lì giunti, piuttosto che scendere nuovamente a Khumjung, hanno ritenuto più agevole “tagliare” per il Cho La, fino a Lobuche. 

DESCRIZIONE DELL’ITINERARIO

Dragnag (o Tagnag o Thagnak o Tarnak) è un minuscolo villaggio di quattro/cinque case, che sorge sul margine orientale del ghiacciaio Ngozumpa, a 4700m. Da qui, procedendo in direzione NE, si sale al Cho La. Per la prima (e fino ad oggi unica) volta nella mia vita, mi avvalgo fino al raggiungimento del Cho La di una guida/portatore. Tutti mi hanno consigliato in tal senso. “La via è difficile”, mi si dice. Inoltre, sono solo, ed il percorso è descritto come il più pericoloso del trekking dei tre passi. Ammetto che mi sento un po’ in colpa; ho sempre pensato che, ad eccezione delle spedizioni di mesi in autosufficienza, chi come me prevede di mangiare ogni sera presso un lodge debba portarsi il suo zaino sulle spalle fino alla fine. Tuttavia, sono intimorito. Non so cosa mi aspetta e preferisco seguire il consiglio del padrone della guest house dove alloggio a Tagnag. Il portatore è un ragazzino, avrà indicativamente 15/16 anni, e si presenta alle 5 di mattina, puntuale, al lodge. Insiste nel volere indossare subito il mio zaino, che supera i 18kg. Il mio senso di colpa, vista la sua giovane età, si acuisce, e decido di dargli solo il mio zainetto da trail running con 2/3kg di materiale, tenendomi in groppa il pesante zaino. Leggo nei suoi occhi il disappunto ma rifiuto fermamente i suoi ripetuti gesti per prendersi lo zaino, spiegandogli che mi serve una guida, non un portatore. Ci incamminiamo che è ancora buio ed il suolo è gelato ma, in breve, spunta dalle vette in fronte a noi un sole spettacolare. La giornata sembra ideale per la missione che ci attende.

fig. 1. Il magnifico cielo terso alle nostre spalle e le vette di sfondo: la più alta, sulla destra, è il Kyajori, 6153m.
fig. 2. Il valico del Cho La, 5420m, appare ora ben visibile.
fig. 3. La mia guida, ed il panorama verso N, con vista sul Kangchung, 6067m ed in lontananza (più a destra) l’Hungchi, 7036m, al confine tra Nepal e Cina.

Traversata una breve vallata con modesti saliscendi, chiamata Nimagurogoth, si giunge ai piedi della ripida salita che conduce al Cho La. La progressione non è semplice: i massi sono infatti spesso mobili e coperti da una sottile spolverata di neve caduta durante la notte. Verso i 5200m, il mio giovane amico vede il mio fiatone ed insiste nuovamente per prendere lo zaino. Questa volta cedo alla tentazione e facciamo scambio: io mi prendo il minuscolo zaino da trail running e lui indossa il pesante zainone da trekking.

fig. 4. Si sale a fatica tra grandi massi instabili.
fig. 5. Verso N, le nuvole si modellano, velocissime, alle spalle del Kangchung, 6067m. Verso O (a sinistra), si erge il Cholo, 6040m.
fig. 6. Guardando a valle, si intuisce la difficoltà della salita a causa del terreno continuamente cedevole.
fig. 7. A quota 5400, il passo Cho La è ormai a portata di mano.

Finalmente, dopo non poca fatica e con il cuore a mille, il passo è conquistato! Il mio giovane amico non sembra provato dalla salita. Si toglie lo zaino, lo pago, ci salutiamo cordialmente e torna subito a valle, dove un nuovo gruppo di escursionisti probabilmente lo sta attendendo per affrontare la medesima salita. Ammetto che il suo aiuto è stato determinante. Sia per l’orientamento (scegliere la migliore via nella salita al Cho La non è proprio così scontato) sia per avermi tolto quei 18 fastidiosi kg dalle spalle.

fig. 8. Cho La, 5420m. Sullo sfondo, da sinistra a destra: Kathang, 6776m; Numbur, 6858m; Thyangmoch, 6446m; Panyio Tapa, 6604m; Kyajori, 6153m; Macchermo Peak, 6042m.
Fig. 9. Autoscatto sul passo!

Riposato, riprendo il cammino. La via è abbastanza evidente: si tratta di attraversare il ghiacciaio del Cho La in direzione E, in leggera discesa. La traccia sul ghiacciaio è percorsa già da alcuni portatori. Alcune guide parlano di crepacci ma non dovrebbero esserci ostacoli di sorta lungo la traccia ripetutamente calpestata dagli sherpa.

fig. 10. Il ghiacciaio che si estende a E del Cho La.
fig. 11. Portatori sul ghiacciaio del Cho La.
fig. 12. Particolare della maestosa seraccata a N del ghiacciaio del Cho La. Sullo sfondo, la bianca vetta del Nirekha, 6153m.
fig. 13. Si distingue chiaramente lo spessore del ghiaccio vivo del margine S del ghiacciaio.

L’attraversamento del ghiacciaio è agevole. La neve caduta la notte è un po’ marcia ma, sotto, la traccia è ben compatta. Incrocio alcuni sherpa e non posso non sentirmi insignificante rispetto allo sforzo che questi compiono. Alcuni non portano gli occhiali, e si riparano gli occhi dal riverbero accecante con le mani. Alcuni indossano scarpe da ginnastica. Quanto al peso che portano in spalla, non saprei quantificarlo, ma sicuramente arriva ad essere almeno il triplo dei miei miseri 18kg. Questi sono i veri protagonisti dell’Himalaya.

fig. 14. Sherpa sul ghiacciaio Cho La.

Superata agevolmente la fronte del ghiacciaio, il sentiero devia ora verso SE, costeggiando ripidamente la parete rocciosa. Il panorama che si apre è magnifico: l’Ama Dablam, 6812m, domina il paesaggio in fronte a me, svettando tra le vette himalayane.

fig. 15. Ama Dablam, 6812m.
fig. 16. In direzione S, il maestoso Arakam Tse, 6372.

Di lì a breve si giunge al minuscolo villaggio di Dzongla camminando su terreno prativo, da cui è poi possibile proseguire poi fino a Lobuche.

Traversata di Monte Castelàz, Prese Deserte, Crodon De Farega e Val del Diavol

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: E (con un paio di tratti leggermente esposti dove procedere con cautela).
DURATA: 4h – DISTANZA: 11,5km – DSL: 963m+

DATA: 30 novembre 2020

PREMESSE

Le alture che sovrastano l’abitato di Cison di Valmarino offrono originali spunti per allenarsi e mettersi alla prova su terreni selvaggi e impervi, allorquando le Dolomiti risultano troppo distanti o, come in questi giorni, inagibili per neve. L’ispirazione, nel caso di specie, viene dallo scrittore e divulgatore Giovanni Carraro, che ha descritto il percorso in esame nel libro “I sentieri nascosti delle Prealpi trevigiane”, 2013. Il compagno di avventure, per un’escursione simile, non può che essere il forte e fidato amico Paolo.

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Parcheggiata l’auto nell’ampio prato subito a N del frutteto retrostante la Chiesa di Cison di Valmarino, si imbocca la strada sterrata che costeggia un vecchio casolare, color rosso mattone, che reca la scritta “Casa Frozza”. La strada devia leggermente a destra e, nei pressi di un campo da calcio, inizia il sentiero, che costeggia la recinzione dell’impianto sportivo. Il sentiero sale quindi leggermente, fino ad incrociare la strada asfaltata che conduce a Castelbrando. Qui è necessario scendere sulla strada per una ventina di metri, fino alla sbarra, dove il sentiero ricomincia, sotto forma di strada bianca, sulla sinistra. Giunti ad intravedere un’abitazione, in località Pra de Favero, si abbandona la sterrata principale e si compie un curva a gomito, in direzione SO. Si entra quindi nel bosco e si procede per breve tratto, sino ad incrociare il cartello segnavia, a quota 460m, per “Mezza Luna e Bombarde”, che risale in direzione NO sino al crinale collinare, dove si incontrano i resti in pietra ad uso di un probabile focolare.

fig. 1 I resti in pietra sulla selletta.

Si procede ora in direzione N, risalendo continuamente il crinale e traversando un’area chiamata “Le Bombarde”, intravedendo di tanto in tanto le mura perimetrali di antiche fortificazioni, probabilmente riutilizzate nel corso della prima guerra mondiale. Giunti ad un bivio indicato da un cartello “Prese Deserte Cima Farega – Villa Mary”, teniamo la sinistra, verso le Prese Deserte. La traccia si svolge ora in ambiente aperto e panoramico, dapprima sul versante occidentale della collina, poi camminando in cresta e superando sporadiche facili roccette, fino a giungere in cima al Monte Castelàz (Crodon de Corradin), 705m.

fig. 2 Risalendo il versante occidentale del crinale.
fig. 3 Facili passaggi tra roccette.
fig. 4

Si cammina ora in cresta, sempre agevolmente, con ripetuti saliscendi, traversando le c.d. Prese Deserte.

fig. 5 Il saliscendi sulle Prese Deserte.

La traccia, quindi, giunge ai piedi del Crodon de Farega, dove si inerpica con ripida salita sul versante occidentale del pendio, fino a guadagnarne la cima, a 905m, dove troviamo un piccolo boschetto di betulle.

fig. 6 Salita del Crodon de Farega.
fig. 7 Vista panoramica dal Crodon de Farega su Cison di Valmarino.
fig. 8 Utilizzando il magico bastone telescopico invisibile da selfie di Paolo.

Dalla cima del Crodon de Farega, la traccia procede verso N, fino a trovare un cartello che segna la direzione della Val del Diavol.

fig. 9

Un passaggio che richiede un minimo di cautela, aiutandosi con le mani, ci permette di affrontare una brevissima e ripida diagonale in discesa. Il passaggio è peraltro privo di insidie o pericoli, essendo assistito da una corda fissa.

fig. 10 L’inizio della ripida diagonale erbosa.
fig. 11 Paolo si accinge a superare il piccolo salto sulla diagonale.

Seguono un paio di passaggi in cresta su facili roccette.

fig. 11 Superamento con facile arrampicata di un saliscendi in cresta.

A questo punto, è opportuno prestare attenzione: la traccia corretta non prosegue con linea diritta sulla cresta (nonostante vi siano deboli tracce che seguono questa traiettoria), ma scende di pochi metri di altitudine tagliando il versante occidentale della cresta, traversando il bosco. Un paio di bolli rossi sono visibili sui tronchi degli alberi. Al diradarsi del bosco, la traccia procede traversando un ripido pendio parzialmente roccioso, con leggera esposizione, fino a scendere, con un minimo di cautela, alla forcella del Diavol.

fig. 12 Poco prima della forcella del Diavol.
fig. 13 Procedendo con un minimo di cautela.
fig. 13 Ultimo tratto esposto prima della forcella del Diavol.
fig. 14 Paolo in discesa alla forcella del Diavol.

La forcella del Diavol è una piccola forcella erbosa che separa la Val Farega, a O, dalla Val del Diavol a E, e sul cui margine N si erge ripido il Monte Schiaffet. Noi scegliamo di scendere attraverso l’impervia Val del Diavol, lungo una traccia che, dapprima ripidamente, poi più dolcemente, finisce per intersecare il sentiero segnato del Pissol.

fig. 14 Lungo la traccia che scende attraverso la Val del Diavol.
fig. 15

La discesa non presenta difficoltà rilevanti. Il terreno è tuttavia poco compatto e cedevole, ragion per cui è opportuno prestare in alcuni tratti attenzione. Poco sopra l’innesto con il sentiero del Pissol, inoltre, il sentiero traversa l’apice di uno strapiombo verticale; è qui opportuno muoversi con cautela poiché un eventuale inciampo sarebbe fatale.

fig. 16 Pochi metri a valle dello strapiombo sul cui apice passa la traccia in discesa. Sullo sfondo, la forcella del Diavol.

Intersecato il sentiero del Pissol, si giunge in breve all’omonima cascatella.

fig. 17 Cascata del Pissol.

Dalla cascata del Pissol, anziché scendere a valle sino al parcheggio, che già si intravede, si devia a destra, direzione S, seguendo le indicazioni per San Gaetano. Il sentiero procede, ben evidente, con leggeri saliscendi, fino a giungere al capitello di San Gaetano.

fig. 18 Il capitello di San Gaetano.

Dopo una breve sosta, si riparte ripercorrendo per poche decine di metri i propri passi, sino a giungere al bivio dove si mantiene la destra. Ora il sentiero si svolge con leggera salita lungo il costone della collina, traversando il c.d. Agron di Ciae. Cautela lungo un’ampia cengia con strapiombo.

fig. 19 Percorrendo l’ampia cengia.
fig. 20 Al termine dell’ampia cengia nell’Agron de Ciae.

Si giunge infine ad un bivio che conduce allo stesso luogo, nei pressi di un rudere sopra i prati di località Al Maso. Noi abbiamo scelto la via di destra, che pare essere leggermente più breve. Si tagliano quindi i prati e si giunge in località Ortesei e, seguendo la strada asfaltata, si arriva in pochi minuti al parcheggio dove si è lasciata l’auto.

Per avere qualche ulteriore spunto, ecco la relazione dell’itinerario scritta da Paolo e la rappresentazione virtuale dell’itinerario su mappa!

Esplorando Ra Montejela

DIFFICOLTA’ COMPLESSIVA: EE (potrebbe essere anche E se non fosse per un paio di passaggi e per la necessità di orientarsi spesso senza traccia).
DURATA: 3,30h (1,30h per giungere in Ra Montejela) – DISTANZA: 7,25km – DSL: 693m+

DATA: 19 ottobre 2020

PREMESSE

Il gruppo della Croda Rossa continua ad esercitare su di me un’attrazione come mai, in precedenza, altre montagne. Comincio ora a cogliere il significato profondo di quelle frasi, pronunciate dai grandi alpinisti del passato, che restarono “stregati” e “catturati” dal fascino della Croda Rossa. Non sono parole proferite a caso. Uno tra tutti, Marino Dall’Oglio, mancato ottantanovenne nel 2013, ha dedicato la sua vita all’esplorazione di tale gruppo montuoso. Quanto a me, il potere attrattivo della Croda Rossa è ascrivibile a molteplici fattori. Sarà che è un gruppo montuoso selvaggio e, tendenzialmente, poco frequentato, complice il fatto che pochi sono i sentieri “ufficiali” che lo traversano. La causa, verosimilmente, sta nel fatto che la Croda Rossa, per via della sua roccia friabile o, come si usa dire, “marcia”, non è meta particolarmente ambita per chi pratica l’arrampicata. Sarà, poi, per via della sua conformazione geologica, che io sono solito definire, informalmente, “dolce”. Spesso, le Dolomiti vedono sorgere le proprie imponenti pareti da ripidi declivi boschivi o ghiaiosi. Nel caso della Croda Rossa, invece, alla base delle pareti rocciose si possono talvolta trovare verdi pascoli e amene radure prative in falsopiano (penso a Lerósa), magari costellate di graziosi laghetti alpini (penso all’Alpe di Fosés). Il tutto condito da una fauna che regna indisturbata, grazie alla rara frequentazione del comune escursionista che non ama – per fortuna – uscire dagli ufficiali sentieri tracciati, e da una flora unica; in merito, non può non suscitare profonda emozione camminare tra pini cembri antichi fino a cinque secoli e più. Infine, ai più sensibili, non potrà sfuggire che proprio in una grotta tra queste recondite pareti la predestinata principessa Moltina dell’epica Saga dei Fanes fu allevata e cresciuta dall’anziana Anguana… Tutto questo è la Croda Rossa: un gruppo montuoso che cela tra le proprie colorate vette ampie e remote valli. Quest’estate, mi sono cimentato nell’esplorazione del Valon de Colfiédo, di Valbónes e Valbónes de Inze, e della Val de Gòtres. Oggi sono andato alla scoperta di una nuova valle: Ra Montejèla, nota anche come Val Montesela, un ampio vallone compreso tra le pareti di Ra Geralbes e la Pala de Ra Fedes. Una curiosità etimologica: nonostante Paul Grohmann la chiamasse nel 1862 “Val Monticello”, interpretandone erroneamente il nome, il termine Montejèla (o Muntejèla, in badiotto) significa, invece, “piccolo pascolo” (nella lingua ladina infatti, “mónt”, sostantivo femminile, significa “pascolo alpestre”).

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Abbandonata l’auto presso il parcheggio del Rifugio Malga Ra Stua, 1695m, si procede per poche decine di metri lungo il sentiero n. 6, fino a superare l’innesto della mulattiera militare che conduce, con sentiero n. 8, a Forcella Lerósa. Si lascia quindi il sentiero n. 6 e si devia sui prati a monte del medesimo, individuando, in direzione NO, una nitida traccia che solca un piccolo dosso erboso, ai margini del bosco. In prossimità della traccia, si individua anche agevolmente un picchetto di legno con segnavia rosso, infisso a terra. Si entra nel bosco e si procede verso NO, mantenendo, per un centinaio di metri, una traiettoria tendenzialmente parallela al sentiero n. 6, più a valle. Prima di incontrare il Ru de re Cuódes, il cui suono d’acque già ci accompagna, nei pressi di una piccola radura erbosa, si inizia a salire in direzione E-SE, perdendo ogni riferimento di traccia.

fig. 1 Inoltrandosi nel bosco.

Si prende quindi leggermente quota, procedendo lungo una linea di crinale che, tra antichi pini cembri ed alti abeti, conduce ad un’ampia radura prativa. La si traversa, mirando ora verso N – NE, fino a trovare, dopo i primi passi nel bosco, una chiara traccia che scende fino a intersecare le prime acque sorgive del Ru de re Cuódes.

fig. 2 La traccia che scende verso il Ru de re Cuódes.

Si accede quindi al rio, non senza qualche fatica, superando tronchi d’alberi schiantati, e lo si guada agevolmente procedendo su traccia verso N.

fig. 3 Superando le deboli acque del Ru de re Cuódes.

La traccia diventa ora larga e ben definita, quasi fosse una mulattiera e, superato un antichissimo pino cembro monumentale, piega leggermente verso NE, sino a condurre al Pian de Socroda, 1910m.

fig. 4 Una scultura che avrà, verosimilmente, oltre cinquecento anni.
fig. 5 Pian de Socroda e, dietro, la Pala de ra Fedes

Si traversa ora il Pian de Socroda in direzione NE, per giungere alle prime lingue di frana che iniziano ad invaderne il margine superiore. Qui si intravedono alcuni ometti che indicano la via da seguire, camminando sul letto della frana.

fig. 6 Il letto scavato della frana.

Pochi metri e, sulla sinistra, due ometti indicano con precisione chirurgica la “porta” da varcare, abbandonando la frana ed immettendosi in una fitta macchia di pini mughi, in direzione N: è il c.d. sentiero “0”, oggi ufficialmente chiuso, che metteva in comunicazione Lerósa con il sentiero n. 26, nei pressi della Crosc del Grisc.

fig. 7 Il varco entro cui svoltare sulla sinistra.

A questo punto, dopo aver salito per alcune decine di metri l’evidente traccia del sentiero “0”, è necessario abbandonarlo svoltando con decisione a destra, direzione NE, traversando un ripido pendio prativo. A quanto dice la cartografia, dovrebbe pure esserci una traccia che, tuttavia, io non ho trovato. Probabilmente, bisogna salire ancora di qualche metro per incrociare la “vera” traccia.

fig. 8 In rosso, la traiettoria che ho preferito tenere. Sono abbastanza convinto che non sia il percorso più ortodosso né, tantomeno, il più semplice.

Con un po’ di cautela, si traversa quindi il ripido declivio erboso, acquistando altitudine, fino a portarsi alla base di un salto roccioso alto un paio di metri. Invece di superarlo con facilissima arrampicata, io ho preferito procedere alla sua base, salendo gradualmente verso destra sino ad incontrarne la fine e rimontarlo senza fatica alcuna. A questo punto, mi convinco che la corretta via debba effettivamente trovarsi sopra il piccolo salto roccioso. Tanto meglio: un’avventura alpina senza un pizzico di “ravanage” non è un’avventura!

fig. 9 La traiettoria, non proprio comodissima, da me scelta. Ritengo sia più saggio risalire la traccia per qualche decina di metri e tagliare il pendio più a monte…
fig. 10 Io sono salito per questa stretta e piccola conca prativa ma, per raggiungere la Madonna della Solitudine, ci si può portare più sotto alla parete di Ra Geralbes evitando questo passaggio.

Ci si trova ora, ai piedi della parete di Ra Geralbes, in una piccola conca, chiamata “Madonna della Solitudine”, con riferimento ad una statuetta votiva ivi collocata, donde risalire un declivio coperto di sassi instabili per ritrovare, in breve, una nitida traccia che conduce a Ra Montejela.

fig. 11 Le ghiaie di Ra Geralbes, poco dopo la “Madonna della Solitudine”.
fig. 12 La salita tra massi instabili.
fig. 13 L’evidente traccia che conduce a Ra Montejela.

È trascorsa poco meno di un’ora e mezza, con una distanza coperta di 3km, ed eccomi alle porte di Ra Montejela, una magica e remota valle racchiusa tra le colorate pareti S di Ra Geralbes e le innevate pareti N della Pala di Ra Fedes. L’ambiente è magico, il panorama indescrivibile, la giornata meravigliosa. Chi visita questa paradisiaca valle desolata? Nessuno! Una volta, sorgeva un bivacco: il bivacco fisso Pia Helbig Dall’Oglio, moglie del compianto Marino Dall’Oglio, inaugurato il 19 settembre 1965. Doveva servire da ricovero per gli alpinisti desiderosi di raggiungere la vetta della Croda Rossa. Purtroppo, il bivacco divenne meta di qualche screanzato e, negli anni degradò a discarica. Fu quindi smantellato nel 2013, anno della morte del suo fautore, Marino Dall’Oglio. La demolizione del bivacco, combinata con la chiusura ufficiale del sentiero “0”, han certo ridotto drasticamente l’afflusso di escursionisti a Ra Montejela. Inoltre, la valle appare priva di agevoli forcelle che permettano di valicarne le pareti di contorno. Il solo valico ipotizzabile è costituito dalla Forcella Nord, che offre accesso al Cadin del Ghiacciaio. La Forcella Nord, ora innevata, appare tuttavia particolarmente ripida per una salita estiva (soprattutto, temo sia martoriata dalle scariche!!) e, per quanto ne so, ancora più ripido è l’opposto versante, al punto che dovrebbe essere necessario effettuare delle calate per discendere. Diventa sicuramente più appetibile per chi pratica lo sci alpinismo ovvero per chi intende scalare la via Grohmann. Sulla scorta di tali fattori, Ra Montejela è effettivamente un luogo selvaggio e deserto, per chi cerca, come il sottoscritto, una giornata di assoluto silenzio e contemplazione della natura.

fig. 14 L’acceso a Ra Montejela.
fig. 14 La parete S di Ra Geralbes.
fig. 15 Panoramica su Ra Montejela, dalla parete N della Pala de ra Fedes alla parete S de Ra Geralbes.
fig. 16 Vista sulle Tofane.

Addentrandosi nella valle, si procede, dapprima, con continuo saliscendi per piccole conche prative, per poi accedere ad un masarè nella parte centrale della valle, costellato di tanto in tanto da isolate macchie di pini mughi.

fig. 17 La prima parte della valle, caratterizzata da piccoli dossi erbosi.
fig. 18 Il masarè nella parte centrale della valle.
fig. 18 La ripida Forcella Nord.
fig. 19 Dettaglio della Forcella Nord e antecima della Croda Rossa.
fig. 20 L’elegante camoscio che mi ha cortesemente fatto compagnia per tutta la durata della mia permanenza in Ra Montejela.

Giunto al limite di Ra Montejela, i pendii iniziano a salire. È il momento di tornare; il tiepido sole ottobrino, grazie alla rifrazione del manto nevoso, mi scalda piacevolmente e procedo in maniche corte, con vista panoramica sul Lavinores, 2411m, e sulla Croda de Antruiles, 2405m… una condizione di benessere unica ed esaltante, in perfetta sintonia con la natura, osservato costantemente da un vigile camoscio, padrone della valle, a poche centinaia di metri.

fig. 21 Ripercorrendo la valle, verso il suo imbocco.

Giunto alla soglia di Ra Montejela, vi sono due possibilità di rientro. La prima, chiaramente, è ritornare sui propri passi, scendendo per la “Madonna della Solitudine”. Per mia natura, però, sarei un tipo da giri ad anello. Opto quindi per la seconda possibilità: scendere traversando le ghiaie della Pala de ra Fedes, mirando a Lerósa. Confesso che non era nei piani, memore anche di aver letto sulla guida Camillo Berti del 1991 la seguente considerazione: “non lasciarsi indurre ad abbreviare la prima parte del percorso traversando direttamente verso S dal bivacco Pia Helbig Dall’Oglio: l’attraversamento della colorata frana è inutilmente faticoso e pericoloso“. Di diverso avviso, invece, era Paolo Beltrame che, nella guida “Dolomiti. Croda Rossa D’Ampezzo – 101% vera montagna”, 2008, descrive il sentiero che supera lo spigolo di ingresso a Ra Montejela (nel mio caso, la via di uscita dalla valle) come “evanescente a causa del terreno franoso (disagevole ma per niente pericoloso)” e la traccia che traversa poi il ghiaione come “evidente quando scorre su ghiaie mentre tende a scomparire quando attraversa tratti di sassi più grossi; in questo caso fanno da segnavia gli ometti costruiti sul posto“. Faccio quindi una timida ricognizione ai margini della frana e, non scorgendo passaggi particolarmente ostici, mi sento di sposare l’interpretazione del Beltrame. Inoltre, il pensiero di scendere, là dove sono salito, per il ripido pendio erboso, mi convince senza dubbio a preferire la traversata del ghiaione! Tale convinzione è prontamente consolidata dalla vista di una tenue traccia che incide debolmente la frana.

fig. 22 Il ghiaione da traversare e la meta: i prati di Lerósa.
fig. 23 Sceso un breve tratto erboso, ai margini della frana, si intravede la traccia.
fig. 24 La traccia diventa sempre più nitida.

Si taglia procedendo su cedevoli ghiaie, ma sempre con una pendenza poco sostenuta, tale da permettere un incedere sicuro e mai troppo faticoso, fino addirittura a trovare diversi ometti che indicano la via!

fig. 25 I primi ometti!

Il gioco sembra fatto quando ci si trova di fronte una sorpresina, già visibile dai margini di Ra Montejela: l’acqua ha eroso il ghiaione scavando una tipica V che interrompe bruscamente la traccia! Nessun problema: vorrà dire che scenderò lungo il canale scavato, tenendomi sul bordo orografico destro, fino a che i margini diminuiranno di altezza e sarà semplice attraversarlo. Seguirò poi l’estrema lingua della frana per attraversare i mughi e spuntare in un’amena radura di Tremonti, semipaludosa, che già ho avuto modo di visitare in passato. Alternativamente, volendo seguire l’itinerario proposto da Paolo Beltrame che conduce alla Forcella Lerósa, sarà necessario comunque scendere di parecchi metri per poter superare l’ostacolo naturale e, poi, risalire sul versante orografico sinistro fino a rinvenire nuovamente la traccia.

fig. 26 Il ghiaione eroso interrompe la traccia.
fig. 27 Ecco il percorso che ho scelto!
fig. 28 Ed ecco il percorso completo di discesa da Ra Montejela.

Giunti alla radura, si prosegue in direzione S, traversando un rio (oggi asciutto), fino ad intravedere il Casón di Leròsa, dove mi aspetta una deliziosa fonte di acqua sorgiva.

fig. 29 Poco prima del guado, mirando la Croda de R’Ancona, 2366m.
fig. 30 Prossimi al Casòn di Leròsa.
fig. 31 Il Casòn di Lerósa.
fig. 32 La sorgente di Lerósa.

Dal Casòn di Lerósa, tagliando verso O per dolci prati, si finisce per intersecare la mulattiera sentiero n. 8 e, in una decina di minuti, si giunge al Rifugio Malga Ra Stua.

NOTA FINALE: come anticipato in sede introduttiva, l’itinerario descritto potrebbe essere definito come E. La scelta di attribuirgli la classificazione EE è dovuta alle seguenti valutazioni: 1) nella prima parte, l’itinerario si svolge in mezzo al bosco, senza alcuna traccia. Si richiede, quindi, una certa capacità di orientamento o, comunque, l’utilizzo dell’apposita tecnologia che segni la propria posizione sulla mappa; 2) abbandonando il sentiero “0” per dirigersi verso la “Madonna della Solitudine”, si taglia un ripido pendio erboso, privo di traccia, che richiede pazienza e passo fermo. Probabilmente, la via scelta non è corretta; la valutazione, tuttavia, è svolta sulla traiettoria da me compiuta, non su un’ipotetica soluzione alternativa; 3) l’attraversamento della frana/ghiaione, pur non presentando particolari rischi, richiede in alcuni punti passo fermo ed equilibrio, a causa dell’instabilità del terreno; 4) traversata la frana, per potersi immettere nella radura di Tremonti, è necessario lottare per poche decine di metri dentro una fitta macchia di pini mughi. Nulla di impossibile o difficile ma si richiede una certa “flessibilità mentale” 🙂

Anello di Colfiédo e Ra Sares: traversata del Valon di Colfiédo, Valbònes e Valbònes de Inze per forcella Colfiédo e Val de Gòtres

DIFFICOLTA’ COMPLESSIVA: EE
DURATA: 9 h – DISTANZA: 20 km – DSL: 1457m +

DATA: 13 settembre 2020

PREMESSE

L’anello in questione prevede la traversata in salita del Valon de Colfiédo, fino a forcella Colfìédo, 2721m, ed in discesa di Valbònes e Valbònes de Inze. Il Valon de Colfiédo e Valbònes, in particolare, sono due ampi ghiaioni non solcati da alcun sentiero o traccia. Trattasi, quindi, di una traversata alpinistica che, oltre al rilevante impegno fisico richiesto, prevede una salita ed una discesa su ghiaie sempre instabili, con una pendenza leggermente sostenuta negli ultimi 100m prima della forcella. L’ambiente è selvaggio, severo, assolutamente non frequentato. In inverno, i due versanti diventano meta gradita per chi pratica lo sci alpinismo ma, in estate, sono luoghi veramente remoti. L’accesso alle prime ghiaie del Valon de Colfiédo, sul versante settentrionale dell’omonimo monte, non è per nulla scontato, soprattutto a causa dei continui smottamenti che modificano il greto del torrente da cui diparte la traccia (noi abbiamo sbagliato ben tre volte prima di trovare la traccia nel bosco, e ciò ci è costato sforzi inimmaginabili ed un’oretta e mezza di giri a vuoto tra fitti mughi ed improbabili pendii! Alla fine abbiamo trovato una traccia che eravamo ormai alla base del monte Colfiédo!!! D’altro canto, il fascino delle escursioni proposte su WINDCHILI è proprio questo: avventurarsi e “scoprire”. L’impegno fisico richiesto è in ogni caso appagato dalla maestosità di tali luoghi, spettacolari, poco conosciuti e ricercati (la prima traversata in sci risale solo al 1966 e con le ciaspe al maggio del 1972). Una nota fondamentale: l’itinerario a seguire rappresentato non è sicuramente l’itinerario migliore ma solo l’itinerario che io ed il mio compagno di avventure Paolo abbiamo scelto, a istinto, sul momento. Chi volesse applicarsi potrà di per certo individuare una traiettoria più diretta o agevole. In merito, mi preme ancora una volta sottolineare che chi intende affrontare una simile traversata, come altre di quelle riportate su WINDCHILI, non può certo attenersi esclusivamente alle indicazioni qui fornite. Come già accennato, non si tratta di seguire sentieri o tracce segnalate su una cartina ma di combinare uno studio approfondito della cartina con l’esplorazione, in loco, del territorio. Inoltre, a differenza di un sentiero che riceve costantemente la dovuta manutenzione, il terreno selvaggio è invece particolarmente mutevole: una traiettoria reputata da noi come conveniente in sede di esplorazione potrebbe verosimilmente non esserlo più a distanza di poco tempo, a causa di smottamenti, frane o schianti di alberi. Ciò detto, chi gradisse confrontare il seguente itinerario con una voce certamente più autorevole in materia, potrà trovare una dettagliata relazione del medesimo sull’eccellente guida “Dolomiti. Croda Rossa d’Ampezzo. 101% vera montagna”, 2008, di Paolo Beltrame.

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Proveniendo da Cortina, si lascia l’auto, poco prima di Passo Cimabanche, in un piccolo parcheggio sulla sinistra, a 1511m, pochi metri dopo il Lago Negro, sito sull’opposto lato della strada. Si imbocca, quindi, il sentiero n. 8, su ampia mulattiera militare. Dopo il primo curvone, che devia decisamente a SW, si prende una vaga traccia che, subito scomparendo, risale il bosco in direzione NE, verso le pendici del monte Colfiédo. Si traversa il bosco mantenendo sempre la direzione NE, superando diversi alberi schiantati. La traccia si ritrova saltuariamente, specialmente là dove l’erba cede il passo a vecchie frane, dove il minimo segno di un risalente calpestio è rimasto impresso a terra.

fig. 1 Procedendo “a naso” nel bosco di abeti e pini cembri.
fig. 2 Superando i vari tronchi schiantati.
fig. 3 Amanita Muscaria.

Ci si imbatte in diversi bunker militari non segnati sulla carta Tabacco. La traccia da tenere traversa una decina di metri a monte del primo bunker, superando una breve area di antichi tronchi morti di pini cembri (suppongo).

fig. 4
fig. 5

Si giunge pochi metri a monte di una fessurazione in cemento armato che conduce alla bocca di un nuovo bunker. Probabilmente, ospitava un vecchia teleferica per trasportare l’artiglieria pesante da Cimabanche? O forse rappresentava una gola artificiale per sparare proiettili di grosso calibro a breve distanza sul passo? In ogni caso, dovrebbe trattarsi di installazioni militari costruite intorno agli anni ’30, per proteggersi da un eventuale attacco nemico. Da questo punto, è possibile riprendere la traccia e mantenersi nel bosco per ancora poche decine di metri oppure, come noi abbiamo preferito, uscire dal bosco ed immettersi direttamente sul greto del torrente che scende dal Valon de Colfiédo. Si procede, quindi, in direzione del Valon de Colfiédo, guadando agevolmente il torrente di tanto in tanto.

fig. 6 La singolare gola artificiale che termina su una feritoia di un bunker.
fig. 7 Il percorso sul greto del torrente e la traccia alternativa che si immette in esso, proveniente dal bosco, con evidente ometto.
fig. 8 Si inizia ad intravedere la lontana forcella de Colfiédo.

Si procede addentrandosi nella gola. Sporadicamente, si notano degli ometti che ci rincuorano.

fig. 9 Un primo ometto…
fig. 10 Si tiene la sinistra, camminando su comode ghiaie.
fig. 11a … poi sempre meno comode…
fig. 11 All’orizzonte, le Tre Cime di Lavaredo.

Finché si vedono ometti, significa che va tutto bene. Da quando non si vedono più, significa che bisogna porsi qualche domanda… noi ce la siamo posta ma non abbiamo trovato la soluzione corretta, e siamo giunti alla base di un salto roccioso con cascatella, nei cui pressi, dal monte Colfiédo, scende una ruscelletto che si immette nel rio principale. Già a questo punto, abbiamo sbagliato qualcosa. Sulla sinistra (destra orografica del torrente), non abbiamo notato alcuna traccia che risaliva il costone della gola, quasi sempre franato. È in quel tratto, tra l’ultimo ometto visibile ed il salto di roccia dove la gola si restringe, che deve esserci una qualche traccia che sale nel bosco in direzione O. La già citata guida P. Beltrame, 2008, riporta come segue: “intorno alla quota 1745m, la tracce si infilano tra i mughi non intricati e, con incremento di pendenza, continuano allontanandosi di poco dal torrente fino ad incontrare un rigagnolo d’acqua (c. 1780m, presenza di alcuni vecchi tubi per la raccolta d’acqua)“. Non trovando la menzionata traccia, noi abbiamo proceduto a tentativi. Purtroppo, a complicarci la vita, gioca a mio avviso anche un errore cartografico che ci ha tratto in inganno, e che a seguire rappresento dettagliatamente. ATTENZIONE: riporto i tentativi svolti solo affinché qualcuno non ripeta gli errori da noi compiuti. Invito seriamente chi si cimentasse in tale escursione a non ripercorrere i nostri passi ma a trovare la traccia corretta poco più a valle.

fig. 12 In questo tratto deve rinvenirsi, sulla sinistra, la traccia corretta.
fig. 13 Paolo attraversa il ruscelletto che si immette nel rio principale, alla base della piccola cascata con restringimento della gola. Quasi sicuramente, la traccia corretta è ormai già diversi metri a valle di questa confluenza d’acque.
fig. 14 Cartografia Tabacco aggiornata 2020
fig. 15 Immagine satellitare Google Maps aggiornata 2020. Sopra la linea rossa si distingue il corso del ruscello, sormontato dai pini mughi. Nell’area inclusa nell’ovale è invece distinguibile lo smottamento del costone che porta il ruscello a confluire direttamente sul rio principale, coordinate 46.628378, 12.167378.

Ciò detto, il primo tentativo ERRATO mi ha portato a scalare il primo salto di roccia sul restringimento di gola, per verificare l’esistenza a monte di qualche ometto. La prima parete è alta infatti circa tre metri ed è agevolmente superabile sia sul lato orografico destro che sinistro del rio. Peccato che, giunti alla sommità della prima cascata, ci si trovi di fronte ad ulteriori due salti di roccia, di almeno dieci metri l’uno, il cui superamento in sicurezza mi ha lasciato piuttosto perplesso. A confermare l’erroneità della scelta, la totale assenza di ometti. Conclusione: risalendo dentro la ripida gola attraverso la cascata, non si va da nessuna parte!

fig. 16 Il primo salto di roccia, dove si forma la cascatella, la cui scalata si è rivelata totalmente inutile!

Proviamo, quindi, a svolgere un secondo tentativo, ERRATO (e folle): la risalita del ruscello che si immette sulla destra orografica del rio principale. Una vera pazzia che ci prosciuga di ogni energia. Si tratta di strisciare, letteralmente, sotto i robusti rami di mughi alti anche due metri, con immani sforzi per piegare i rami là dove sbarrano completamente l’accesso (ovunque). Sicuramente è più semplice penetrare una giungla tropicale (anche perché lì si usa il machete, mentre qui dobbiamo farci strada a braccia nell’inestricabile bosco pungente, camminando sul greto infido del ruscello). L’idea è di risalire il ruscello fino alla fine per poi deviare a sinistra fino a trovare qualche probabile traccia là dove scendono gli scialpinisti in inverno. Conclusione: non ha senso fare uno sforzo così immane aprendosi un varco tra i fitti mughi dentro il ruscello. Sicuramente, si fa meno fatica risalendo in mezzo al bosco poco più a valle… però sono quelle esperienze che non si dimenticano e colorano la gita d’avventura e spirito WINDCHILI!

fig. 17 Risalendo il ruscello tra la vegetazione impenetrabile.

Infine, dopo sforzi sovrumani, intersechiamo una probabile traccia verso quota 2000m, qualche decina di metri più a monte della sorgente del ruscello (una minuscola radura di muschio e terra impregnata d’acqua). Ci dirigiamo quindi verso sinistra, direzione S, ed intersechiamo delle potenziali tracce, molto vaghe, che risalgono verticalmente il bosco, pur sempre transitando in mezzo a mughi che, però, risultano ora più radi e meno vigorosi!

fig. 18 Finalmente, individuata una debole traccia che risale il bosco.

Si scende ora in una piccola conca prativa per poi risalire leggermente su traccia più nitida che con una curva decisa rimonta il costone boschivo e si dirige verso N-NO, fino ad incontrare nuovamente ometti ed un simpatico nastrino colorato che rincuora dopo tanta fatica.

fig. 19 Discesa nella piccola conca prativa.
fig. 20 Lieti di aver ritrovato la traccia 🙂

La traccia costeggia ora le pendici N del monte Colfiédo, traversando agevolmente brevi lingue franose.

fig. 21 Si procede su agevoli ghiaioni sulle pendici N del monte Colfiédo.
fig. 22

Il panorama inizia a deliziarci con il suo ampio respiro: la Croda Rossa, 3146m, svetta imponente, bilanciata più a E da Punta del Pin, 2682m. La direzione che preferiamo seguire è ora un grande masso sormontato da un audace piccolo cirmolo.

fig. 23 Lo spettacolare profilo della Croda Rossa ed il masso che optiamo di seguire.
fig. 24 Finalmente usciti dal perimetro dei mughi. Alle nostre spalle, le Tre Cime.
fig. 25 Appropinquandosi al masso sormontato dal pino cimbro.

Giunti al masso sormontato dal pino cimbro, ai cui piedi giace una scheggia di granata della prima guerra mondiale, si è ormai prossimi all’entrata nel ghiaione.

fig. 26 La scheggia di granata.
fig. 27 Scheletro di… una volpe?
fig. 28 Il ghiaione da risalire, in tutta la sua lunghezza!

Incomincia ora la parte più faticosa dell’itinerario. Non tanto per il dislivello che bisogna ancora coprire ma per il terreno su cui bisogna affrontarlo. Le ghiaie sono infatti instabili e più si avanza più la pendenza aumenta. Con tutta la delicatezza del caso, ad ogni passo l’appoggio perde comunque stabilità e bisogna lottare con tutte le articolazioni e i muscoli del corpo per incrementare la quota.

fig. 29 Il Valon de Colfiédo
fig. 30 La forcella di Colfiédo si distingue ora chiaramente.
fig. 31 Imboccato il solco alluvionale rossastro nel tratto finale.
fig. 33 Ultimi sforzi.

Arrivati in forcella Colfiédo, 2721m, si apre uno scenario grandioso sul versante O, mozzafiato, che abbraccia la Valbònes, sovrastata dalla maestosa Pala de Ra Fedes.

fig. 34 Vabònes e la Pala de Ra Fedes.
fig. 34 In direzione N, la cima della Croda Rossa, 3146m, si tocca con un dito.
fig. 35 Il sole fa capolino dietro la cima di Ra Sares, 2804m, a portata di mano.
fig. 36 Il Valon de Colfiédo, ormai alle spalle.
fig. 37 Foto di rito in forcella con l’amico Paolo.

Ed ora inizia la discesa! Il versante O che scende su Valbònes è, nel tratto apicale, moderatamente più ripido del versante E. Il terreno del ghiaione, chiamato anche Graon de Inpó Castel, è sufficientemente mobile da abbozzare cautamente una sciata! Il mio consiglio è di scendere in diagonale partendo dalla base della parete di Ra Sares. Si superano così agevolmente i primi ripidi metri e si abbandona il lato più a destra, verso la Croda Rossa, che ha una pendenza molto sostenuta.

fig. 38 Il tratto sommitale del ghiaione di Valbònes, subito sotto la forcella.
fig. 39 Divertente discesa del ghiaione.

Verso N, il panorama spettacolare della Pala de Ra Fedes e della vastità dei suoi ghiaioni.

fig. 40 La Pala de Ra Fedes sovrasta la Valbònes.

Tanto abbiamo impiegato per salire in forcella, quanto bastano pochi minuti di sciata su ghiaione per trovarsi al cospetto del Castel de Ra Valbònes.

fig. 41 Alle spalle, la Valbònes e la forcella Colfiédo.
fig. 42 Il Castel de Ra Valbònes; sul fianco erboso si distingue chiaramente il sentiero da imboccare.
fig. 43 Prossimi al Castel de Ra Valbònes, si aprono ai nostri occhi i famigliari profili del Becco di Mezzodì e del Nuvolau.

Ai piedi del Castel de Ra Valbònes, si imbocca la ben nitida traccia (non segnata sulle carte), con tanto di ometto (da quanto tempo!) e ci si dirige verso S.

fig. 44 La traccia da prendere verso S.

Si aggirano quindi le pendici del Castel de Ra Valbònes, virando verso O, per trovarsi dinnanzi ad un nuovo ghiaione da traversare agevolmente, avendo cura di non perdere quota, per raggiungere la sella prativa che offre accesso alla Valbònes de Inze.

fig. 45 La meta è la sella prativa che permette di accedere alla Valbònes de Inze.
fig. 46 Il ghiaione si supera trasversalmente senza alcuna difficoltà considerata la scarsa pendenza.

Terminato il ghiaione, in breve si raggiunge la sella erbosa, con magnifica vista sull’amena e verde Valbònes de Inze. All’orizzonte, da destra, si distingue il Bechei di Sopra, 2794m; Forcella Ciamin; Cima Dieci, 3026m; Cima Nove, 2968m.

fig. 47 Il panorama sulla Valbònes de Inze.
fig. 48 Il Monte Sorapis incorniciato.

A questo punto, è possibile attraversare interamente la Valbònes de Inze oppure prendere come riferimento un paio di pini cembri che sorgono sul bordo S del catino (si distinguono in fig. 47) e scendere con via più diretta ma sicuramente più ripida tra agevoli salti di roccia ed erba sino al Casón de Leròsa, 2035m

fig. 49 Pini cembri secolari nella tipica zona di gradoni erbosi tra Valbònes de Inze e Leròsa.
fig. 50 Fino ad intravedere il Casón di Leròsa!
fig. 51
fig. 52 Cavalli allo stato brado pascolano sotto la Pala de Ra Fedes.

Rifocillati alla sorgente presso il Casón de Leròsa, si può ora scendere comodamente lungo la mulattiera militare che traversa forcella Leròsa, zona di importanza strategica durante la prima guerra mondiale per la presenza di un importante avamposto militare. Sulla sinistra, si supera ciò che resta del cimitero austriaco che accolse 95 caduti di diverse nazionalità (poi esumati dopo il conflitto e trasferiti presso l’ossario del Passo Pordoi). Si procede quindi la discesa attraversando la Val de Gòtres. Si perde drasticamente quota e, poco sopra i 1600m, si intersecano le tre sorgenti del Rufiédo, di cui la prima impressione per la portata, specie considerando che queste acque provengono dagli alti circhi della Croda Rossa, appena traversati, e confluiscono per via sotterranea, fino a questo luogo. Da lì in breve, si giunge al parcheggio dove si è posteggiata l’auto.

fig. 53 La prima e più impetuosa sorgente del Rufiédo.

Per ulteriori spunti, consiglio la lettura della relazione del mio compagno d’avventura Paolo e la rappresentazione virtuale dell’itinerario su mappa!

Anello Ra Stua – Lerósa – Tremonti – Fósses – Rif. Biella – Ucia de Senes – Rif. Fodara Vedla – Ra Stua… (e le origini della saga del Regno dei Fanes).

DIFFICOLTA’ COMPLESSIVA: E fino alla Crosc del Grisc. T tutto il resto dell’itinerario.
DURATA: 8 h – DISTANZA: 17 km – DSL: 882m +

DATA: 6 settembre 2020

PREMESSE

Con somma gioia, il mio compagno di avventure è oggi mio padre, quasi prossimo ai settant’anni! Ho quindi studiato un itinerario che sia privo di difficoltà tecniche e pericoli oggettivi. Un itinerario che, se non fosse per la lunghezza, potrebbe essere definito turistico (T) ma che definirò per escursionisti (E), anche per la richiesta capacità di orientamento nella prima parte del percorso. Il primo tratto dell’itinerario, infatti, si svolge su un vecchio sentiero, oggi traccia che traversa l’area di Lerósa, Tremonti e Pian de Socrode, con incantevole alternanza di prati e bosco rado, ai piedi della Pala De Ra Fedes, per poi guadagnare quota superando un valico tra Sote Socroda e lo spigolo SO di Ra Geralbes. Superata questa prima parte, la traccia si congiunge poco dopo con la Crosc del Grisc nel sentiero segnato (e ben battuto) n. 26, traversando una delle zone, a mio avviso, più spettacolari e magiche delle Dolomiti. Volendo proprio essere precisi, si potrebbe stabilire che da Casòn de Lerosa alla Crosc del Grisc il percorso è classificabile come E, solo per la necessità di orientarsi (peraltro sempre agevolmente); tutto il resto dell’itinerario è classificabile come T, sempre e comunque tenendo a mente il fattore lunghezza complessiva. Un’ultima nota prima di procedere con la descrizione dell’itinerario: la prima parte del percorso era una volta un sentiero, il sentiero “0”. Questo è stato dismesso negli anni al fine di disincentivare il turismo che, complice la vicinanza di Malga Ra Stua, comprometteva l’integrità di una zona naturale di elevato interesse naturalistico. Sebbene la montagna dovrebbe sempre oggetto di attenzione e cura da parte di chi vi accede, si invita, a maggior ragione affrontando tale itinerario, a mantenere una condotta rispettosa dell’ambiente che circonda. E l’allusione non ha certo ad oggetto il solo divieto assoluto di abbandonare rifiuti ma, anche, il più semplice obbligo di procedere con passo silenzioso ed attento, al fine di non disturbare i pascoli di camosci e cavalli selvaggi che albergano questo paradiso incontaminato.

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

La partenza dell’itinerario è il rifugio malga Ra Stua, 1695m. Pochi metri dopo il rifugio, si incontra una vecchia mulattiera militare che si innesta sulla destra. Questa permetteva durante la prima guerra mondiale di raggiungere un importante avamposto militare austriaco nei pressi di forcella Lerósa ; la si imbocca e si inizia la risalta. Ci si inoltra presto in un bosco che, all’occhio attento, si distingue dai soliti boschi dolomitici. Agli abeti si alternano, infatti, larici e pini cembri. Questi ultimi, in particolare, avvicinandosi a Lerósa, diventano sempre più frequenti: vere e proprie opere d’arte secolari, antichi fino a 500 anni. A quota 1900m circa, là dove il bosco diventa più rado e lascia spazio ai pascoli d’alta quota, poco dopo aver attraversato un ruscello, si abbandona la mulattiera e si inizia la salita sul pendio prativo, direzione E – NE, senza alcuna traccia evidente, mantenendosi sulla sinistra orografica del rio.

fig. 1 Si sale a sinistra abbandonando la mulattiera, senza alcuna evidente traccia.

Si esce quindi dal bosco e ci si trova di fronte ai favolosi pascoli di Lerósa, al cospetto del gruppo della Croda Rossa.

fig. 2 Uscendo dal limitare del bosco.
fig. 3 La Croda Rossa.

Alle spalle, la vista è spettacolare. Da sinistra, si susseguono le Tofane, la Croda del Vallon Bianco, la Croda de Antruiles e il Col Bechei de Sora.

fig. 4

Il Casòn de Lerósa è a pochi metri di distanza ma ancora non si vede; ci si tiene, invece, vicini al ruscello, fino ad incrociare un’evidente traccia che consente di guadare agevolmente.

fig. 5 Il ruscello da guadare.

Ora si traversa l’area superiore di Tremonti, in direzione N.  Il termine “Tremonti” indica, appunto, i tre dossi collinari al limite NO del pascolo di Lerósa. Si procede su prati, spesso acquitrinosi, sino a giungere ad una piccola e pianeggiante radura, dove si trovano le sorgenti che alimentano il Ru de ra Cuódes, che a valle si immette nell’Aga de Ciampo de Crosc, poche centinaia di metri sopra Ra Stua.

fig. 6 La radura con alle spalle la Pala de Ra Fedes.

Entrando nella radura, ai piedi della Pala de Ra Fedes (letteralmente “cima delle pecore”) si continua, in leggera discesa, verso N, entrando nuovamente nel bosco.

fig. 7 La traccia torna ad essere temporaneamente visibile ed entra nel bosco.

Si scende ora con maggiore decisione fino ad intersecare un ulteriore ruscello, che si supera con semplicissimo guado. Si intravede, da qui con chiarezza, la traccia che sale il ripido pendio. Paul Grohmann, camminando per queste tracce nel 1862, scriveva: “subito dopo Lerosa si passa il Ru dei Tre Monti, poi la località Socroda, ed infine la Val Monticello al suo sbocco”.

fig. 8 Si intravede la traccia che risale il costone.

Qui la traccia, che fino ad ora era solo a tratti visibile, inizia ad essere evidente, ed attraversa una fitta area di pini mughi, fino a giungere al limite di una lingua franosa. Una serie di ometti segnala con chiarezza la direzione da seguire per uscire dalla lingua franosa ed immettersi sulla traccia che risale il costone roccioso. Poco prima dell’inizio della salita, si intuiscono sulla traccia due sbarramenti operati con pietroni posti di traverso. Non è chiaro il perché si trovino in quel punto preciso… ad ogni modo, li si ignorano e si prosegue la salita, senza alcuna difficoltà rilevante, su rocce franate comunque sempre stabili, individuando talvolta degli ometti.

fig. 9 La traccia sale su terreno franoso sempre comunque stabile e sicuro.
fig. 10 Ultimo tratto ripido della traccia.

Alle spalle, il panorama è grandioso. Si vedono con chiarezza le radure poco prima attraversate sopra Tremonti. In direzione S, si staglia la Croda de R’Ancona, 2366m, e, in fondo sulla sinistra, il Sorapis.

fig. 11 Il terreno su cui si è svolto finora il tragitto, con la Croda de R’Ancona di sfondo.

La pendenza della traccia diminuisce quindi drasticamente e si giunge in un’amena area prativa alberata, sotto la parete del costone roccioso, da cui si procede intuitivamente verso una sella erbosa, a quota 2100m circa.

fig. 12

Guadagnata la sella erbosa, il panorama muta radicalmente. Si apre di fronte una conca che alterna grandi blocchi di pietra con mughi. Sulla destra, si erge il versante occidentale della Croda Rossa Pizora.

fig. 13 La conca di pietroni e mughi. Il sentiero passa sulla destra del tronco semi-morto di un pino cembro, apparentemente divelto da un fulmine.
fig. 14 La Croda Rossa Pizora.
fig. 15 Un blocco di pietra segnato da tipici solchi carsici.
fig. 16 La conca presenta un continuo saliscendi tra blocchi di pietra e mughi.
fig. 17 Sulla sinistra, a O, si può ammirare in primo piano il profilo di Cima Nove (Sasso delle Nove), 2968m, e, subito dietro a sinistra, Cima Dieci, 3026m.

La traccia punta ad una sella erbosa leggermente più elevata, che permette di uscire dalla conca, a quota 2200m circa.

fig. 18 Leggera salita della sella. E’ evidente la traccia tra i mughi che attraversa la conca.

Superata la sella, si apre un nuovo immenso panorama mozzafiato: al centro, la Croda del Becco, 2810m, verso la cui direzione ci si dovrà dirigere traversando la magnifica Alpe de Foses o Fosses.

fig. 19

Il sentiero costeggia ora lo sperone occidentale della Croda Rossa Pizora, perdendo leggermente quota. Dalla cresta rocciosa, un camoscio ci sorveglia attentamente.

fig. 20 Notare il camoscio sulla cresta, a sinistra.

Traversando un breve tratto di grandi pietre franate, si continua a perdere quota fino a intravedere, a O, la Crosc del Grisc sita sul battuto sentiero n. 26 che, in breve, si finisce per intersecare. Ed ecco la storia della Crosc del Grisc. Una storia di amore e sangue, accaduta nel 1848. Amore tra Simone Alverà di Cortina, chiamato il Griš, probabilmente a causa dei capelli grigi, pastore di pecore sull’alpe di Foses, e Annamaria De Luca. Sposati nel febbraio del 1848, i due iniziano a convivere. Presto, tuttavia, si resero conto che la loro unione era insostenibile. Litigavano costantemente e, a quanto pare, in linea con gli usi dei tempi andati, Simone alzava spesso le mani sulla moglie. Ad agosto dello stesso anno, Simone era ripartito per i pascoli di Foses e la moglie decise di raggiungerlo. Recò con sé uno zaino che, oltre ai viveri, nascondeva un’ascia. Raggiunto il marito, ubriacatolo con una bottiglia di vino o grappa che aveva portato con sé, la moglie estrasse l’ascia e lo colpì. Era il 3 agosto 1848. La moglie sarà poi imprigionata e sconterà la pena dell’ergastolo nella prigione dei Piombi di Venezia.

fig. 21 In lontananza, la Crosc del Grisc.

Il sentiero n. 26 traversa, a O, un’evidente profonda conca carsica che ospita il Lago di Remeda Rossa o Lago de Remeda da Rosses, caratterizzato dal tipico colore delle rocce della Croda Rossa.

fig. 22 Il lago visto nei pressi dell’intersezione con il sentiero n. 26.
fig. 23

Si supera quindi un’ampia sella prativa, parzialmente acquitrinosa, che conduce all’alpe di Fósses, con incantevole veduta del Lago Pizo (o Lago Piccolo, anticamente anche Lago Morto) e del Lago Gran de Fósses (o lago de Fósses). Purtroppo, non posso esimermi dal criticare l’installazione di orribili grate di plastica, presumibilmente poste per favorire il transito degli escursionisti nell’area acquitrinosa. Sarebbe sufficiente, infatti, salire di pochi metri sul dosso prativo circostante per risolvere serenamente il problema, senza alcuna fatica o rischio per l’escursionista. Le medesime orribili installazioni sono presenti in tutta l’alpe di Fosses. Ciò mi lascia gravemente perplesso e mi porta a riflettere sul senso e l’essenza stessa di un’escursione alpina.

fig. 24 Il magico panorama dell’Alpe di Fósses, con il Lago Pizo (piccolo) e, a destra, il Lago de Gran Fosses.
fig. 25 L’abominevole pavimentazione di alcuni tratti del sentiero n. 26, spiega, da sola, perché WINDCHILI preferisce sempre percorrere antiche tracce dimenticate anziché sentieri battuti.

Scesi nell’alpe di Fósses, si supera una piccola baita, sita sulla sponda occidentale del Lago di Gran Fósses.

fig. 26
fig. 27

Il lago di Gran Fósses è un luogo magico: ai piedi della Remeda Rosses, 2605m, è l’unico lago perenne tra i tre laghi di Fósses. Un luogo di solitaria contemplazione, dove il fascino dei paesaggi si combina con la magia della leggenda. Una leggenda, purtroppo, generalmente ignorata dai più che, tuttavia, costituisce la più complessa e antica saga epica italiana. Alludo alla saga del Regno dei Fanes, codificata dall’antropologo Karl Felix Wolff (1879-1966), che per primo ha messo su carta una storia tramandatasi oralmente dalla popolazione ladina per quasi tremila anni. In particolare, gli studiosi ritengono che gli eventi narrati nella saga del Regno dei Fanes possano avere avuto inizio in un periodo compreso tra il 900 e l’800 a.C. Osservando i mutamenti climatici post glaciali, si potrebbe invece ritenere che la saga sia ambientata intorno al 1000 a.C., periodo di lieve rialzo termico. Tali condizioni ambientali favorevoli avrebbero infatti permesso di abitare tutto l’anno i pascoli sopra i 2000 metri. Ciò premesso, per quanto qui interessa, la saga del Regno dei Fanes esordisce verosimilmente proprio nei luoghi attraversati dall’itinerario qui descritto. Segnatamente, si narra che una donna, Molta, in punto di morte, lascia la propria figlia neonata ad una vecchia anguana (una sorta di ninfa alpina) che abita una caverna sulla Croda Rossa. Le marmotte, che osservavano, raccolgono il cadavere di Molta e lo portano via, nascondendolo in un crepaccio. L’anguana si affeziona alla piccola e la adotta, dandole il nome di Moltina. Già questi primi elementi possono farci ipotizzare che la vicenda sia ambientata proprio sull’alpe di Foses. L’anguana è, infatti, una figura mitologica legata all’acqua, e l’alpe di Foses è il luogo circostante la Croda Rossa che abbonda di più acqua, sotto forma di laghi e sorgenti. La leggenda specifica, inoltre, che altre anguane vivevano nei laghetti più a nord e che ogni mattina la vecchia anguana era solita alzarsi al primo albeggiare per ammirare, fuori dalla sua grotta, il sorgere del sole. Ciò farebbe ipotizzare che la caverna leggendaria fosse sita sulla parete S della Rémeda Rosses, a metà via tra il lago de Rémeda Rosses ed i laghi Pizo e Gran de Foses. Da questa angolazione, infatti, è possibile ammirare il sorgere del sole dietro le più alte cime della Croda Rossa Pizora (Croda Rossa piccola). (Una curiosità: esistono attualmente almeno una caverna, una grotta e sette pozzi sulla Rémeda Rossa, tra i 2300 e i 2500m). Ancora, in tutta l’area di Foses sono ad oggi conosciute più di un centinaio di cavità, tra pozzi, inghiottitoi e meandri, alcune di grandi dimensioni e considerevoli sviluppi, che potrebbero coincidere con il crepaccio dove il cadavere di Molta viene nascosto. Ancora, un dato che emerge dalla ricostruzione di Wolff è che la caverna dove viveva la vecchia anguana con Moltina era esposta al vento di ponente; ciò avvalora appunto l’ipotesi che la grotta fosse localizzata sul versante orientale della Croda Rossa, apertamente esposto ai venti di ponente. In ultima, Wolff ci racconta che Moltina “a volte raggiungeva altre Anguane che vivevano presso un lago in un luogo più alto. Questo luogo è un deserto roccioso abitato da molti camosci che si estende dalla Croda Rossa fino al Sas dla Porta (nda: Croda del Beco) ed è formato da una lunga fila di cime frastagliate e in mezzo ad esse bianche pietraie alternate a laghetti e prati fioriti“. Tale area coinciderebbe, anche come descrizione, con le pendici E e O comprese tra forcella Cocodain, la Croda de Foses e Monte Muro, che rappresentano una linea di congiunzione tra la Rémeda Rosses e la Croda del Beco. Oggi il territorio in questione appare brullo, con alternanza d’erba e pietraie, e non vi sono laghetti. Tuttavia, nel 900/1000 a.C., è lecito supporre ve ne fossero in abbondanza, considerata la presenza attualmente documentata di innumerevoli doline, una volta probabilmente colme di acqua. Tutto quanto sopra descritto non ha invero il fine di dimostrare un eventuale fondamento reale dei fatti narrati dalla saga quanto, piuttosto, evidenziare come già tremila anni fa questi luoghi fossero conosciuti e chi li abitava ne fosse affascinato al punto da costruirci attorno una saga epica come quella del Regno dei Fanes.

fig. 28 Lago Gran de Foses e Remeda Rosses.
fig. 29

Riprendiamo ora la descrizione dell’itinerario. Tenendo il lago sulla destra, il sentiero risale una tipica zona di campi carreggiati o campi solcati, prima di deviare con decisione verso NE, in direzione della Croda del Becco.

fig. 30
fig. 31

Il sentiero si inoltra ora in un continuo saliscendi, attraversando un paesaggio brullo e lunare, fino a giungere al rifugio Biella, 2327m.

fig. 32

Dal rif. Biella, si continua su ampia mulattiera, sent. 6, costeggiando il versante S della Croda del Beco, 2810m.

fig. 33 La ripida parete S della Croda del Beco.

Si procede fino ad incontrare un crocevia di sentieri che si innestano sulla mulattiera e si imbocca il sentiero 6a, che, offrendo una magnifica vista del Monte Sella di Sennes, 2787m, conduce brevemente all’Ucia de Senes, 2126m.

fig. 34 Il tragitto svolto dalla Croda del Beco.
fig. 35 Monte Sella di Sennes.

Costeggiando una curiosa pista erbosa d’atterraggio dismessa, costruita nel 1968 dagli alpini della Tridentina in periodo di guerra fredda, si inizia a perdere quota seguendo il sentiero 7, fino a giungere al rifugio Fodara Vedla.

fig. 36 La pista d’atterraggio costruita nel ’68. E’ lunga circa 450 metri e, probabilmente, era già stata sfruttata nella prima guerra mondiale.
fig. 37 La chiesetta costruita dalla famiglia proprietaria del rif. Fodara Vedla.

Si segue ora il sentiero n. 9, antica mulattiera militare utilizzata durante la prima guerra mondiale. Il sentiero traversa le rive del lago de Rudo, a 2000m, per poi scendere con ripide serpentine fino a Cianpo de Crosc, a circa 1700m.

fig. 38 Vacche al pascolo nei prati antistanti il rif. Fodara Vedla.
fig. 39 Lago de Rudo e, dietro, i Lavinores, 2462m.

Si segue, quindi, la mulattiera sentiero n. 6 che conduce a valle e, in breve, al rif. Malga Ra Stua. Una curiosità storica sul nome Ra Stua. “Stuar“, in dialetto veneto, significa chiudere. Ra Stua, letteralmente, significa “la chiusa” ed il nome trae appunto origine da una chiusa costruita nel ‘600 da Giovan Maria de Zanna al fine di agevolare la fluitazione del legname lungo l’alveo dell’Aga de Cianpo de Crosc.

Traversata di Val del Drap, Pala Anziana e Val dei Frassini

DIFFICOLTA’ COMPLESSIVA: EE – PD – sporadici passaggi I°
DURATA: 6 h – DISTANZA: 11,6 km – DSL: 1395m +

DATA: 20 agosto 2020

PREMESSE

La Val Cimoliana è una valle che separa il Cadore dalla Val Settimana e si estende per un ventina di km in direzione N, fino a sfociare in Carnia. Sul versante orografico destro del torrente Cimoliana, si innalzano ripide pareti quali, ad esempio, Cima Preti e Cima Laste. E’ proprio in quest’area che ho individuato un interessante itinerario che risponde ai requisiti esplorativi di WINDCHILI: il giro ad anello della Val del Drap. Trattasi, invero, di un percorso che presenta già alcune recensioni online. Buona parte dell’itinerario, peraltro, si svolge su un sentiero ormai da tempo non più manutenuto, oggi traccia non sempre evidente. Questo è, effettivamente, l’unico elemento di impegno riscontrato. Nella prima parte del percorso, l’escursionista deve districarsi tra i mughi che si sono ormai impossessati della traccia. Successivamente, sopra i 2000m di altitudine, è sufficiente prestare attenzione a non smarrire la via, cosa peraltro abbastanza difficile in condizioni di visibilità ottimale, posto che vecchi segnali e bolli rossi restano impressi nelle rocce. In ultima, da non sottovalutare il dislivello positivo di 1400m concentrati in soli 11km e mezzo.

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Ore 6.00. Lasciata l’auto presso Pian de Fontana, 930m, si traversa in direzione O il greto del torrente, con piccolo guado (NB: non esiste più il ponte di legno descritto in alcune recensioni online). Si inizia, quindi, la risalita del sentiero n. 390, su ampia mulattiera, inoltrandosi nel bosco. Dopo breve, si traversa un pianoro devastato dalla tempesta Vaia del 2018. La traccia resta evidente e si snoda spesso sotto i tronchi schiantati degli alberi. L’alba inonda di tepore le cime che si stagliano a O.

fig. 1

Il sentiero tende quindi a perdere leggermente quota, portandosi all’altezza del greto di un torrente asciutto. A questo punto, è fondamentale prestare attenzione: il sentiero traverserebbe il greto, portandosi sulla sinistra orografica del medesimo. Il nostro itinerario, invece, si mantiene sulla destra orografica. Il bivio, a 1190m, non è per nulla evidente, specie in estate quando l’erba alta tende a coprire i due ometti che segnano l’inizio del traccia. Nell’immagine si notano i due ometti semi-nascosti.

fig. 2 Tenere la sinistra, inoltrandosi tra i mughi.

L’incedere diviene ora particolarmente difficoltoso. Spesso è necessario farsi strada tra i pini mughi che sbarrano completamente l’accesso. L’erba alta tende a coprire la traccia che, peraltro, resta comunque sempre abbastanza evidente. A breve, ci si trova di fronte ad un costone franato: è questo il momento di attraversare il greto e portarsi sulla sponda orografica sinistra del torrente asciutto.

fig. 3 Si tenga come punto di riferimento il grande masso sull’altro lato del torrente.

La traccia costeggia il torrente fino a che l’occhio riesce interamente ad abbracciare la remota e selvaggia Val dei Cantoni, a SO, caratterizzata dalla cascata che attinge dal Cadin Alto, tra Cima dei Preti e Punta Compol.

fig. 4 La cascata che bagna il Cadin dei Cantoni.

Ora la traccia devia con decisione in direzione O, inerpicandosi su terreno franoso e guadagnando velocemente quota, sino a raggiungere un un canale di roccia a gradoni, coperto dai mughi, che si affronta con facilissima arrampicata.

fig. 5
fig. 6
fig, 6a Alba su Cima del Checco, 2311m

La traccia prosegue, quindi, su terreno più semplice, districandosi tra i mughi, fino a raggiungere l’evidente greto di un torrente dalle pareti bianche e levigate, che segna l’imbocco della Val del Drap, che si apre in direzione NO.

fig. 7

Ora la traccia sale in direzione NO, affrontando sporadiche e facili roccette che richiedono l’uso delle mani. Osservando il greto del torrente asciutto, è possibile scovare alcune tipiche marmitte.

fig. 8

I mughi ora si diradano e la progressione continua su erba mista a ghiaie. Si supera il tipico nevaio perenne, che resta sulla sinistra, per poi deviare leggermente a destra, direzione N, traversando un leggero pendio erboso che ci porta verso le pareti di Cima Val del Drap.

fig. 9
fig. 10
fig. 10a

Ora la traccia sale ripidamente e punta diretta alla forcella di Val del Drap che, in breve, si raggiunge, a quota 2290m. Dalla forcella è possibile ammirare in tutta la sua interezza la valle che si è appena risalita.

fig. 11

Sulla destra della forcella, direzione E, si erge la Cima Val del Drap, 2330m.

fig. 12

A O, si stagliano le ripide pareti di Punta Patera, 2553m.

fig. 13

E in direzione NO, il caratteristico Tridente, 2418m., seguito da Cima Laste, 2555m.

In direzione N, si ammira un trionfo di cime. In prima linea, Cima Sella, 2334m, Cima delle Monache, 2160m, Cima dei Frassin, 2124m. Dietro, il Monte Pera, 2334m, Cima dei Laris, 2273m, Cima Spe, 2314m, e molte altre.

fig. 15

L’itinerario prosegue ora su un tratto più delicato. Ci si porta alla base di Cima Val del Drap per trovare la traccia che scende ripidamente nel ghiaione a N della Cima, per poi traversare sulla sinistra e giungere ad un costone di roccia dove si procede con passo cauto su terreno friabile.

fig. 16
fig. 17 La traccia che taglia il costone di roccia.

Un passaggio leggermente insidioso permette di calarsi in diagonale lungo il costone roccioso, superando uno spigolo che richiede un minimo di arrampicata. In fig. 17a e 17b, rispettivamente prima e dopo lo spigolo.

fig. 17a A sinistra del bollo, lo spigolo da cui calarsi per un paio di metri circa.
fig. 17b Superato il canalino diagonale dopo lo spigolo.

La traccia traversa ora le ghiaie del Tridente, che si erge a O, sulla sinistra.

fig. 18 Il Tridente.

Alle spalle, è possibile apprezzare la Cima Val del Drap nella sua altezza, che il passaggio per l’omonima forcella non permette di comprendere.

fig. 19 Cima Val del Drap.

Fintanto che si procede tra massi e frane, si notano di tanto in tanto vecchi bolli scoloriti che indicano la via. Appena usciti dal terreno franoso, si rischia di perdere la traccia.

fig. 20 A sinistra il Tridente e, in fronte, si apre la Pala Anziana.

In particolare, all’entrata della magnifica verde Pala Anziana, è fondamentale prestare attenzione a passare a valle di un affioramento roccioso ai piedi di Cima Laste. Pena trovarsi sulle instabili rocce del ghiaione a dover scollinare per ritrovare la traccia smarrita. In fig. 21 e 22, il passaggio corretto da seguire.

fig. 21
fig. 22 Si traversa sulla lieve sella di sinistra.

La traccia scende ora decisamente lungo pendii prativi, senza particolari difficoltà, salvo il superamento di un tratto erboso leggermente esposto, fino a giungere alla Val dei Frassin.

fig. 22 I pendii prativi che conducono a valle.

Di lì a breve si giunge al Ricovero Casera Laghet de sora, 1871m, e, successivamente, alla Casera Laghet de Sote o dei Frassin, 1580m, su evidente sentiero n. 390. Il sentiero scende infine in mezzo al bosco, sulla sinistra orografica di un torrente che, breve, si traversa con comodo guado. Si giunge quindi alla biforcazione di cui in fig. 2, e si scende a Pian de Fontana per lo stesso sentiero dell’andata.

Salita a cima di Cece

DIFFICOLTA’ COMPLESSIVA: E – PD
DURATA: 8 h – DISTANZA: 16 km – DSL: 1300 m+

DATA: 27 luglio 2020

PREMESSE

Il presente itinerario rappresenta un po’ un’eccezione rispetto alla tipologia di traversate descritte nel sito Windchili. Tutto l’anello, infatti, è sempre percorso su sentiero SAT precisamente segnato con bolli rossi e bianchi. Difficile smarrire la via. La catena del Lagorai, peraltro, con i suoi 70km di estensione, è considerata uno degli ambienti alpini più selvaggi e remoti delle Alpi. Pochissimi i rifugi, assenti gli impianti di risalita, eccezion fatta per le strutture del passo Rolle. Attraversare il Lagorai significa camminare, anche per ore, senza incontrare anima viva. Non a caso, il Lagorai è chiamato il “Tibet delle Alpi”. L’ambiente è spesso severo, caratterizzato da immense pietraie di taglienti porfidi bruno-rossastri. Diviene quindi fondamentale, per chi voglia esplorarlo, attrezzarsi adeguatamente per trascorrere intere giornate senza poter contare sui servizi offerti da un rifugio.

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Oggi sono con il caro amico e compagno di avventure Riki. Lasciata l’auto nei pressi di un ponte (1570m) sito 800m prima della malga di Valmaggiore, si sale per il sentiero 336 in direzione del lago di Cece, dapprima su comoda mulattiera, poi su sentiero che, superando un’area devastata dalla tempesta Vaia del 2018, si inoltra nel bosco di abeti rossi.

Superata la zona di pascolo di Campigolo, si giunge in pochi minuti al lago di Cece, 1879m, dove è possibile fruire di un grazioso bivacco recentemente ristrutturato.

Appena attraversato il ponte sul ruscello emissario del lago di Cece, si devia decisamente a destra, costeggiando il lago per poche decine di metri, sino a che il sentiero si inerpica a sinistra sul costone boschivo. Si sale ripidamente giungendo in un ameno pianoro dove si trova il bivacco Caserina. Si procede superando un ponticello di legno sul torrente, portandosi quindi sulla sinistra orografica della valle. Il sentiero supera ora caratteristiche conformazioni rocciose levigate e, da lì a breve, si raggiunge il magnifico laghetto Caserina, 2087m.

Il sentiero prosegue traversando un pianoro verdeggiante dove pascolano sereni degli asini di montagna.

In breve, si apre agli occhi la vastità della valle orientale di cima Cece, val di Valonat, che ci si appresta a risalire, parzialmente su comodo nevaio, senza difficoltà alcuna.

Terminata la risalita della valle, si piega decisamente destra, risalendo ripidamente sino a giungere alla forcella Cece, 2393m.

Dalla forcella, si imbocca ora il sentiero 349 Achille Gadler, che traversa il costone del monte Cece su tracciato meno agevole. Si procede, infatti, su enormi blocchi di porfido levigato, spesso inclinati o instabili, guadagnando gradualmente quota, sino a raggiungere una vecchia croce metallica piegata.

Superata la croce, il sentiero piega sulla sinistra, inerpicandosi su un ripido canalone che guadagna la cresta e sbuca sul versante occidentale. Si segue il sentiero fino ad un bivio: a sinistra si raggiunge la cima e a destra si scende. Imboccato il sentiero di sinistra, dapprima si procede paralleli alla cresta, pochi metri più in basso, poi il sentiero inizia a salire con decisione. In questi ultimi metri prima della cima può accadere di smarrire la traccia, incuriositi dai numerosi ripari in pietra della prima guerra mondiale. Resta inteso che, puntando verso la cima, si raggiunge comunque la croce di vetta a 2754m.

La discesa avviene per la medesima traccia della salita e, giunti al bivio, si ripiega verso valle, a sinistra, superando un ripido canale detritico.

Si procede, ora, traversando una valle di pietra, con non poco disagio delle articolazioni, che devono trovare continuamente l’equilibrio sulle superficie inclinate dei blocchi porfirici. La fatica è peraltro ricompensata dalla vista del maestoso Dente di Cece, 2680m, che troneggia sopra il sentiero.

L’itinerario prosegue ora perdendo gradualmente quota, sino a raggiungere agevolmente forcella Valmaggiore, 2180m, dove sorge il bivacco Paolo e Nicola. In poco più di un’ora, passando dalle rocce al fitto bosco, si raggiunge Malga Valmaggiore, percorrendo il sentiero 365.

Traversata della Val Fonda e del ghiacciaio del Cristallo (tra passato e presente)

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EEA – CANALE VAL FONDA: II grado – GHIACCIAIO: PD
DURATA: 8/9 h – DISTANZA: 19 km – DSL: 1330 m+

DATA: 8 agosto 2020 (con aggiornamenti sullo stato del ghiacciaio del Cristallo al 19 luglio 2021)

PREMESSE (follow ENG)

È da anni che ho in mente di fare questo giro: la traversata della Val Fonda, da Ponte de la Marogna, superando il ghiacciaio del Cristallo per giungere al Passo del Cristallo, 2808m, e da lì discendere al passo Tre Croci per la ripida Graa de Cirigières. La titubanza nell’affrontare tale itinerario nasce dal fatto che, ad oggi, non si trovano recensioni complete di questa traversata in periodo estivo, complice anche il fatto che, per la maggior parte del tragitto, non si tratta di un vero e proprio sentiero numerato ma di una traccia. Le vecchie guide cartacee restano abbastanza sul vago. La Fabio Cammelli del 1994 parla di “traversata alpinistica di alta difficoltà”, considerando però l’itinerario nel verso opposto, con partenza dal Tre Croci. Online, esiste un unico reportage, molto accurato, datato 2013, dove però non si raggiunge il passo Cristallo. L’incognita resta, ovviamente, lo stato di innevamento del ghiacciaio. Da non dimenticare, infatti, che il ghiacciaio del Cristallo era pur sempre uno dei più estesi ghiacciai delle Dolomiti, con i suoi 35 ettari misurati nel 1957, e che qui, nell’agosto del 1888, perse la vita il celebre alpinista Michele Innerkolfer, cadendo in un crepaccio a seguito del crollo di un ponte di neve (che aveva già percorso nella salita con i suoi clienti poche ore prima).

fig. 0. Il crepaccio a quota 2700m in cui perì Michel Innerkolfer. Tratto da W. Eckerth, Il gruppo del monte Cristallo, Ed. Cooperativa di Cortina d’Ampezzo, 1989.

Il CAI di Conegliano, nell’estate del ’69, evidenziava “crepacci laterali, bocche di ghiacciaio e morene affioranti”. Il glaciologo G. Perini osservava nell’agosto dell’81 “crepacci più marcati sul lato destro del ghiacciaio”. La guida Camillo Berti del ’91 parla di “canalone di ghiaccio crepacciato che richiede esperienza alpinistica su ghiaccio ed attrezzature adeguate”. La guida Fabio Cammelli del ’94 descrive il tratto apicale del ghiacciaio come “assai ripido e crepacciato”. La guida di sci alpinismo Burra-Galante del 2014, afferma che il ghiacciaio “presenta anche crepacci, generalmente occlusi dagli accumuli di valanga”. Il CAI di Conegliano, nell’aprile 2015, evidenzia un “grosso serracco” a pochi metri dal passo Cristallo. A questo punto, sono vinto dalla curiosità di esplorare questo ghiacciaio! Ed eccoci quindi qui con il capace compagno di cordata Paolo, che ha prontamente accettato di accompagnarmi in questa avventura!

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Lasciata la macchina a Ponte de la Marogna, ci si incammina in direzione S sull’ampio greto del torrente fino ad inoltrarsi, superato un tipico canyon dalle pareti strapiombanti, nella selvaggia e remota val di Fonda.

fig. 1

Si procede, sempre verso S, guadagnando lentamente quota, guadando un paio di volte il rio Fonda e risalendo la valle su ghiaie e rocce instabili, fino a presto smarrire la traccia vera e propria.

fig. 2

Il punto di riferimento diviene quindi una cascata da avvicinare sul fronte occidentale, fino a che si individua una timida traccia che sale tra ghiaie e chiazze d’erba.

fig. 3

La traccia devia quindi con decisione verso W, per poi ripiegare in salita in direzione E. A questo punto, ci si trova ai piedi di un salto di roccia che, come un enorme scalino, separa la val Fonda dal circo del Cristallo. La traccia diviene sempre più incerta, fino a perdersi tra gli smottamenti che l’hanno sormontata.

fig. 4

Si procede quindi con passo fermo e sicuro su terreno franoso, puntando al canalone da cui scende ripido il rio Fonda. Rigorosamente muniti di caschetto, si inizia la salita di uno dei tratti più delicati dell’itinerario, definiti dalla guida C. Berti, ed. ’91, come “turisticamente non facile“. Si suggerisce di guadare il rio e portarsi sulla parete sinistra del torrente per iniziare a salire i primi metri.

fig. 5
fig. 6

Poco dopo, risulta necessario attraversare nuovamente il rio portandosi al centro del canale su un affioramento roccioso compreso tre le acque vivaci che scendono a sinistra con cascatella e quelle più timide che scendono sulla destra del canalone. Si procede quindi arrampicando, cercando di mantenere una traiettoria il più possibile vicina al torrente a sinistra. Si superano tre salti rocciosi particolarmente insidiosi, non tanto per la difficoltà tecnica della scalata quanto perché gli appigli risultano particolarmente inaffidabili, cedendo alla minima pressione. Attenzione, inoltre, alle rocce sdrucciolevoli su cui si cammina. NOTA: a metà salita si trova un punto di sosta attrezzata. In caso si provenga dal verso opposto, appare sensato svolgere la discesa in corda doppia. Procedendo invece nella direzione da noi preferita, il primo può agevolmente assicurare ad una corda chi, più sotto, dovesse trovarsi in difficoltà. In alternativa, è possibile non entrare nel canale del torrente ma salire, in prossimità del grande masso di cui in fig. 4, imboccando un ripido canale ove nella primavera del 1885 il CAI Alpino Austro-Tedesco aveva allestito un sentiero attrezzato. Maggiori dettagli sull’ubicazione di tale accesso e sulla descrizione del sentiero attrezzato possono reperirsi qui.

fig. 7
fig. 8

Superato il balzo di roccia, l’ambiente muta completamente. Il circo del Cristallo si perde a vista d’occhio nella sua maestosità, sovrastato sul versante orientale dalle ripide ghiaie del circo glaciale del Piz Popena.

fig. 9

La linea immaginaria da tenere è ora centrale, mirando al canale N tra cima Cristallo e il Cristallo di mezzo, fino a raggiungere quota 2300 circa, su area più pianeggiante, dove a fine nell’800 il ghiacciaio premeva imponente (fig. 11). Da questa posizione si possono finalmente ammirare il ghiacciaio del Cristallo, sormontato dall’omonimo ripido passo. 

IL GHIACCIAIO DEL CRISTALLO

Un ghiacciaio è, innanzitutto, storia. Una storia che ho voluto approfondire, prima di compiere questa traversata, per meglio capire i mutamenti che la nostra montagna sta subendo.

Paul Grohmann, nel 1862, scriveva: “Da Carbonin sono stato tre volte al passo del Cristallo e due volte ho trovato facile la traversata del ghiacciaio, ma quanto invece ci andai la prima volta con Ploner e Angelo Dimai, il centro del ghiacciaio, ove questo assume la sua massima pendenza, era sconvolto da numerosi crepacci, per cui, per passare, dovemmo usare corda e piccozza, impiegando ben quattro ore sino al passo (…)”. Pochi anni dopo, W. Eckert descriveva l’attraversamento del ghiacciaio avvenuto in data 24 luglio del 1879: “Un grande buco imbutiforme si apriva nel centro del circo glaciale e dava nell’occhio in modo particolare, facendo pensare all’esistenza di un crepaccio colmo di neve; una cinquantina di metri più su, due crepacci aperti indicavano in modo assolutamente inequivocabile una spaccatura che attraversava tutto il ghiacciaio. A quota 2650, divisi da un ponte di neve piuttosto largo che saliva dal fondo, si aprivano altri due crepacci, notevolmente più grandi dei precedenti, rilevatori di una seconda gigantesca spaccatura che a sua volta tagliava il ghiacciaio per traverso. I crepacci erano larghi circa 3 metri, profondi 4 e lunghi da 6 a 8. Le parete laterali scendevano lisce e verticali sul fondo che era coperto di neve e apparentemente piuttosto piatto, sicché i crepacci sembravano due strette stanze scoperchiate. Finalmente, a quota 2700, dove il ghiacciaio diventa improvvisamente più ripido, appariva quell’enorme crepaccio che non si riempie mai di neve, neanche negli inverni più nevosi (…) Questo crepaccio era poco più largo ma notevolmente più profondo del precedente e le sue pareti non scendevano verticali, ma inclinate l’una verso l’altra cosicché esso tanto più si restringeva quanto più diventava profondo. Il suo bordo dalla parte del passo sovrastava quello inferiore di almeno due metri e nessun ponte di neve scavalcava completamente lo spacco. Per superarlo bisognava scendere per un ponticello di ghiaccio, coperto di neve, che attraversava trasversalmente la spaccatura dalla quale, arrivati circa nel mezzo, si poteva raggiungere un ponte di neve inarcantesi arditamente verso l’orlo superiore“. Scriveva J. Rabl nel 1882: “a causa della ripidezza della falda rocciosa su cui poggia (il ghiacciaio) esso è molto crepacciato e presenta una bella fronte glaciale solcata da azzurri seracchi iridescenti“. (Führer durch das Pusterthal u. die Dolomiten). Nell’agosto del 1888, uno dei ragazzi accompagnati dalla guida M. Innerkolfer, tragicamente perita nel crollo del ponte di neve sul crepaccio di quota 2700m, riferiva di essere caduta nel fondo, a ben 20 metri di profondità. Il 26 agosto 1933, il glaciologo Celli scriveva che il ghiacciaio “inizia al passo del Cristallo con larghezza di poco superiore al centinaio di metri e scende allargandosi man mano, contenuto tra le ripide pareti del Cristallo e del Popéna, sino al termine dello sperone N del Popéna, ove presenta una fronte di quasi 500m di larghezza“. Il ghiacciaio – aggiungeva Celli – “ha lunghezza nel senso del pendio di circa 1200m, larghezza media di circa 325m e inclinazione media di circa 25°. (…) In proiezione orizzontale la superficie risulta di 36 ettari. (…) La quota più bassa del ghiacciaio fu riscontrata a 2308m“. Celli, inoltre, misurò la fronte del lobo orientale a 2320m e quella del lobo occidentale a 2295m. A distanza di quasi vent’anni, il 30 agosto 1950, il glaciologo Nicoli rimisurava l’altitudine dei due lobi del ghiacchiaio: 2270m il lobo orientale e 2305m il lobo occidentale. Trascorsi trent’anni, nell’agosto del 1981, il glaciologo G. Perini registrava una quota minima del fronte a 2330m. Osservando la cartagrafia, la Tabacco ed. ’85 mostrava come il ghiacciaio, nella parte sommitale, si ergesse ancora fino il passo Cristallo, e come fosse costituito da tre elementi: un ghiacciaio principale, che sale al passo del Cristallo tra il sottogruppo del Piz Popéna e le cime del Cristallo; un grande nevaio, centrale, che scende dal c.d. canale nord, tra la vetta principale del Cristallo, 3205m, e la vetta del Cristallo di mezzo, 3154m; un terzo nevaio minore, che scende da un canalino tra la cima del Cristallo di mezzo e la cima Nord-Ovest, 2950m. “Nella parte mediana del ghiacciaio – osservava Perini nell’estate del ’85 – si notano numerosi crepacci aperti“. A distanza di pochi più di trent’anni dalle prime osservazioni del glaciologo Perini, molto è cambiato…Consultando la carta Tabacco ed. 2017, si osserva come il ghiacciaio si sia ritirato fino a quota 2400m, abbandonando a est, sotto le pendici del Popéna, un isolotto di ghiacciaio a sé stante (il distaccamento del lobo orientale era invero avvenuto già nel 2007). La parte sommitale non raggiunge più il passo del Cristallo ma è retrocessa di una trentina di metri circa. Il secondo nevaio, a ovest del canale nord, è scomparso.  Nell’agosto del 2018, Perini misura una regressione di 14 metri del fronte rispetto al 2015. Scrive Perini: “Il ghiacciaio (…) è completamente asimmetrico, perché il lobo sinistro (…) è risalito ormai al di sopra del grande affioramento roccioso. (…) La fronte del ghiacciaio, in corrispondenza del lobo destro, scende ancora al di sotto dell’affioramento roccioso. Questa terminazione, coperta da uno strato spesso di detriti, è ancora parzialmente visibile grazie ad un leggero rigonfiamento“. Vediamo ora la carta Tabacco ed. 2019. Sebbene il fronte si attesti sempre intorno a quota 2400m, il ghiacciaio si è paurosamente ristretto in larghezza! Il nevaio del canale nord, inoltre, non è più segnato…

fig. 11 Il ghiacciaio in una cartolina di fine ‘800. L’affioramento roccioso centrale è praticamente sommerso dalla morsa del ghiacciaio. Tratto da W. Eckerth, Il gruppo del monte Cristallo, Ed. Cooperativa di Cortina d’Ampezzo, 1989.
fig. 11.a Il ghiacciaio del Cristallo a fine ‘800. La fronte del ghiacciaio è imponente e fortemente crepacciata.
fig. 11.0 Il ghiacciaio fotografato da Piera Nicoli nel 1951. La fronte del ghiacciaio è retrocessa e si sono formati i due lobi frontali, che abbracciano quasi completamente l’affioramento roccioso.
fig. 11.1 Il ghiacciaio negli anni ’80. Tratto da Remo Pedrotti, Dolomiti Orientali, 1982. Si noti a quale altezza il ghiaccio vivo insista sull’affioramento roccioso che separa i due lobi. Si confronti la situazione attuale in fig. 17.
fig. 11.2 Il ghiacciaio fotografato dal glaciologo Perini nel 1981. L’affioramento roccioso centrale è ancora coperto in parte dal ghiaccio.
fig. 11.3 Il ghiacciaio fotografato dal glaciologo Perini nel 1983.
fig. 11a. Il ghiacciaio del Cristallo negli anni ’90. Foto tratta da Fabio Cammelli, Guida alpinistica escursionistica del Cadore e Ampezzo, Ed. Panorama Trento, 1994
fig. 11.aa Il ghiacciaio del Cristallo, veduta aerea, nel 2007. L’affioramento roccioso è completamente scoperto. Il lobo è in drastica regressione. (foto Regione Veneto-ARPAV, 2007)
fig. 11b Il ghiacciaio oggi, agosto 2020. Il lobo occidentale si è completamente ritirato ed il lobo orientale è parzialmente sommerso da detrito galleggiante.

Ed ecco qui i rilevamenti svolti in questa spedizione ricognitiva! Si confermano le osservazioni del Perini in merito all’asimmetria del ghiacciaio. Difficile stabilire, tuttavia, dove inizi il vero ghiacciaio, a causa della presenza di detriti e di un nevaio, sulla fronte occidentale, già da quota 2350m. Nevaio, che peraltro, copre interamente il canale N tra la cima del Cristallo e il Cristallo di mezzo.

fig. 12
fig. 13

Si raggiunge quindi la base del massiccio affioramento roccioso che divide il ghiacciaio in due lobi. Il lobo orientale ha una fronte apparentemente netta e visibile, a quota 2390, in corrispondenza del menzionato affioramento. Fabio Cammelli, nella sua guida “Dolomiti – Monte Cristallo” datata 2010, suggerisce di attaccare il ghiacciaio dal lobo orientale (F. Cammelli, Dolomiti – Monte Cristallo. Collana 101% Vera Montagna, Ed. Paolo Beltrame, 2010, p. 198). (fig. 13a).

fig. 13a

A distanza di dieci anni, il lobo occidentale ci appare più agevolmente percorribile. Favoriscono tale scelta anche le osservazioni delle immagini satellitari che evidenziano maggiore crepacciatura sul lobo orientale del ghiacciaio (vedi infra). Anche la traccia presente sulla cartografia suggerisce di attaccare il ghiacciaio dal lobo orientale dove, peraltro, non riscontriamo che qualche timida traccia di nevaio. Saliamo per diversi metri sulla roccia viva, segnata negli anni dall’azione erosiva del ghiacciaio; sulla sinistra, una sottile striscia di nevaio, e sulla destra un bel ruscello di acqua di fusione, al punto che inizio fortemente a dubitare vi possa essere alcunché di simile ad un ghiacciaio in questo tratto.

fig. 14 Salita lungo il lobo sinistro del ghiacciaio, una volta completamente coperto di ghiaccio, ora presenta solo rare tracce di neve e ghiaccio, sotto forma di timide lingue incuneate nella roccia.
fig. 15
fig. 15a
fig. 16 Là dove fino agli anni ’80/90 insisteva imponente la fronte del ghiacciaio e si diramava il lobo occidentale, oggi solo roccia.

A quota 2490m, abbiamo completato la salita del lobo occidentale e ci troviamo a monte dell’affioramento roccioso, sul quale è ben visibile la linea di erosione svolta dal ghiacciaio nei tempi che furono. Tale linea ci permette di comprendere quanto alto fosse il ghiaccio rispetto ad oggi! Basti osservare le foto degli anni ’80 e ’90 per distinguere chiaramente come l’affioramento roccioso fungesse da “freno” di tutta la fronte del ghiacciaio.

fig. 17

A questo punto, troviamo una comoda placca coperta di detriti morenici a monte dell’enorme gradone centrale e ci prepariamo per la traversata del ghiacciaio e l’ascensione al passo. Non c’è traccia alcuna da seguire (e, d’altro canto, non abbiamo incontrato nessuno fino ad ora). Fabio Cammelli, nella sua guida “Dolomiti – Monte Cristallo” del 2010, scrive che il percorso da seguire “è soggetto di anno in anno a sensibili cambiamenti, a seconda del grado di innevamento e della presenza di crepacci. Non solo, ma il rapido e progressivo scioglimento delle nevi nel corso dell’estate, fa sì che la scelta della via di salita debba essere adattata alla situazione oggettiva, che può variare anche di settimana in settimana”. (F. Cammelli, Dolomiti – Monte Cristallo. Collana 101% Vera Montagna, Ed. Paolo Beltrame, 2010, p. 198). Il ghiacciaio, comunque, è, per la maggior parte, coperto di neve e sale con un’inclinazione di circa 25°. I ramponi fanno quindi facilmente presa e la progressione risulta sicura. Decidiamo, quindi, di salire mantenendoci leggermente sulla destra. Dopo una cinquantina di metri, al centro, è possibile ammirare l’unica zona di ghiaccio vivo non coperta da neve.

fig. 18
fig. 19

Un possibile crepaccio longitudinale coperto dallo strato superficiale del nevaio… sarebbe molto utile capire quanta neve c’è sopra il ghiaccio vivo.

fig. 20

Si procede quindi deviando leggermente a sinistra, portandosi sopra l’area di ghiaccio vivo, a centro del ghiacciaio, e si guadagna rapidamente un piacevole quasi-pianoro che permette di rilassare le gambe. Qui si traversa leggermente in direzione E per entrare nel tratto apicale più ripido del ghiacciaio. Come si vedrà in fig. 22c, sconsiglio di procedere più alti verso la parete del Cristallo per la presenza di un paio di crepacci periferici che formano due grandi virgole nei pressi dello sperone roccioso. Nei pressi del restringimento del ghiacciaio, inoltre, dovrebbe trovarsi il famigerato crepaccio dove perì Innerkofler. In merito, Fabio Cammelli scrive che “intorno a quota 2700 si trova un lungo e profondo crepaccio trasversale: il ponte di neve che veniva usato una volta per superarlo, e il cui crollo fu la causa della tragedia in cui perse la vita la guida Michel Innerkofler, non esiste praticamente più, anche perché sia la larghezza che la lunghezza del crepaccio si sono ridotte in maniera significativa nel corso degli ultimi anni.” Cammelli suggerisce, quindi, di oltrepassare quest’area tenendosi il più possibile sulla sinistra (destra orografica del ghiacciaio) (F. Cammelli, Id., p. 198).

fig. 21

L’ultimo tratto richiede maggiore impegno, sia a causa dell’incremento dell’inclinazione del pendio sia, soprattutto, al fatto che la parete del Piz Popéna è particolarmente vicina. Per questo, scelgo una traccia praticamente verticale, procedendo a fatica con passo incrociato. Tale strategia, certamente sfiancante, si rivela vincente. A breve, infatti, un masso di 10Kg rotola giù dal Piz Popéna e rimbalza ad una ventina di metri da me, per poi iniziare a rotolare sempre più veloce a valle. Fortuna che Paolo era quasi sulla mia linea e si limita a fare un paio di passi più verso il centro del pendio! La pendenza aumenta gradualmente appropinquandosi al passo, che sta esattamente sulla linea dell’orizzonte in fig. 22. E’ per questo che, fino all’ultimo, siamo rimasti sulla neve, dove i ramponi ci garantivano una presa sicura. Salendo sulla prima roccia che si incontra, infatti, per ogni passo che si compie, si scende di mezzo metro sulla ghiaia franosa.

fig. 22
fig. 22

Il passo è ormai raggiunto, a 2808m. Come si evince dalla foto, la terminale del ghiacciaio (o, piuttosto, il nevaio) ha inizio ad una ventina di metri a N del passo, subito sotto un salto di roccia alto un paio di metri. Il serracco evidenziato nell’aprile del 2015 dal CAI di Conegliano non esiste più. Suppongo che, in periodo primaverile, possa trovarsi in corrispondenza di quel salto di roccia, considerata l’improvvisa pendenza che assume il canalone. Ciò detto, è doveroso svolgere una breve considerazione finale sul tema. Percorrendo il ghiacciaio in agosto, abbiamo riscontrato la pressoché assenza di notevoli crepacci “visibili” ed una zona particolarmente limitata di ghiaccio vivo. Il famoso e profondo crepaccio descritto da W. Eckerth nel 1879 e poi da Cammelli nel 2100, a quota 2700, è sicuramente “ridimensionato” ma non è certo scomparso. Il ghiacciaio del Cristallo è quindi tutt’altro che estinto e non può essere traversato senza adottare le opportune cautele (cioè, come minimo, in cordata e con i ramponi). Come si può osservare dalle seguenti immagini satellitari scattate nel primo periodo autunnale, quando la neve dell’inverno precedente si è oramai sciolta, il ghiacciaio, al di sopra dell’affioramento roccioso, presenta evidenti crepacci, sia trasversali che longitudinali. La seconda foto comprova la conformazione dei crepacci nella prima parte del ghiacciaio. Probabilmente, non ne abbiamo riscontrato l’esistenza in quanto erano coperti da un compatto strato di neve, ma esistono visibili crepacci nell’area compresa tra il lobo orientale e il centro del ghiacciaio poco sopra l’affioramento roccioso. Da evitare quindi in ogni periodo dell’anno, a mio avviso, la traversata del lobo orientale e preferire, comunque, una traiettoria di salita a metà via tra le pareti del Cristallo e il centro del ghiacciaio.

fig. 22a
fig. 22b
fig. 22b+ Con leggero innevamento

Da non sottovalutare, infine, un paio di crepacci periferici nei pressi dell’imbocco dell’ultimo ripido e più stretto canalone, sotto le pareti del Cristallo e un altro a ridosso delle pareti del Piz Popena. È probabile che un unico grande crepaccio trasversale: quello a 2700 dove perse la vita Innerkofler. Si consiglia, quindi, di tenersi ben centrali all’entrata dell'”imbuto”.

fig. 22c Con leggero innevamento
fig. 22d Crepaccio visibile ai piedi del Piz Popéna, superando la strettoia del ghiacciaio.

Eventuali ulteriori considerazioni sullo stato del ghiacciaio del Cristallo alla data del 19 luglio 2021 sono reperibili qui.

La discesa dal passo Cristallo

Il passo Cristallo non è proprio un luogo comodo e ameno ma piuttosto una ripida e stretta forcella, con un panorama spettacolare sul ghiacciaio del Cristallo a N e sul Sorapis a S.

fig. 23
fig. 24
fig. 25

I primi 50m di discesa verso il passo Tre Croci sono particolarmente impegnativi. Si procede per brevi salti di roccia fino a traversare e discendere, con passo fermo e sicuro, per un canalino detritico di roccia marcia e molto instabile. Il rischio non è solo di scivolare quanto di essere investiti da rocce smosse da chi precede nella discesa.

fig. 26

Superato questo tratto insidioso, la traccia scende, segnalata da ometti, lungo il versante orientale della valle, sul comodo e piacevole ghiaione della Graa de Cirigières, per poi deviare in diagonale verso W, di nuovo sotto le pareti del Cristallo. Si traversa quindi agevolmente un facile canale scavato da una frana per rimontare il sentiero che costeggia il muro del Cristallo scendendo verso S.

fig. 27

A questo punto, ci si trova di fronte ad un bivio. A sinistra il sentiero si perde in una immensa frana; a destra il sentiero procede diritto, perdendosi tuttavia anche esso in un profondo canalone scavato da una più recente frana. Risulta quindi più sicuro risalire in diagonale portandosi alla base della parete, dove è possibile traversare il canale, peraltro non senza difficoltà. Le rocce sono infatti instabili ed il fondo particolarmente franoso. Tale passaggio richiede passo sicuro.

fig. 28

Ora le difficoltà sono finalmente superate e si scende ad ampie serpentine tra pini mughi e bosco fino al Passo Tre Croci.

Per una visione ancora più completa, vi invito a leggere anche la relazione del mio amico Paolo, grande compagno in questa traversata, e la rappresentazione virtuale dell’itinerario su mappa!

ENGLISH VERSIONE – PREMISE

I’ve been thinking over this trek for years: make the crossing of Val Fonda, starting from Ponte de la Marogna, rising all the Val Fonda, crossing the Ghiacciaio del Cristallo, up to Passo del Cristallo, 2808m, then down to passo Tre Croci through the steep Graa de Cirigières. On the other hand, my concern is that I can’t find any complete summer reviews about this trek. One of the main reason is that most of the trek is not on marked path but on a track, so people avoid it (I assume). Even the old guide books are quite evasive on that trail. “High difficult alpine crossing” says the Fabio Cammelli guide book edition ’94, considering the trail in the opposite direction.  Online, there is just one very good summer review but it’s dated 2013 and the alpinisit did not reach the passo Cristallo. Needless to say that the uncertainity pertains to the snow condition of the glacier. Indeed, it must not been forgotten that the Cristallo glacier was one of the largest glacier of the Dolomites, with 35 hectares measured in 1957, and here, in August 1888, the renowned alpinist Michele Innerkolfer died falling in a crevesse after the collapse of the snow bridge (already crossed during the ascent with his clients few hours before) (fig. 0). During the summer of ’69, the CAI, division of Conegliano, pointed out “lateral crevasses, glacier openings and outcropping moraines”. In August ’81, the glaciologist G. Perini observed “more marked crevasses on the right side of the glacier“. The Camillo Berti guide book, ed. ’91, described a “frozen crevassed couloir requiring alpine experience and proper equipment“. The Cammelli guide book, ed. ’94, described the upper part of the glacier as “very steep and crevassed“. The ski-mountaineering Burra-Galante guide-book, ed. 2014, says that the glacier “shows crevasses, generally covered by avalanche snow accumulation“. The CAI of Conegliano highlights “a large serac” a few meters from passo Cristallo. Having said that, the curiosity is just too strong. So here we are with the skill friend and climbing partner Paolo, who promptly accepted to join me in this adventure!

DESCRIPTION

We leave the car at Ponte de la Marogna and we walk S, on a large stream bed, until we cross a typical canyon with steep walls and we enter the wild and remote val di Fonda (fig. 1). Then we go on, always S direction, slowly gaining elevation, crossing a couple of time the stream Fonda and climbing the valley on unsteady gravels and rocks, until the path disappears (fig. 2).  The direction to follow is now a small cascade, to be approached from the western side of the valley. On the right of the cascade, a faded path rises among gravels and leaks of green grass (fig. 3). The path now goes straightly to W and then moves again to E. At this point, we are at the bottom of the large rock ledge that divides the val di Fonda from the Circo del Cristallo. The path is more and more uncertain till is completely deleted by landslides (fig. 4). It is now necessary to move on with steady steps on uncertain and unstable terrain toward the couloir where the stream Fonda drops. Helmets on, one of most difficult part of the trek starts now. “Turistically not easy” said the C. Berti guide-book, ed. ’91. My advice is to cross the stream and go on the left wal to climb the first meters (fig. 5 – 6). Then, it is better to cross again the stream and stay at the middle of the couloir, between the lively stream that drops on the left and more timid stream the comes down on the right side. Now we start climbing, trying to keep a line the nearest possible to the left stream. We climb trhee insidious rocky ledges, not because of the climbing difficulty but because the rock is very uncertain, collpasing at the minimum hand pressure. In addition, the rocks are wet and slippery so pay attention! NOTE: at the half of the climb, there is an equipped climbing rest point. In case you come downhill from the opposite direction, it seems to be smart to rappelling. Climbing from val di Fonda, as we do, the leader can fix a rope to secure the others who are in difficulties. On the other hand, I think it is possible to climb the right wall of the gully instead of entering it. That route seems to be more direct but it is surely more exposed (fig. 7 – 8). W. Eckert wrote in 1891: “These ledges can be overtaken thanks to a wooden staircase perfectly wedged in the rocks. Before the staircase was installed, the ledges could be overtaken only climbing at the side of the cascades; a 15 minutes climb very near to the bubbling water that was not among the nicest things in the cold mornings“. After 130 years, climbing this couloir happens the same way! Once the gully is passed, you enter in a enter a completely different scenario. The glacial cirque of Cristallo is lost of an eye, surrounded by the steep gravel of the Piz Popèna on the eastern side (fig 9). Now the imaginary line to follow is the canale N between the summit of Cristallo and Cristallo di mezzo, until a plateau located at 2300m of altitude. Here, you finally have a complete view of the Cristallo glacier, sorrounded by the steep passo Cristallo.

THE CRISTALLO GLACIER

A glacier is history, first of all. An history that I decided to learn before making this crossing, in order to better understand the changings that our mountains are facing. On July 1879, W. Eckerth described the glacier as it follows: “a large funnel-shaped hole lies at the middle of the glacier, likely hiding a crevasse full of snow; fifty meters up, two open crevasses showed a crack crossing all the glacier. At 2650 meters of altitude, separated by a snow bridge, there were other two crevasses, larger than the other mentioned before, that indicate a second very large crack which cuts across the glacier. These crevasses were 3m wide, 4m deep and 6/8m long. The lateral walls fall smooth and vertical to the bottom, which was covered by snow and apparently flat. Finally, at 2700m of altitude, where the glacier becomes suddenly steeper, an enormous crevasse appeared, and the snow never managed to fill it, not even during the most snowy years. (…) This crevasse was slightly wider than the former but very deeper and the walls did not fall vertically but inclined toward each other. The edge from the side of the Passo del Cristallo was higher 2 meters than the lower edge and there was no bridge to completely cross the hole. In order to pass it, it was necessary to get off from a small iced bridge, covered by snow, and cross the crack where, in the middle, there was another small bridge of snow that reaches the high edge” (fig. 0). In 1882, J. Rabl wrote: “because of the steepness of the layer where the glacier lies, it is full of crevasses and it shows a nice front crossed by light blue iridescent seracs“. (Führer durch das Pusterthal u. die Dolomiten). On August 1888, the young man fallen in the crevasse together with his guide, M. Innerkolfer, who tragically died, said he felt 20 for meters down in the crevasse. On August 26, 1933, the glaciologist Celli wrote that the Cristallo glacier “starts at passo del Cristallo, with a width of more then 100m and comes down the valley broadening, between the steep walls of the Cristallo and Popéna, till the end of the N ridge of the Popéna, where it has a front of almost 500m width“. The glacier – he said “has a lenght of around 1200m, average width of around 325m and inclination of around 25° (…) On horizontal proiection, the area is around 36 hectares (…) The lowest front stays at 2308m of altitude“. In particular, Celli measured the eastern lobe front at 2320m of altitude and the western one at 2295. After almost twenty years, the glaciologist Nicoli measured the altitude of the lobes of the glacier again, on August 30, 1950: 2270m the eastern lobe and 2305m the western lobe. After thirty years, the glaciologist G. Perini measured the minimum front altitude of the glacier at 2330m of altitude, in August ’81. The Tabacco map, ed. ’85, showed that the upper part of the glacier covered the passo Cristallo and the glacier was made by three elements: a principal glacier, who raised between the Piz Popéna and the Cristallo peaks; one steep snowfield, coming down through the so called “Canale Nord”, between the Cristallo summit, 3205m, and the Cristallo di mezzo summit, 3154m; another smaller snowfield, descending between the Cristallo di mezzo summit and the North-West summit. “In the median area of the glacier – write Perini in the summer of ’85 – there are several open crevasses“. Again, after more than 30 years, a lot has changed. Checking the Tabacco map, ed. 2017, it is possible to see that the front has regressed around 2400m of altitude, leaving East, under the Popéna walls, an isolated island of ice (actually the separation of the eastern lobe happened in 2007). The upper part doesn’t reach the passo Cristallo anymore but is regressed of around 30m. The first snowfield, located west of Canale Nord, has disappeared. In August 2018, the glaciologist Perini measured a regression of the front of around 14m compared to 2015. “The glacier (…) is completely asymmetric, because the left lobe is raised up the big rocky outcrop. (…) The front of the right lobe still goes down the rocky outcrop. This front, covered by a thick lay of debris, is still visible thanks to a slight bulge“. Let’s see now the Tabacco map, ed. 2019. Even though the front stays around the 2400m of altitude, the glacier has dramatically narrowed! Then, the snowfield located in Canale Nord it is not shown anymore… And now we are: today, 8 August 2020, with the skilled climbing partner Paolo, who promptely accepted to join me in this adventure! So let’s see the measures made during this expedition! We confirm the data gathered by Perini regarding the asymmetry of the glacier. Unfortunately, it seems quite difficult to understand where the glacier starts, because of a lot of snowfields and debris above it. In particular, there is a large snowfield which maybe covers the western lobe and its front stays at 2350m of altitude. In addition, this snowfield also completely covers the couloir canale N, between the Cristallo and Cristallo di mezzo. Is any glacier still over there, under the snow??? We really don’t know! (fig. 12 – 13). Then we reach the bottom of the massive rock which separates the glacier into two lobes. The eastern lobe has a front which is aupposedly neat and visible, at 2390m of altitude. We decide to climb the right side on the western lobe, as suggested by the Tabacco map. Over there, there is some very shy trace of snow. We climb for a few meters on the vivid rock, marked by the glacier erosion during the years. I deeply doubt that somekind of glacier can stay under my feet.. (fig. 14 – 15 – 16). At 2490m of altitude, we have completely crossed the western lobe and we are at the top of the big rock that divide the glacier. It is well visible a line on the rock where the glacier used to hit and erode over the past years. It is incredible to realize how high was the eight of the glacier compared to nowadays!!! (fig. 17) Then we find an easy plaque to sit and we prepare the equipment to cross the glacier. The ice is covered by snow and the glacier has an inclination of around 25°. The crampons have a great grip and the climb is pretty safe and easy. After fifty meters, it is possible to see the only uncovered living ice of the glacier (fig. 18 – 19). A possible crevasse (fig. 20). We turn slightly left to the middle of the valley, at the top of the iced bulge, entering a less steep area where we can relax our legs. Here, we cross E in order to face the last steeper part of the glacier (fig. 21). This last part is more demanding, both because of the high steep and, above all, because of the Piz Popéna wall which is very near. That is why I choose to prefer a central line, going ahead with a difficult crossed step. This strategy, which is surely very tiring, reveals to be the best. Indeed, a 10kg rock falls down from the Popéna out of the blue, twenty meters far from me and quickly flies down the glacier. Lucky Paolo who is more or less in my line and he just walks two steps to the middle of the glacier! (fig. 21 – 22). The passo is now reached, at 2808m. As we see in the picture, the glacier (or the snowfield) starts just thirty meters N down the passo Cristallo, behind a 2m eight cliff. The serac highlighted by the CAI, Conegliano, in April 2015 does not exist anymore. It is likely that, during spring, the serac could be over that cliff, considering the sudden steepness that the gully has. Having said that, a brief comment must be done. We haven’t found any important visible crevasses and we have seen just a limited small area of lively ice, crossing the glacier in August. The famous and deep crevasse described by W. Eckerth in 1879 at 2700 of altitude seems to be disappeared. Anyway, his doesn’t mean that the glacier can be safely crossed without the due diligence (i.e. securing themselves with a rope). Looking at the following satellite pictures taken in autumn (fig. 22a – 22b), I think, when the summer snow is melted, it is possible to easily see several crevasses, around the big rocks that divides the glacier in two lobes. The second picture confirms the shape of the crevasses in the first part of the glacier. It is likely that we haven’t found them since they are covered by the snow. Here the location of the most important ones: 46.579911, 12.205201; 46.579772, 12.205146; 46.579286, 12.204673; 46.579421, 12.204602; 46.579397, 12.204429; 46.579728, 12.205755. So, in conclusion, I would never suggest to cross the eastern lobe and, in any case, I would always prefer to keep an imaginary line in the middle between the Cristallo wall and the centre of the glacier. In addition, don’t forget a couple of two crevasses which stay near the restriction that leads to the upper part of the glacier: they are just under the rocks of the Cristallo (fig. 22c)

THE DESCENT FROM PASSO CRISTALLO

The passo Cristallo is not the easiest and best place to stay to relax but it is more similar to a steep and thin fork, with a beautiful N view of the Cristallo glacier and a S view of the Sorapis (fig. 23 – 24 – 25). The first fifty meters downhill from passo Cristallo are very challenging. The descent first occurs among moderate rock ledges, then crossing a very steep gully of crumbling rotten rocks, getting to the wall of the Piz Popéna. The risk is not only to slip down but to be hit by rocks moved from others in the upper part of the gully (fig. 26). Once this dangerous part is passed, the path goes down, following some “ometti”, toward the eastern side of the valley. Then, it turns again right, toward the Cristallo, crossing all the valley on the easy “ghiaione” of the Graa de Cirigières. The path now easily crosses a gully made by a landslide and the runs along the wall of the Cristallo (fig. 27). We now reach a junction: on the left, the path suddenly disappears into an enormous and tremendous landslide. We should take the right path but, again, it disappears into a more recent landslide. The solution is now to go up a few meters, next to the bottom of the Cristallo wall and try to cross the landslide on a very crumbling and unsafe terrain. This action requires steady step and concentration (fig. 28). The risks are now overtaken and the track goes downhill in broad serpentines, among mountain pines and the wood.