Dal Troi dei Milezinque al Cadin di Crodaccia per il Cadin del Ghiacciaio

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: E

DISTANZA: 18 km – DURATA: 6 h – DSL: 1200 m D+

DATA: 12 agosto 2022

PREMESSE

Esplorare non significa necessariamente sempre affrontare ripidi e dirupati pendii. Ci sono giornate in cui, o per ragioni meteorologiche o, banalmente, per rilassarsi, è possibile esplorare semplicemente camminando. È questo il caso presentato nell’odierno itinerario. Il meteo non promette bene e con Paolo si decide per una tranquilla passeggiata esplorativa senza caschi e imbraghi. L’obiettivo è una valle innominata, mai esplorata, conchiusa tra la Crodaccia Alta e la Crodaccia. Per arrivarci, eviteremo i sentieri numerati ma saliremo fino a Pratopiazza percorrendo una traccia singolare, spesso segnata con bolli blu, meglio nota come Troi dei Milezinque.

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Il Troi dei Milezinque pare così chiamarsi per l’altitudine dal quale parte. Lungo la strada statale che conduce a Carbonin, qualche tornante dopo il passo di Cimabanche, ecco una traccia che rimonta il costone erboso, inoltrandosi nel bosco (fig. 1). Superfluo sarebbe specificare a che quota ci troviamo 😉

fig. 1 L’attacco del Troi dei Milezinque

Il Troi prende subito quota (fig. 2) ed in breve conduce al facile guado del Rio di Specie. Traversato il rio, si giunge ad un’amena radura. Qui potrebbero nascere i primi problemi d’orientamento: qualche bollo blu, infatti, è presente, ma è posizionato sul lato a monte dei tronchi e non su quello a valle. In ogni caso, giunti alla radura, è necessario deviare a destra, direzione NE (fig. 3). Tale soluzione permette di raggiungere in breve il sentiero CAI n. 37 o la mulattiera, indicativamente nei pressi del quarto tornante.

fig. 2 Il Troi dei Milezinque nel primo tratto in salita
fig. 3 Paolo indica saggiamente la via da percorrere giunti alla radura

Montati sul sentiero n. 37, ci si potrebbe accontentare di procedere comodamente su nitida traccia fino al rifugio Vallandro… ma che gusto ci sarebbe… non sarebbe più un’esplorazione in stile Windchili! L’idea di base è che il Troi dei Milezinque sia invero la prima traccia storicamente aperta per arrivare a Prato Piazza. Una traiettoria diretta e veloce in mezzo al bosco, solo successivamente soppiantata dalla carrareccia e, ancora successivamente, dal sentiero CAI 37 (che di fatto si modella sulle linee della carrareccia). Pertanto, nei pressi del quinto tornante della carrareccia, ci addentriamo nuovamente nel bosco alla ricerca di una traccia e, dopo vario ravanage sul ripido versante orografico sinistro del Rio di Specie, ci imbattiamo finalmente in una morbida dorsale solcata da piuttosto evidente traccia (fig. 4).

fig. 4 Finalmente ritroviamo la traccia nel bosco

In breve, la traccia ci conduce fuori dal bosco, in una vasta radura prativa a valle della carrareccia (fig. 5). Procediamo quindi in direzione NW su comodi prati fino a che, in prossimità della curva a gomito a destra della carrareccia, si innesta una nitida traccia proveniente da un rilievo barancioso. La imbocchiamo e, facendoci strada tra i mughi, ci troviamo presto ad una quota di un cinquantina di metri a valle rispetto al Rifugio Vallandro, sopra una profonda ed angusta forra rocciosa che accoglie i primi salti del Rio di Specie (fig. 6).

fig. 5 La radura prativa dove spunta il Troi dei Milezinque
fig. 6 I primi salti di roccia del Rio Specie, prima di entrare nella profonda forra

Lasciata alle spalle la ripida forra, ci si apre di fronte un panorama delizioso: i noti verdi prati di Prato Piazza ci abbracciano e l’occhio non può che rilassarsi e godere di questo bucolico panorama (fig. 7 e 8).

fig. 7 Le sorgenti del Rio di Specie
fig. 8 I verdi prati di Prato Piazza

Traversando i prati senza via obbligata, ci teniamo leggermente a sinistra, puntando l’ora ben visibile Croda Rossa, fino a giungere ad uno steccato di legno. Lo saltiamo e scendiamo attraversando nuovi prati, fino a montare sul sentiero CAI n. 18. Procediamo per poche decine di metri sul sentiero n. 18, superando sulla sinistra il ponticello di legno che conduce alla Val dei Chenòpe e giungendo in breve ad una radura prativa dove sorgono alcuni casoni di legno. Superiamo un nuovo steccato di legno e, con deviazione sulla sinistra poco dopo una magnifica veduta da cartolina (fig. 9), giungiamo alla confluenza di ruscelli poco sopra Malga Stolla. Incredibile pensare che, solo tre settimane prima, questa confluenza era popolata di artistici ometti creati da qualche esperto e paziente artista dello stone balancing (vedasi fig. 6); qualche giorno fa, un violento acquazzone deve aver riempito d’acqua questa confluenza, spazzando via tutte le creative opere.

fig. 9 Poco dopo questa visione idilliaca, sulla sinistra, lasciamo il sentiero e deviamo nel bosco per una scorciatoia

Una volta attraversato il torrente, seguiamo il sentiero CAI n. 3 fino ad imbatterci in un evidente bivio (fig. 10). Sulla destra, indicato con tanto di freccia su masso, prosegue il sentiero n. 3. Sulla sinistra, invece, si sale sino a sbucare in una nuova radura prativa, ai piedi della brulla collina che dà accesso al Cadin di Croda Rossa. Teniamo quindi la sinistra al bivio ed iniziamo ad inerpicarci faticosamente tra roccette e zolle erbose (fig. 11), puntando leggermente verso destra, in direzione dello sperone orientale delle Cime Campale. La brulla collina ai piedi del Cadin di Croda Rossa è letteralmente cosparsa di residuati bellici; sappiamo, infatti, che venne utilizzata durante la II guerra mondiale come poligono di tiro e, a quanto pare, mai adeguatamente bonificata!

fig. 10 Il bivio: tenendo la sinistra si abbandona il sentiero CAI n. 3 e ci si accede al Cadin di Croda Rossa
fig. 11 Paolo affronta la faticosa salita della brulla collinetta

Giunti ai piedi dello sperone orientale delle Cime Campale, ci dirigiamo verso O, fino a trovarci al cospetto dell’imponente fronte del rock glacier ospitato nel Cadin del Ghiacciaio (fig. 12). Da questo punto, già si intravede il Cadin di Crodaccia, meta dell’odierna escursione, ma una breve divagazione all’interno del Cadin del Ghiacciaio è d’obbligo. Ci portiamo quindi nei pressi della metà del Cadin del Ghiacciaio, dove la fronte diminuisce di altezza, ed attacchiamo il ripido piano detritico (fig. 13).

fig. 12 Di fronte alla fronte del rock glacier di Cadin del Ghiacciaio
fig. 13 Attaccando la fronte del rock glacier di Cadin del Ghiacciaio nel punto apparentemente più agevole

Ed eccoci sopra il rock glacier! L’ambiente è suggestivo, affascinante, selvaggio. Sono lieto di vedere che Paolo nutre lo stesso entusiasmo e percepisce le stesse emozioni che questo luogo, già esplorato tre settimana fa, suscita in me. L’ultima volta che ho esplorato il rock glacier ospitato nel Cadin del Ghiacciaio mi sono trattenuto nella sezione apicale, ai piedi di Forcella Campale, per poi scendere direttamente nel lobo settentrionale. Il rock glacier, infatti, è suddiviso in due lobi: un lobo settentrionale ai piedi della Crodaccia Alta ed un lobo meridionale ai piedi delle Cime Campale. Maggiori approfondimenti sulle caratteristiche di questo rock glacier e sulla storia delle ricognizioni ad opera dei glaciologi possono essere trovati leggendo la relazione della traversata di Forcella Campale, compiuta tre settimane or sono. Nella giornata odierna, visto che il tempo sembra reggere, mi preme esplorare la linea di separazione tra i due lobi per verificare la presenza di affioramenti di ghiaccio, solo minimamente rilevati in sede di precedente ricognizione. Ci addentriamo quindi nel Cadin del Ghiacciaio, cercando di individuare la linea di demarcazione tra i due lobi… e presto la troviamo, distinguendo chiaramente una depressione lineare che solca longitudinalmente il Cadin del Ghiacciaio, coperta da ghiaie più “fresche”, segno di recente e costante movimento (fig. 14). Seguiamo dunque questa linea per poche decine di metri ed ecco i primi affioramenti di ghiaccio: il margine sinistro del lobo meridionale del rock glacier è completamente esposto, mettendo in luce piani inclinati, alti diversi metri, di puro ghiaccio compatto (fig. 15, 16 e 17). Altro che ghiaccio interstiziale!!! Questo rock glacier è al contrario un vero e proprio ghiacciaio coperto, solo in superficie, da un mantello detritico!

fig. 14 Trovata la linea di demarcazione tra i due lobi
fig. 15 Alla base delle pareti di ghiaccio defluisce l’acqua di fusione, creando probabilmente un rio sottoterraneo che confluisce nel laghetto termocarsico
fig. 16 Il margine sinistro del lobo meridionale svela compatte pareti di ghiaccio
fig. 17 Si distingue chiaramente la linea di separazione tra i due lobi, soggetta evidentemente a continui movimenti

Conclusa la ricognizione lunga linea centrale di suddivisione in due lobi, torniamo indietro, camminando ora sul lobo settentrionale del rock glacier. In breve, il nostro orecchio è catturato da sinistri suoni di crolli. Fortunatamente, io conosco già la causa di questi inquietanti rumori e tranquillizzo Paolo, che già sta scrutando con occhio vigile le vicine pareti: siamo ormai nei pressi del laghetto termocarsico ed i rumori che s’odono sono invero causati dal materiale detritico che dai margini estremi della riva crolla in acqua rotolando lungo le pareti ghiacciate. Nonostante abbia da poco visitato questo luogo, la meraviglia resta tale quale durante la prima esplorazione (fig. 18 e 19). Osservando le alte e compatte pareti di ghiaccio del laghetto, si ha ulteriore conferma che il rock glacier ospitato nel Cadin del Ghiacciaio altro non è che un vero e proprio ghiacciaio coperto da un sottile strato di detriti.

fig. 18 Il laghetto termocarsico svela la presenza di un vero e proprio ghiacciaio sotto il superficiale strato di detriti
fig. 19 I continui crolli lungo i bordi del laghetto termocarsico

Una curiosità: a quanto pare, nel 2015 il nostro laghetto termocarsico aveva un fratellino! Evidentemente, il tappo di ghiaccio sul fondo del laghetto si dev’essere sciolto, facendo così defluire l’acqua nei meandri del ghiacciaio!

fonte BING, immagine scattata il 27 agosto 2015

Terminata la contemplazione del laghetto termocarsico, ritorniamo ora all’obiettivo della nostra missione: l’esplorazione della valle conchiusa tra la Crodaccia Alta e la Crodaccia. Dal laghetto, fronte a valle, ci teniamo sulla sinistra fino ai piedi dello sperone orientale della Crodaccia Alta ed intravediamo pure un ometto! Costeggiamo quindi la parete rocciosa e, girato l’angolo, eccoci entrati nella valle innominata, d’ora in poi battezzata Cadin di Crodaccia (considerata la sua collocazione, dubito qualcuno possa sollevare obiezione di sorta!) (fig. 20 e 21).

fig. 20 Il Cadin di Crodaccia
fig. 21 Le colate detritiche dalla Crodaccia

Il Cadin di Crodaccia si presenta come una piccola valle celata, sul versante meridionale, dalle alte pareti rocciose della Crodaccia Alta e, sul versante settentrionale, dalle ghiaiose pendici della Crodaccia. Nel versante occidentale del Cadin di Crodaccia, là dove le compatte rocce della Crodaccia Alta si intersecano con le friabili colleghe della Crodaccia, si profila una forcella, non segnata sulla cartografia Tabacco. Non è da escludere che, percorrendo tale forcella (fig. 22), si riesca a trovare una nuova via per giungere in cima alla Crodaccia Alta oppure, più semplicemente, per compiere una traversata dal Cadin di Crodaccia al Cadin conchiuso tra la Croda Rossa Piccola e La Crodetta. Oggi, tuttavia, il meteo non ci permette ulteriori divagazioni e ci rimettiamo presto sulla via del ritorno. Scendiamo quindi lungo la ripida collinetta che confina con l’ancor più ripida fronte del rock glacier e ci immettiamo presto nel sentiero CAI n. 3. Di lì a breve, giungiamo a Malga Stolla per un pranzo ristoratore!

fig. 22 La possibile via per un’esplorazione futura
fig. 23 La discesa dal Cadin di Crodaccia, ai margini della dirupata fronte del rock glacier

Giusto il tempo di assaporare un delizioso tagliere di affettati ed il cielo inizia a coprirsi minacciosamente… finiamo in fretta e via di gran carriera traversando i prati di Prato Piazza sferzati da un piacevole vento fresco (fig. 24 e 25)! Scendiamo alternando tratti di sentiero n. 37 con pezzi del Troi dei Milezinque, ormai sotto una debole pioggia e contemplando un temibile temporale sul circo glaciale del Cristallo le cui pareti, in pochi minuti, diventano completamente innevate (fig. 26 e 27)! Tempo di arrivare alla macchina ed esplode il diluvio universale 😉 Anche questa volta ci è andata bene!

fig. 24 Il tempo sta cambiando quando siamo in Prato Piazza
fig. 25 Una nuvola minacciosa sta covando sulla cima del Monte Cristallo, ora nascosta dietro il Col Rotondo dei Canopi
fig. 26 Ed ecco il temporalone in Val Fonda
fig. 27 e le pendici settentrionali del Cristallo e del Piz Popena innevate!

Ringrazio Paolo per la sempre magistrale regia nel montare il video, sintesi perfetta dell’avventura trascorsa!

Per ulteriori approfondimenti, infine, non può mancare la lettura del report scritto da Paolo nel blog My Best Time Hiking!

Traversata di Forcella del Rauhkofel: dalla Val della Fontana di Sigismondo alla Val Fonda

(con apertura di nuova via in discesa!)

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EEA. Discesa dalla Forcella del Rauhkofel alla Val Fonda: PD+. Traversata alpinistica di media lunghezza ed impegno fisico, con diversi passaggi di I grado, tendenzialmente sempre poco esposti, ed un paio di passaggi di II grado su roccia friabile. Necessità di allestire una sosta per una calata ripida di ca 10m (in salita, V grado).

DISTANZA: 15 km – DURATA: 7.30 h – DSL: 800 m D+

DATA: 14 agosto 2022

PREMESSE

Come ormai molte delle avventure Windchili, anche questa scaturisce da un precedente tentativo incompiuto dell’amico Riccardo di congiungere, in discesa, la Val della Fontana di Sigismondo con la Val Fonda transitando per Forcella del Rauhkofel. Siamo nel gruppo del Cristallo, versante orografico sinistro del rio Val Fonda, ambiente inviolato ed estremamente selvaggio, già in più di un’occasione meta d’esplorazione (vedi l’esplorazione del ghiacciaio del Cristallo e la discesa in Val Fonda da Forcella Michele). Informazioni su questo itinerario sono davvero scarne, come di consueto d’altro canto. La seguente è la terza relazione mai pubblicata della discesa in Val Fonda dal Monte Rauhkofel. La prima fu pubblicata da Theodor Wundt nel 1893, primo uomo a compiere la discesa sul versante est dalla cima del Rauhkofel ma non primo, invece, a compierne la salita. La prima ascensione del Rauhkofel, infatti, è datata 1883 e porta la firma W. Eckerth. Questi, tuttavia, non s’azzardò a scendere in Val Fonda, ritenendo che “dovunque avessimo tentato la discesa, saremmo sempre finiti sulle pareti compatte e verticali della Val Fonda, per le quali è assolutamente impossibile scendere.” (W. Eckerth, Il gruppo del monte Cristallo – 1891, La Cooperativa di Cortina, 1989, pag. 102). Così impossibile non dev’essere sembrato a Wundt dodici anni dopo! Wundt, peraltro, scelse una traiettoria differente rispetto alla linea da noi studiata per quest’avventura, più diretta e più a N, calandosi direttamente dalla cima del monte Rauhkofel. Ecco le sue parole, corredate dalla celebre fotografia (fig. 1): “Arrivando dall’alto su roccia molto friabile, avevamo raggiunto una cengia le cui rocce scivolose non potevano essere superate direttamente. Qui è stato necessario scendere in corda doppia. La fune è stata fatta girare intorno a un masso a questo scopo, e uno alla volta ci siamo imbragati ad essa e ci siamo tirati giù. (…) Il resto della discesa è stato facile, ma la passeggiata attraverso la Val Fonda è stata ancora più confortevole.” (Vanderungen in den Ampezzaner Dolomiten, Deutsche Verlags-Anstalt, 1895, pag. 66).

fig. 1 La calata in corda doppia di Theodor Wundt

Successivamente a Wundt, si deve pazientemente attendere la penna di Marco di Tommaso, Cristina Bacci e Angelo Zangrando che, a distanza di 110 anni, descrivono la discesa del Rauhkofel nel libro “Avventure nelle Dolomiti Orientali” (Tamari Montagna Edizioni, 2005, pag. 74). In merito, gli autori scrivevano che l’itinerario è “quasi totalmente non segnalato su terreno impervio, destinato ad escursionisti esperti“. Noi oggi abbiamo preferito una traiettoria più meridionale di quella identificata da Wundt, e solo per il primo tratto aderente a quella scelta da Di Tommaso e dai suoi compagni; il nostro percorso pertanto, parrebbe risultare assolutamente inedito. Non possiamo tuttavia dare per certo che l’odierna spedizione sia stata la prima a calcare tale traiettoria. Fin dai primi mesi di ostilità della prima guerra mondiale, infatti, il Monte Rauhkofel era “saldamente presidiato dagli austriaci, che occupavano con notevoli forze il rovescio delle forcellette di cresta.” (A. Berti, 1915-1917, Guerra in Cadore e in Ampezzo, Mursia, pag. 104). Non minore importanza strategica, peraltro, rivestivano tali postazioni per gli italiani; dal Rauhkofel, infatti, il comando italiano temeva potessero essere sferrati fatali attacchi alle truppe che dal Ponte della Marogna avessero dovuto spingersi a Carbonin. Per tale ragione, “violenti attacchi italiani, sferrati nell’autunno 1915 (11-12 settembre; 21-2 ottobre), nel corso di azioni di più ampio raggio, si erano infranti come ondate contro uno scoglio alla base del monte” (A. Berti, Id.). Non è quindi da escludere che qualche ardimentoso soldato, italiano o austriaco, abbia già faticosamente percorso la nostre odierna traiettoria! Un’ultima nota storica: le carte riportano spesso la dicitura “Rauchkofel – Monte del Fumo”. La cima, invero, si chiama “Rauhkofel – Monte Scabro”. La trasformazione toponomastica è ascrivibile ad un errore degli interpreti italiani che mutarono il tedesco “rau” (ruvido, scabro) con “rauch” (fumo).

La squadra per l’avventura esplorativa di oggi è composta da Paolo, Riccardo ed Edoardo (oltre, ovviamente, al sottoscritto!).

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Lasciata l’auto nei pressi di Carbonin, una mulattiera si innesta, a quota 1457, sulla passeggiata della ferrovia. La si imbocca e, dopo un breve tratto nel bosco, ci si addentra sulle ghiaie della Val della Fontana di Sigismondo, risalendo la valle su chiara traccia, dapprima sul versante orografico sinistro e, poi, su quello destro (fig. 2 e 3).

fig. 2 Le prime ghiaie della Val della Fontana di Sigismondo
fig. 3 Già si intravede la Forcella del Rauhkofel

L’incedere è agevole fino all’attraversamento di un ripido impluvio che segna il termine della traccia (fig. 4). Ci si porta quindi sul greto e, senza via obbligata, si raggiunge in breve la parte apicale della Val della Fontana di Sigismondo, là dove i baranci lasciano il passo alle scomode ghiaie franate dal Rauhkofel e dalla Costabella (fig. 5).

fig. 4 L’impluvio che segna il termine della traccia e presso il quale è necessario scendere nel greto
fig. 5 La parte apicale della Val della Fontana di Sigismondo

La Forcella del Rauhkofel è ormai sempre più vicina; un ultimo ripido tratto di ghiaie (fig. 6) ed iniziamo ad avvistare i resti dei baraccamenti austriaci della prima guerra mondiale (fig. 7). L’imponente quantità di scatolame arrugginito ed ossa di ungulati (probabilmente cervi, viste le dimensioni!!!) (fig. 8) ci fanno intuire quanto tempo i soldati austriaci abbiano “soggiornato” presso questa linea.

fig. 6 L’ultimo ripido tratto di ghiaione prima della Forcella del Rauhkofel
fig. 7 I resti dei baraccamenti austriaci.
fig. 8 Una mascellona, verosimilmente di cervo, probabile cena di un secolo fa dei soldati austriaci

Giunti in Forcella del Rauhkofel, 2250m, la vista è spettacolare. Da una forcelletta pochi metri prima della Forcella, sulla cresta rocciosa, si può ammirare verso N la cima del Rauhkofel, 2358m (fig. 9). Dalla Forcella del Rauhkofel, verso S, si profila maestoso il ghiacciaio del Cristallo, sovrastato dalle cime del Cristallo e del Piz Popena (fig. 10 e 11).

fig. 9 Riccardo e, alle sue spalle, la cima del Rauhkofel
fig. 10 Le cime del Piz Popena e del Cristallo sorvegliano il sottostante ghiacciaio del Cristallo
fig. 11 In forcella!

Inizia ora la parte più esplorativa e delicata dell’itinerario. Si valica la Forcella del Rauhkofel verso S e si scende, piuttosto agevolmente, tra innumerevoli resti di filo spinato, fino al verde pendio prativo; un vero e proprio giardino pensile rigoglioso, aereo, contornato da profondi precipizi (fig. 12 e 13).

fig. 12 Il versante S di Forcella del Rauhkofel
fig. 13 Sul pulpito prativo; alle spalle, il ghiacciaio del Cristallo!

Si scende quindi fino ai margini più bassi del prato, tenendo la sinistra, fino ad imboccare un ripido canale che scende verso E (fig. 14). Si inizia ora la discesa su terreno abbastanza solido (fig. 15); la roccia, infatti, è spesso levigata dall’acqua e la progressione in disarrampicata risulta gradevole e semplice (fig. 16) sino a che, nei pressi di una strettoia, ci troviamo di fronte ad un bel salto di circa una decina di metri (fig. 17). L’itinerario sino a qui svolto parrebbe ricalcare la linea scelta da Marco Di Tommaso e dai suoi compagni: “Valicata verso sud la Forcella Rauhkofel, si scende nel versante opposto, seguendo una traccia di sentiero che, con numerosi zig-zag, solca il pendio erboso sotto il suddetto intaglio. Presso l’imbocco di un canale erboso, il sentiero scompare. Si scende per questo e, quando non è più possibile proseguire, si traversa verso destra su cengette (I) e si entra in uno parallelo“. A differenza di Di Tommaso, però, noi preferiamo una discesa più diretta e scegliamo di continuare nel canale.

fig. 14 Il passaggio dal pendio prativo al canale
fig. 15 La sezione apicale del canale
fig. 16 La discesa nel canale è piacevole, su roccia piuttosto compatta e levigata
fig. 17 Presso la strettoia, un salto di roccia di circa una decina di metri ci impone di calarci

Iniziamo quindi ad allestire una sosta con cordino dentro una rientranza della parete e friend di supporto su compattissima roccia (fig. 18) e ci caliamo, superando il ripido salto. Apro io, segue Riccardo e chiude Edoardo (fig. 19 e 20). Da notare che, nei pressi della base del salto, fuoriesce dalla roccia una timido rigolo d’acqua sufficiente, con estrema pazienza, a riempire una borraccia!

fig. 18 Edoardo allestisce la sosta prima del salto
fig. 19 Inizio a calarmi per superare il salto di roccia
fig. 20 Riccardo in calata

Giunti alla base del salto di roccia, assecondando il pendio che degrada verso sinistra, troviamo un nuovo salto, meno marcato ma comunque esposto, e lo aggiriamo sulla destra, scendendo per ripidi mughi. Si entra ora in un curioso antro (fig. 21), particolarmente marcio, dove si effettuano un paio di passaggi delicati: un primo traverso su roccia sporca (II+ grado) (fig. 22), prestando particolare attenzione al fondo viscido, conduce in uno stretto canale di mobili sfasciumi e, dopo pochi metri, un secondo passaggio su terreno e roccia ancor più sporca e marcia (II grado) permette di superare un piccolo salto (fig. 23). L’ambiente è favoloso: siamo dentro un stretta gola inclinata con impagabile panorama sul Piz Popena.

fig. 21 Il curioso antro dentro il quale progrediamo
fig. 22 Il sottoscritto compie il traverso su fondo sdrucciolevole
fig. 23 Riccardo affronta il secondo passaggio delicato dentro la gola

Usciti dalla stretta gola, si può procedere entrando simpaticamente dentro un cunicolo, cui tetto è un enorme masso incastrato nel canale oppure, in alternativa, scendere sulla sinistra del canale su facili roccette. Ovviamente, noi non potevamo non godere di questi trenta secondi da speleologi durante la nostra esplorazione! (fig. 24 e 25)

fig. 24 Entrato nel pertugio!
fig. 25 Riccardo esce dal cunicolo!

Si scende ora per poche decine di metri, fino a che il canale si apre: sulla sinistra, un alto affioramento roccioso, riconoscibile da un masso quadrato incastrato alla sua base (fig. 26); frontalmente, le ghiaie finisco tra baranci oltre i quali s’apre il baratro; a destra, una debole traccia di camosci entra tra i mughi. Si imbocca quest’ultima traccia e si perdono circa 20/30 metri di quota a zig-zag tra il costone di mughi ed il canalino detritico che solca la sinistra del costone (fig. 27 e 28).

fig. 26 L’affioramento roccioso sulla sinistra (Riccardo è andato in perlustrazione sulla cima!)
fig. 27 Scendendo a zig zag tra i ripidi baranci
fig. 28 Edoardo scende nel canale a sinistra del costone barancioso

Si giunge quindi alla medesima quota dove, a S, un impluvio taglia il costone barancioso. Si supera verso S l’impluvio, badando di traversarlo nella sezione apicale, per evitarne i ripidi margini franosi (fig. 29). Di lì, si continua a traversare le pendici rocciose di Costabella, tenendosi sempre piuttosto in quota per accedere più agevolmente al profondo impluvio di ghiaie che separa le pendici settentrionali del Monte Cristallo dalle pareti della Costabella, fino ad individuare una sorta di “scivolo” ghiaioso che consente di entrare nell’impluvio. È fondamentale individuare questo preciso punto di accesso in quanto il solo che permette di scendere più o meno agevolmente; come si evince dall’immagine di cui all fig. 30, infatti, ogni altra traiettoria comporterebbe una calata lungo ripidi margini rocciosi.

fig. 29 L’attraversamento a monte dell’impluvio
fig. 30 La traiettoria scelta dall’uscita della gola

Una volta dentro il profondo impluvio che separa le pendici del Monte Cristallo dalla Costabella, si rimonta il ripido bordo e si individua facilmente il sentiero che conduce ai piedi del salto roccioso che separa la Val Fonda dal circo glaciale del Cristallo. Una capatina alla magica cascatella è d’obbligo (fig. 31 e 32)!

fig. 31 La cascatella ai piedi del salto roccioso che separa la Val Fonda dal circo glaciale del Cristallo
fig. 32 La cascatella alla testata di Val Fonda

Senza via obbligata, individuando qualche ometto che di volta in volta, sul versante idrografico destro della Val Fonda, indica la traccia, si scende a valle, verso il Ponte della Marogna (fig. 33 e 34), per rimontare poi l’argine artificiale sulla sinistra, in corrispondenza della casetta di legno. Di qui si scende l’argine sulla sinistra, abbandonando la Val Fonda e dirigendosi, su comoda mulattiera, verso Carbonin in mezzo al bosco.

fig. 33 Riccardo in Val Fonda
fig. 34 La strettoia della Val Fonda

NOTE CONCLUSIVE

L’itinerario è divertente e non presenta particolari difficoltà tecniche, salvo la necessità di allestire una singola sosta per calata di 10 m. Il panorama, per l’intero svolgimento, è mozzafiato: Piz Popena, ghiacciaio del Cristallo e Monte Cristallo sono la cartolina che ci accompagna dalla Forcella del Rauhkofel alla Val Fonda. Unica sorpresa: ad eccezione del filo spinato in Forcella Rauhkofel, non abbiamo rinvenuto alcun reperto bellico. Ciò è davvero singolare, considerate le premesse storiche. Evidentemente, il versante meridionale del Rauhkofel doveva apparire ai soldati italiani veramente inaccessibile, al punto da concentrare tutti i tentavi di conquista sul versante settentrionale. Salvo prova contraria, possiamo quindi fieramente affermare di essere stati i primi, oggi, ad aprire questa nuova traiettoria di discesa!

Anello del Monte Rudo

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EEA/PD. Lunga traversata alpinistica in ambiente severo, di per sé priva di difficoltà tecniche ma con diversi passaggi esposti e su terreno spesso incerto a causa della massiccia erosione.

DISTANZA: 15,5 km – DURATA: 9 h – DSL: 1400 m D+

DATA: 31 luglio 2022

PREMESSE

Già l’estate scorsa, l’amico Paolo aveva portato alla mia attenzione il giro ad anello del Monte Rudo (Rautkofel), con discesa per la Val Bulla. Su questo itinerario, alcune relazioni sono già state pubblicate. Ve ne sono talune, peraltro, che recano date piuttosto risalenti (addirittura 2009) e, in quanto tali, non possono essere considerate attendibili. Eventi atmosferici particolarmente intensi, infatti, si sono abbattuti nel corso degli anni successivi sulle Dolomiti; uno tra tutti, nell’agosto del 2017, ha di fatto sconvolto la topografia locale, cancellando letteralmente alcuni sentieri. È questo il caso della traccia che raggiunge la forcella del Rondoi percorrendo il versante meridionale del Monte Rudo, per poi immettersi in Val Bulla. Nel 2021, contattammo una guida alpina che, addirittura, rifiutò di accompagnarci nella discesa per la Val Bulla, memore della crisi di nervi di un povero cliente nell’attraversamento dei numerosi profondi impluvi che solcano la valle. E questa storia fu per noi il seme della curiosità. Abituati ad esplorare impervie valli selvagge, avvezzi all’impluvio quanto al barancio, non potevamo non esplorare anche la famigerata Val Bulla! Oltre ovviamente a Paolo, accettano di buon grado di unirsi all’avventura Edoardo, ormai compagno immancabile di ogni esplorazione Windchili, e Marco, alla prima uscita con il nostro gruppetto!

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Lasciata l’auto nei pressi della ex fortificazione austriaca del Forte di Landro (Werk Landro), 1400m, si imbocca una mulattiera erbosa che, in breve, conduce alla traccia che risale a serpentine le pendici occidentali del Teston di Rudo. Si apre tra i mughi, di tanto in tanto, uno splendido panorama sul lago di Landro, sovrastato dal monte Cristallo e dal Popena. La Val Fonda, nella parte apicale, svela la fronte del ghiacciaio del Cristallo… e constatiamo che questo non è ormai più diviso in due lobi, come da rilevamenti svolti nelle esplorazioni degli ultimi due anni, ma è retrocesso ben sopra il grande affioramento roccioso che lo divideva (fig. 1).

fig. 1 Il panorama sulla Val di Landro e, all’orizzonte, il monte Cristallo ed il Piz Popena

Il sentiero, in costante salita, porta subito a guadagnare ca 700 m D+, fino a giungere ai ruderi di un insediamento austriaco della prima guerra mondiale, a quota 2175m (fig. 2 e 3).

fig. 2 Appropinquandoci all’insediamento militare austriaco di quota 2175m
fig. 3 Curiosando dentro una fortificazione, con vista sul monte Piana e, all’orizzonte, su monte Cristallo, Piz Popena e Cristallino di Misurina

Il sentiero risale ora con decisione una dorsale rocciosa (fig. 4 e 5) puntando allo sperone occidentale del Teston di Rudo (fig. 6).

fig. 4 Il sentiero rimonta decisamente una dorsale rocciosa
fig. 5 Paolo affronta la dorsale rocciosa nella parte superiore rispetto alle fortificazioni militari austriache, ben visibili in basso a destra
fig. 6 Edoardo ai piedi dello sperone occidentale del Teston di Rudo

Si prosegue ora ai piedi della parete, alternando passaggi su brevi cenge esposte (fig, 7 e 8) e franosi impluvi detritici (fig. 9).

fig. 7 La traccia si sviluppa ora in leggera inclinazione, su cengia esposta
fig. 8 La progressione in cengia non presenta, comunque, alcuna difficoltà
fig. 9 Attraversando i vari impluvi che solcano i pendii della montagna

Questa prima sezione dell’itinerario non presenta particolari difficoltà, se non un paio di passaggi da affrontare con cautela: rispettivamente un brevissimo tratto di arrampicata per superare un salto roccioso di un paio di metri (fig. 10 e 11) ed una stretta cengia esposta (fig. 13 e 14). I due passaggi delicati sono separati da una tranquilla progressione in cengia (fig. 12).

fig. 10 Edoardo supera con agile classe il breve salto roccioso
fig. 11 Paolo si appresta a superare il salto di roccia
fig. 12 Paolo ed io che procediamo in cengia
fig. 13 Paolo affronta l’esile traccia che taglia la parete
fig. 14 Il sottoscritto per percorre la cengia

Ora la traccia prosegue ai piedi della parete (fig. 15), senza alcun passaggio esposto o pericoloso, fino a giungere nei pressi dello sperone meridionale del Teston di Rudo, intorno a quota 2500m, in prossimità di una serie di fortificazioni militari dalle quali gli austriaci bombardavano il Monte Piana nel 1915 (fig. 16 e 17).

fig. 15 La traccia prosegue ai piedi della parete
fig. 16 Marco visita i ruderi dell’avamposto militare austriaco
fig. 17 Sull’opposto versante dello sperone meridionale del Teston, si rinvengono altre fortificazioni

Imponente, di fronte a noi, la parete meridionale del Monte Rudo ovest (fig. 18), separata dallo sperone su cui ci troviamo da una valle ghiaiosa che conduce direttamente in Val Rienza. Intravediamo la traccia che risale esposte balze rocciose alle pendici del Monte Rudo ovest e, per sicurezza e comodità, scegliamo fin d’ora di imbragarci. Una coppia, che ci precedeva, abbandona la traccia e scende lungo il ghiaione verso la Val Rienza: è l’ultima “via di fuga” prima di affrontare la sezione più delicata del versante meridionale del Monte Rudo.

fig. 18 Il Monte Rudo ovest e, in rosso, la traccia da seguire.

Seguiamo la traccia, che perde quota, superando prima uno sperone roccioso (fig. 19) per poi raggiungere il fondo del vallone ghiaioso e, quindi, rimontare le ghiaie fino alle pendici della parete del Monte Rudo ovest (fig. 20). Un primo passaggio delicato su terreno cedevole ci conduce al vertice dello spigolo meridionale del Monte Rudo ovest (fig. 21). Di lì, la traccia supera una serie di impluvi friabili (fig. 22 e 23) che separano il Monte Rudo ovest dal Monte Rudo di mezzo.

fig. 19 Al vertice dello sperone roccioso che separa il vallone che scende in Val Rienza
fig. 20 Edoardo raggiunge la base della parete del Monte Rudo ovest
fig. 21 Paolo risale su terreno cedevole lo spigolo roccioso meridionale del Monte Rudo ovest
fig. 22 Paolo supera gli impluvi che separano il Monte Rudo ovest dal Monte Rudo di mezzo
fig. 23 Edoardo supera uno dei vari impluvi che cancellano il sentiero

Si giunge ora su una comoda sella, nei pressi di una caverna nella roccia. La traccia, che fino ad ora puntava verso E, devia bruscamente verso N/NE, aggirando lo spigolo meridionale del Monte Rudo di mezzo. Qui inizia la parte più “seria” della traccia sul versante meridionale del Monte Rudo. La “serietà” non è tanto dovuta alla difficoltà dei passaggi quanto all’aumentare dell’esposizione. Il versante meridionale del Monte Rudo di mezzo, infatti, si biforca in due ripidi speroni rocciosi e la traccia traversa le verticali e friabili pareti su un terreno sempre più dilavato ed incerto. Il primo assaggio di quanto ci aspetta lo troviamo nei primi metri dopo la selletta. Il costone orientale della sella è completamente smottato, cancellando il sentiero. Ci troviamo quindi costretti a progredire con estrema cautela, dapprima su zolle erbose e poi sulla più solida (solida???) roccia (fig. 24). Esemplare è il confronto con quanto fotografato da una comitiva nel 2017 (fig. 25) (fonte).

fig. 24 Superato il primo tratto critico. È evidente il collasso del costone che ha spazzato via il sentiero
fig. 25 Immagine scattata nel 2017, quando ancora esisteva il sentiero

Ed ora la parte più caratteristica e delicata del sentiero. Una stretta ed esposta cengia inclinata e gradinata conduce al bordo di un salto di roccia di circa tre metri. Una scaletta in alluminio, fissata alla base con due cordini non propriamente “stabili” legati ad un chiodo da roccia, permette di superare il salto (fig. 26). Pericolosissimo, invece, è il cordino che lega la scala, nella parte apicale, al fittone di guerra. Fortunatamente, ho saggiato la solidità del fittone prima di scendere la scala e… un po’ come il giovane Artù nella spada nella roccia, ho letteralmente estratto il pesante fittone dalla parete!!! Ho quindi abbandonato il fittone a terra poiché, se qualcuno dovesse reggersi sul cordino mentre scende la scala, si tirerebbe addosso l’intero fittone… scenario non proprio auspicabile, considerato che la scala poggia su una selletta che degrada nel vuoto. Una volta, la scala di alluminio era affiancata da una scala di legno… ora la vecchia scala di legno giace, in pensione, sul roccione di fronte alla selletta (fig. 27). Come anticipato, per giungere alla scala di alluminio è necessario percorrere un’esile cengia che, per pochi passi, si affaccia sul baratro sottostante. Provvidenziale è un ulteriore fittone, ben infisso pochi metri prima dell’imbocco dell’esposta cengia (fig. 28). È su questo fittone che Edoardo allestisce un punto di manovra per assicurarci mentre ci appropinquiamo alla scaletta. Apro io e scendo tranquillamente. Appena giunto sulla selletta, è mia premura tenere ferma la scaletta per i miei compagni d’avventura che si apprestano alla discesa (fig. 29 e 30).

fig. 26 In basso a sinistra si distingue il cordino che lega la parte apicale della scala di alluminio al fittone. Ora il fittone è riposto a terra, onde evitare tragici incidenti. In rosso, la prosecuzione della traccia rimontando il secondo sperone roccioso del Monte Rudo di mezzo
fig. 27 Il riposo della vecchia scala di legno, dopo chissà quanti anni di onorato servizio
fig. 28 Il fittone (questa volta ben fisso!) su cui faremo sicura
fig. 29 Marco procede assicurato verso la scaletta
fig. 30 Pronto a tenere ferma la scaletta prima del passaggio dei miei compagni d’avventura

Scesi tutti dalla “scaletta mobile”, realizziamo che i successivi metri sono altrettanto complicati. Non tanto per la difficoltà tecnica (di fatto assente) quanto per la combinazione di esposizione e terreno friabile. Si potrebbe certamente procedere slegati ma perché rischiare la vita, visto che abbiamo tutto l’occorrente per una progressione sicura? Cerchiamo quindi di allestire una sosta per assicurarci ma la roccia è completamente marcia. Per ben quattro volte Edoardo prova a piantare un chiodo ma la roccia si sgretola intorno non appena il chiodo entra (fig. 31). Alla fine rinunciamo e decidiamo di usare il chiodo che regge la scala per assicurarci. Mi cimento per primo in questo tratto di traversata all’interno dell’anfratto roccioso e senza alcun problema giungo in un punto più sicuro, superando il tratto esposto (fig. 32 e 33). Tocca ora a Marco e Paolo traversare (fig. 34 e 35).

fig. 31 La roccia non vuole accogliere i nostri chiodi ;-(
fig. 32 Inizio la traversata del tratto esposto
fig. 33 Una panoramica rende l’idea dell’ambiente dove si sviluppa la traccia
fig. 34 Paolo traversa la cengia insidiosa
fig. 35 Marco e Paolo hanno superato il tratto più esposto. L’immagine rende l’idea dell’esposizione

Giunti nel punto più “sicuro” per slegarsi, ancora le difficoltà non sono terminate. Si tratta ora di rimontare un ripido spigolo coperto di friabili ghiaie (fig. 36). Finalmente, in sella allo spigolo, possiamo tirare un sospiro di sollievo. Riguardiamo indietro e solo ora realizziamo quanto la traccia che abbiamo percorso sia aerea e friabile (fig. 37).

fig. 36 Marco e Paolo superano il ripido e friabile pendio
fig. 37 Uno sguardo retrospettivo ci fa apprezzare appieno l’esposizione del tratto percorso.

Nei pressi della selletta erbosa, intorno a quota 2520m, troviamo anche una curiosa trincea contenente un libro di sentiero. Peccato che il contenitore sia vuoto e non avremo mai modo di lasciar traccia in loco del nostro passaggio. Ora, è fondamentale badare a non perdere la traccia: dalla trincea, proseguendo verso NE, il costone della montagna collassa (fig. 38). La traccia, tuttavia, non segue tale direzione ma si inerpica a monte, in direzione NO, su facili e stabili roccette, per circa una cinquantina di metri, esattamente nell’intaglio tra il Monte Rudo di mezzo ed il Monte Rudo Grande.

fig. 38 Il costone della montagna collassato; all’orizzonte, il Monte Mattina (Morgenkopf), 2493m
fig. 39 La traccia devia bruscamente rimontando verso NO su facili roccette

Più prendiamo quota più aumenta l’intaglio tra il Monte Rudo di Mezzo ed il Grande. Un ultimo tratto in arrampicata e giungiamo ad una comodissimo crinale erboso da cui si domina tutto ciò che di bello c’è da vedere nei dintorni! Una sosta ristoratrice è ora d’obbligo… e mentre ci rifocilliamo, spunta pure fuori il sole!!!

fig. 40 Finalmente una sosta!
fig. 41 E le nuvole, alla fine, si diradarono.

La traccia si sviluppa ora su terreno più dolce, traversando un enorme cengia erbosa sul versante meridionale del Monte Rudo Grande. Si traversa ancora un piccolo ghiaione (fig. 42), per poi rimontare l’ennesimo spigolo friabile, con attenzione e cautela, su terreno cedevole e ripido (fig. 43 e 44).

fig. 42 Traversando il ghiaione che taglia il versante meridionale del Monte Rudo Grande
fig. 43 Edoardo ed io sulle pendici del Monte Rudo Grande
fig. 44 Ancora una volta superiamo friabili e ripidi costoni ai piedi delle pareti del Monte Rudo

Ed ecco che finalmente avvistiamo la forcella che conduce al Passo Grande del Rondoi, incorniciata da due ometti (fig. 45)!! Sono passate poco meno di sei ore e siamo al punto di svolta; giunti nel ghiaione che separa il Monte Rudo Grande dallo sperone meridionale della Croda del Rondoi, non si deve proseguire verso E ma deviare verso N, su modestamente ripide ma agevoli ghiaie fino a guadagnare la Forcelletta del Rondoi (Schwalbenjöchl), 2672m (fig. 46, 47 e 48).

fig. 45 In alto, sul profilo di cresta, si intravedono i due ometti che indicano l’accesso per scendere al Passo Grande del Rondoi. Sopra il mio caschetto, invece, le bianche ghiaie sulle quali ci si deve inerpicare, verso N
fig. 46 Edoardo attacca il ghiaione fino alla Forcelletta del Rondoi che conduce alla Val Bulla.
fig. 47 Paolo risale gli ultimi metri di ghiaione fino alla Forcelletta del Rondoi
fig. 48 In forcella!

Ed eccoci a scendere in Val Bulla! La pendenza è contenuta e le ghiaie sono belle morbide; l’ideale per una veloce sciata in discesa!

fig. 49 Si scende come treni su un fondo bello cedevole!
fig. 50 Cala l’adrenalina, il peggio è passato!

Là dove il ghiaione perde pendenza, si individua una debole traccia tra chiazze d’erba (fig. 51), con ometto, e la si imbocca, badando però di abbandonarla per deviare verso la sinistra orografica della Val Bulla, non appena ci si avvicina ai baranci (fig. 52) (proseguendo sulla destra orografica si seguirebbe il vecchio sentiero, che tuttavia risulta ripetutamente interrotto da profondi e ripidi impluvi). A quota 2080m, in prossimità del termine del letto ghiaioso, ci si addentra tra i baranci e si iniziano a traversare semplici impluvi (fig. 53). Si prosegue, in leggera discesa, tenendosi sempre sulla sinistra orografica del Val Bulla, sino a che un muro di baranci rende più difficoltoso il passaggio. A questo punto, è alternativamente possibile scendere su ripide ma facili ghiaie sino al greto del torrente, oppure entrare nei fitti baranci fino ad un profondo e largo impluvio. Noi optiamo per la seconda soluzione e, giunti sul bordo del costone franato, allestiamo una manovra su un solido ramo di mugo per calarci in sicurezza sul fondo dell’impluvio. Ci attendono circa 20/25m di ripida calata, su un fondo estremamente friabile. Il consiglio, per chi giunge nel fondo dell’impluvio, è di abbandonare immediatamente la posizione, scendendo più a valle, poiché chi scende a monte muove inevitabile un’importante quantità di detriti (fig. 54 e 55).

fig. 51 Si individua la vecchia traccia che scendeva sul versante orografico destro della Val Bulla e la si imbocca fino a che si immette nei baranci
fig. 52 Sulla sinistra orografica della valle, intorno a quota 2080m, tra gli ultimi macigni del ghiaione, ci si immette tra i mughi
fig. 53 Si traversano alcuni semplici impluvi che hanno spazzato via il costone di baranci
fig. 54 Un enorme e profondo impluvio taglia il versante orografico sinistro della Val Bulla. Per procedere in sicurezza è opportuno assicurarsi e calarsi.
fig. 55 Mentre mi calo sul fondo dell’impluvio

Il canale dell’impluvio non è proprio morbido come il ghiaione che scendeva da Forcella di Val Bulla ma ci si diverte comunque, con qualche acrobazia, a sciarlo (fig. 56)! Usciti dal ghiaione dell’impluvio, si entra nel greto asciutto del torrente della Val Bulla e si scende tra enormi macigni e tronchi levigati dalle acque (fig. 57). A quota 1700m, un debole rigagnolo d’acqua fuoriesce in un paio di punti dalle ghiaie che hanno coperto il greto del torrente. Continuiamo a perdere quota, progredendo sul greto del torrente circondati da ripide pareti di terra compatta, solcata dall’erosione delle acque, fino a giungere ad un terrapieno di ghiaia che funge da argine (fig. 58). È proprio sull’argine che si deve rimontare, per poi ridiscenderlo nei pressi di un forte militare dal quale un obice da 105 mm bombardava massicciamente Forcella Lavaredo nel maggio 1915. Aggirato il forte, si trova la vecchia mulattiera erbosa che, in breve, riporta al parcheggio del Forte di Landro.

fig. 56 Non è proprio morbido ma comunque in qualche modo sciabile!
fig. 57 Entrati finalmente nel greto del torrente
fig. 58 Le ultime centinaia di metri nel greto, prima di salire sull’argine di ghiaia sul versante orografico sinistro

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Nonostante l’itinerario non presenti particolari difficoltà tecniche (solo qualche passaggio massimo di I/II°), l’intera traccia sul versante meridionale del Monte Rudo, in particolare la sezione del Monte Rudo di Mezzo, si sviluppa su cenge esposte e dilavate. Passo fermo e condizioni meteo stabili sono fondamentali per affrontare tale percorso, che non può assolutamente essere considerato banale e sottovalutato per l’assenza di difficoltà alpinistiche. Una riflessione finale: alcuni sentieri dolomitici, tra questi sicuramente l’anello del Monte Rudo, non saranno percorribili in eterno. Ogni anno, gli eventi atmosferici erodono le pareti, spazzando via interi costoni e dilavando le cenge, che diventano sempre più esili. In assenza di adeguata manutenzione, un sentiero come la traccia che traversa il versante meridionale del Monte Rudo è destinato a breve a scomparire e, in ogni caso, richiederà all’escursionista sempre maggior ardimento. Un’occasione in più per percorrerlo quanto prima!!!

Chi gradisse cimentarsi in questo itinerario, non potrà mancare di leggere anche la relazione del fortissimo compagno d’avventura Paolo e guardare il video da lui montato!

Traversata di forcella Campale: dal Cadin di Croda Rossa al Cadin del Ghiacciaio

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EEA+. Calata di Forcella Campale: AD+. (Dovendo, come accaduto, risalire in arrampicata il tetto strapiombante, corrispondente al 4° tiro: D+).

Traversata alpinistica mediamente lunga e fisicamente non troppo impegnativa. La calata da forcella Campale al Cadin del Ghiacciaio si sviluppa su ca 150m, 100m D-, con necessità di effettuare almeno 6 calate (4 appoggiate, 1 strapiombante, 1 ripida). Nella sezione centrale, in disarrampicata, si raggiungono difficoltà di V grado. Da non sottovalutare la condizione della roccia, spesso marcia, che rende più difficoltosa la disarrampicata.

DISTANZA: 14 km – DURATA: 8,30 h – DSL: 1200m D+

DATA: 17 luglio 2022

PREMESSE

Una forcella è un valico che separa due valli. È quindi, idealmente, il punto di transito per passare da una valle all’altra… idealmente… vi sono infatti forcelle che, se da un versante si raggiungono più o meno agevolmente, dall’altro terminano nel vuoto. Io le chiamo ironicamente “forcelle terra-aria” 🙂 La Croda Rossa pare essere generosa quanto a forcelle terra-aria. La più nota è sicuramente Forcella Nord, la forcella più alta sciabile sulle Dolomiti. Si accede faticosamente su due piedi dalla Val Montejela ma si scende a quattro zampe dal lato di Forcella Nord. È un percorso di sci alpinismo piuttosto estremo ma risulta fattibile e se ne trova recensione. Altro esempio è poi Forcella Campale. Vi si accede salendo un ripido ghiaione dal Cadin di Croda Rossa ma, giunti in forcella, si potrà scendere fino al Cadin del Ghiacciaio? È questo il quesito che Edoardo ed io ci siamo posti prima di intraprendere l’avventura. Descrizioni dell’itinerario non se ne trovano; questa è la prima relazione ad essere pubblicata. Prima di cimentarmi nell’avventura, ho ovviamente cercato di raccogliere tutte le informazioni del caso (pochissime). Un ringraziamento particolare al Maestro d’avventura dolomitica Paolo Beltrame e a Suo figlio che, disponibilissimi, hanno puntualmente riscontrato la mia richiesta di approfondimento sull’itinerario, confermando che la discesa di Forcella Campale ha carattere puramente alpinistico. Un ringraziamento speciale anche a Riccardo, che mi ha fornito i primi spunti di studio condividendo le foto del Cadin del Ghiacciaio e di Forcella Campale scattate dalla Crodaccia. Obiettivo della presente esplorazione non è, infine, esclusivamente appurare la fattibilità della calata da Forcella Campale al Cadin del Ghiacciaio ma anche verificare le condizioni dei due rock glacier collocati rispettivamente nel Cadin di Croda Rossa e nel Cadin del Ghiacciaio. Non si deve infatti dimenticare che l’Elenco dei Ghiacciai Italiani del 1925 rilevava l’esistenza del “Ghiacciaio di Croda Rossa”, cui emissario era il Rio di Stolla. Nel 1957, tale ghiacciaio risultava estinto.

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Lasciata l’auto nei pressi della casa abbandonata poco dopo il passo di Cimabanche, sulla sinistra, (1523m), si imbocca il sentiero CAI n. 18 e si risale la Val di Chenópe (Knappenfusstal) (dall’ampezzano chenòpo “minatore”, in tedesco knappe) sempre costeggiando il greto del torrente (fig. 1 e 2).

fig. 1 Seguendo il sentiero n. 18 che risale la Val di Chenópe
fig. 2 Edoardo sul sentiero n. 18, nel tratto che risale le pendici più settentrionali del Knollkopf

Dopo circa 45 minuti, si supera un piccolo ponte di legno e, nell’intersezione evidente con una mulattiera, si tiene la sinistra, raggiungendo in pochi minuti un’amena radura prativa, la cui vista si apre sul Cadin di Croda Rossa (fig. 3).

fig. 3 La radura prativa a valle del Cadin di Croda Rossa

Si procede quindi lungo l’evidente mulattiera sino ad uno steccato di legno che delimita l’area di pascolo. Entrati nella recinzione, è possibile alternativamente tenere la destra, seguendo il sentiero, oppure, senza via obbligata, risalire nel bosco rado, seguendo le umide zolle che indicano la presenza di una sorgente, sino a giungere ai ruderi di una casera (fig. 4).

fig. 4 Edoardo giunto nei pressi dei ruderi della casera

Superato il rudere, si continua in direzione NO sino a montare sul sentiero n. 3. Si guada là dove più rii confluiscono, non potendo non ammirare i giochi di stone balancing realizzati da qualche mano ferma e paziente (fig. 5 e 6).

fig. 5 La confluenza dei rii provenienti dalle valli superiori
fig. 6 L’arte dello stone balancing, sempre più frequente nei torrenti di montagna

Si tiene ancora il sentiero n. 3, per poche decine di metri, fino a giungere ai piedi di uno sperone roccioso; da qui, una debole traccia devia a sinistra, in direzione SO, fino a giungere ad una radura prativa particolarmente amata dalle vacche al pascolo. Si traversa la radura e ci si inerpica, senza via obbligata, su per una collinetta pressoché spoglia, in direzione SO (fig. 7). Impressionante il numero di residuati bellici, alcuni apparentemente piuttosto recenti, al punto da nutrire qualche perplessità sul fatto che risalgano alla prima guerra mondiale. Un bossolo reca la data del 1945… dovremo approfondire quale evento bellico ha coinvolto questo versante della Croda Rossa durante la seconda guerra mondiale…

fig. 7 La radura prativa vista dalla sommità della collinetta sulla quale si deve salire
fig. 8 Il resto di un razzo, oggi colonizzato da un ragnetto
fig. 9 Decine di resti di razzo costellano la via di salita. Il numero è tale che, in questo tratto, per la prima volta mi viene in mente il concetto di “inquinamento da residuati”.

Guadagnata la sommità della collinetta, si entra ora nel Cadin di Croda Rossa, tenendo la destra, ai piedi delle Cime Campale, su levigatissima roccia talvolta solcata dai tipici karren, parimenti molto comuni sul versante occidentale della Croda Rossa, in zona Fosses. È evidente il lavoro di erosione della roccia svolto dall’estinto ghiacciaio che, una volta, occupava il Cadin di Croda Rossa (fig. 10). Sorprende, inoltre, la qualità della roccia di Cima del Pin e delle Cime Campale, sul versante del Cadin di Croda Rossa; contrariamente alle aspettative, la roccia si presenta estremamente compatta e levigata, per nulla marcia; terreno ideale per gli amanti dell’arrampicata (fig. 11).

fig. 10 Entrando nel Cadin di Croda Rossa
fig. 12 Punta del Pin, 2682m, dal Cadin di Croda Rossa

IL ROCK GLACIER NEL CADIN DI CRODA ROSSA (già “Ghiacciaio del Pin”)

Pochi metri ancora e giungiamo ai piedi della fronte del rock glacier del Cadin di Croda Rossa (fig. 13). Il Catasto dei Rock Glaciers delle Alpi Italiane del 1997 stabilisce che il Cadin di Croda Rossa ospita un rock glacier la cui fronte si attesta intorno ai 2285m e la parte sommitale intorno ai 2385m, occupando una superficie di circa 130mila mq. Tale rock glacier, definito nel 1974 “Ghiacciaio del Pin” (Pin Ferner) dal glaciologo Corrado Lesca (C. Lesca, Bollettino del Comitato Glaciologico Italiano, 22, 1974, pag. 121), presenta solchi e creste trasversali, una fronte marcata ed un lobo ben sviluppato. Tuttavia questo rock glacier presentava nel 1997 una “uncertain activity“. Una decina d’anni più tardi, i ricercatori, a seguito di rilevamenti svolti tra il 2005 e il 2007, rilevavano che “Il rock glacier di Cadin di Croda Rossa non mostra affioramenti di ghiaccio e presenta strutture interne differenti indicando che probabilmente si tratta di un rock glacier con ghiaccio interstiziale (ice-cemented rock glacier).” (K. Krainer, K. Lang, H. Hausmann, Active rock glaciers at Croda Rossa/Hohe Gaisl, Eastern Dolomites (Alto Adige/South Tyrol, Northern Italy), in Geogr. Fis. Dinam. Quat., 33 (2010), 25-36).

fig. 13 La fronte del rock glacier del Cadin di Croda Rossa

Confermando le osservazioni svolte dai ricercatori, ad oggi possiamo confermare che la fronte del rock glacier è di per certo ben marcata (fig. 13), con una pendenza di 35-40° ed un’altezza di 50m, e si attesta a circa metà della strettoia tra la Punta del Pin e le Cime Campale nel Cadin di Croda Rossa. Non è stata pervenuta alcuna acqua di fusione nell’area ai piedi della fronte né alcun ghiaccio esposto una volta rimontata la fronte ed esplorata la superficie del rock glacier. Si conferma, invece, che il rock glacier è traversato longitudinalmente da evidenti solchi e le rocce sui cui progrediamo sono particolarmente mobili (fig. 14). Nei pressi della sezione sommitale del rock glacier, infine, è presente un’area innevata che, tuttavia, non sembra appartenere al ghiacciaio quanto, piuttosto, pare essere il lobo di un canale valanghivo proveniente dalla Croda Rossa, le cui nevi evidentemente sono perenni (fig. 15).

fig. 14 Il materiale instabile sulla superficie del rock glacier del Cadin di Croda Rossa
fig. 15 Il nevaio alimentato dalle valanghe provenienti da un ripido canale sulla parete orientale della Croda Rossa. Sullo sfondo, da destra a sinistra, le creste della Croda Rossa degradano fino alla ben visibile Forcella del Pin, per poi riprendere quota sino a Punta del Pin.

LA TRAVERSATA DI FORCELLA CAMPALE

Sebbene la salita a Forcella Campale appaia dal rock glacier piuttosto ripida (fig. 16), si rivela in realtà meno faticosa di quanto previsto. E pensare che Ugo di Vallepiana, nel 1925, scriveva che Forcella Campale si risaliva faticosamente “attraverso pendii di detriti della peggior specie“!!! (Ugo di Vallepiana, Dolomiti di Cortina d’Ampezzo, dal Cristallo per le Tofane alla Croda da Lago, Guide del Club Alpino Italiano, sezione unversitaria, 1925). Noi scegliamo di attaccare il ghiaione che scende dalla forcella sulla destra, cercando di poggiare i piedi sulle rocce più grandi e stabili (fig. 17).

fig. 16 Forcella Campale dal rock glacier del Cadin di Croda Rossa
fig. 17 L’inizio della salita alla forcella Campale

L’obiettivo è abbandonare quanto prima le mobili ghiaie e giungere ad una successione di speroni rocciosi che, nei pressi della sezione centrale della salita, ci forniranno più solido appiglio. Guadagnata la roccia, saliamo piacevolmente facendo scrambling (fig. 18, 19 e 20).

fig. 18 Guadagnate finalmente le solide rocce che ci garantiscono un più agevole incedere
fig. 19 Edoardo procede con lo scrambling
fig. 20 Ormai pochi metri e siamo in forcella Campale

Giunti in forcella Campale, emblematica è l’espressione di Edoardo 😉

fig. 21 “Edoardo, com’è la discesa???”

Sotto di noi, si sviluppa un canale bello marcio intorno a poco più di 50° di inclinazione (fig. 22). Ma, sorpresa delle sorprese, ci rendiamo subito conto che il nostro intento di aprire una nuova via non potrà essere coronato: troviamo infatti uno splendido e lucido spit sulla roccia a sinistra della forcella!!! Facciamo quindi una foto di rito in forcella ed iniziamo ad imbragarci (fig. 23). Sul versante opposto a noi, la Forcella Nord scende ripidissima e scariche di sassi che rotolano come proiettili nel Cadin del Ghiacciaio echeggiano minacciosi sulle pareti (fig. 24).

fig. 22 La calata inizia dentro un canalino di roccia marcia con pendenze intorno ai 70° che permette di raggiungere un ampio balcone ghiaioso.
fig. 23 La foto di rito in forcella!
fig. 24 La forcella Nord, la più alta forcella delle Dolomiti coi suoi 3000m, mette in comunicazione il Cadin del Ghiacciaio con la Val Montejela (Montesela).

Ci appropinquiamo quindi allo spit, aggirando con forte esposizione un enorme masso pericolante. Lo spit si trova a circa 2 metri di altezza, subito dopo il masso (fig. 25).

fig. 25 Edoardo aggira l’instabile masso per allestire la manovra di calata

“Longiato” sullo spit, lascio ad Edoardo l’onore di aprire la calata! Il fondo del canale si presenta quasi terroso, totalmente friabile. Edoardo si cala per circa una ventina di metri fino a che, sul bordo di destra del canale, individua un secondo spit (fig. 26 e 27). Tocca ora al sottoscritto: infilo il secchiello, mi faccio un machard ed inizio la calata che concludo in un paio di minuti.

fig. 26 Edoardo inizia la calata su fondo quasi terroso
fig. 27 Gli ultimi metri del primo tiro di calata

Ogni recupero di corda deve essere effettuato con la massima cautela poiché smuoviamo terreno che ci rotola addosso (fig. 28).

fig. 28 Recuperando la corda e, con essa, un po’ di sassolini 🙂

Con ulteriori due “calate appoggiate”, di circa 20 e 35 metri, approdiamo ora su un grande cengione ghiaioso, che segna il termine del canale, i cui bordi degradano nel vuoto (fig. 29 e 30). Al centro di questa grande cengia, sulla parete, troviamo un chiodo cui ci leghiamo per scendere fino al bordo della cengia (fig. 31); si tratta ora di scendere di circa un metro sulla parete, in totale esposizione ma su comodo gradino e beneficiando di un appiglio su stretta fessura trasversale, fino a trovare un piccolo pulpito dove ci attende una sosta già allestita con spit + chiodo (fig. 32).

fig. 29 La terza calata
fig. 30 Edoardo si avvicina alla larga cengia che segna il termine del canale
fig. 31 Nei pressi del cerchio rosso si trova il chiodo per assicurarsi e scendere fino alla sosta successiva
fig. 32 Con un po’ di entusiasmo e coraggio ci si deve affacciare sul bordo della cengia e scendere di circa un metro, con esposizione molto elevata, fino a trovare un piccolo balconcino con la sosta già allestita

Giunto alla sosta, attacco il moschettone della longe allo spit e tiro un sospiro di sollievo! Ora Edoardo ha recuperato la corda mi raggiunge sul piccolo pulpito (fig. 33).

fig. 33 Edoardo si appresta a raggiungere il pulpito aereo dove abbiamo trovato la sosta

Ci prepariamo per le manovre di calata e lanciamo la corda nel vuoto. Questa volta, però, non vediamo dove la corda atterra! La roccia sotto di noi, infatti, precipita con un probabile tetto (a breve scopriremo che l’ipotesi era ben fondata!) (fig. 34). Non c’è altro da fare che andare in perlustrazione. Edoardo aumenta le spire del machard e si cala fino a scomparire nel vuoto. E qui inizia un’interminabile e stremante attesa. Sono immobile su un pulpito che non mi concede grande libertà di movimento. Siamo all’ombra (ad occhio non batte mai il sole in questo tratto di parete) e tira un bel venticello che dalla valle si incanala nella Forcella Campale. Maniche corte e smanicatino non si rivelano la scelta più azzeccata in questo tratto di calata; tuttavia, sono così esposto che non mi fido di togliere lo zaino e cercare il goretex (che sicuramente sarà sotto di tutto)… quindi inizio a soffiare aria calda sulle mani, badando di non smuovere qualche sassolino su quel mezzo metro di balconcino. Finalmente, arriva il via libera di Edoardo che, nel frattempo, è riuscito ad atterrare e trovare un punto sicuro una decina di metri sotto il tetto. Controllo ripetutamente che le ghiere dei moschettoni siano ben serrate intorno al secchiello e al machard e… via, calata nel vuoto, per circa venticinque metri.

fig. 34 La corda scompare nel vuoto…

Ed eccoci al termine della calata strapiombante, superata una grotta dalle cui fessure scendono gocce che si trasformano in un rigolo d’acqua (fig. 35). L’atterraggio avviene su un comodo e sicuro balconcino, che mi permette di togliere lo zaino e mettermi una maglia tecnica per recuperare un po’ di calore! Ci attendono però ora due sorprese: la prima, non troviamo altri spit e, sotto di noi, v’è un bel secondo ripido salto. Inoltre, in fase di recupero della corda con il sagolino, qualcosa non funziona e le corde restano bloccate! Quest’ultima è davvero una bella rogna ed Edoardo è costretto a risalire la parete strapiombante su roccia marcia con passaggi di V grado, liberare le corde e ridiscendere (fig. 36).

fig. 35. Giunto al termine della calata strapiombante, indossando finalmente qualcosa di caldo!
fig. 36 Edoardo scende per la seconda volta dopo aver liberato la corda a monte. Si nota distintamente la grotta dalle cui fessure promana acqua

Liberate le corde, dobbiamo ora pensare a come calarci poiché, nonostante le esplorazioni della parete nei dintorni, non troviamo davvero alcun chiodo infisso (fig. 37) Tale circostanza fa riflettere: evidentemente, la via è stata chiodata con gli spit da qualche sciatore nel periodo invernale. Terminata la parete strapiombante, infatti, è verosimile pensare che lo sci-alpinista abbia affrontato il pendio rimanente, fino al Cadin del Ghiacciaio, sciando. L’accumulo di neve, infatti, tenderà sicuramente a smorzare quei primi metri al 90/100% di pendenza che ci attendono; poi, dopo una decina di metri di dislivello, la parete inizia a gradonarsi, diminuendo così drasticamente l’inclinazione e rendendo ben appetibile la discesa. Noi, però, non abbiamo la neve, e quella decina di metri totalmente aerei ci obbligano a trovare una soluzione sicura per essere superati. È quindi il momento di tirare fuori i chiodi ed allestire una sosta (fig. 38).

fig. 37 Edoardo alla ricerca (infruttuosa) di qualche spit o chiodo
fig. 38 Edoardo conficca due chiodi per allestire la penultima sosta

Nel mentre Edoardo martella, la Crodaccia Alta ci osserva, con le sue tipiche “tasche paleocarsiche” che quasi le conferiscono grottesche sembianze umane (fig. 39). Nel sottofondo, scariche di sassi dalla Forcella Nord si alternano a sinistri crolli nei pressi del lago del Cadin del Ghiacciaio (fig. 40).

fig. 39 La singolare parete meridionale della Crodaccia Alta
fig. 40 Il Cadin del Ghiacciaio, con il tipico lago in prossimità della fronte

Una volta allestita la sosta, Edoardo si cala per l’ultima ripida parete. Io controllo attentamente i chiodi, verificando che non si muovano di un millimetro (fig. 41).

fig. 41 La sosta allestita prima dell’ultima calata

Tocca quindi a me scendere e supero abbastanza agevolmente gli ultimi venti metri di parete verticale approdando su un comodo gradone di ghiaia (fig. 42).

fig. 42 L’ultimo tratto di parete verticale prima di giungere sui più comodi gradoni

Ora il gioco è fatto e tiriamo un sospiro di sollievo!!! (fig. 43 e 44). Per affrontare gli ultimi trenta metri di gradoni friabili, scendo io per primo ed Edoardo mi fa sicura piantando un ultimo chiodo, giusto perché ogni appiglio che tocco mi resta in mano 😉

fig. 43 Espressione soddisfatta nr. 1!
fig. 44 Espressione soddisfatta nr. 2!!!

Giungo quindi a fine corda e mi slego, procedendo sugli ultimi gradoni friabili prima di saltare sulle ghiaie del Cadin del Ghiacciaio e portarmi fuori tiro dalle eventuali scariche che Edoardo dovesse smuovere discendendo.

fig. 45 Edoardo si appresta a scendere l’ultimo tiro. In rosso, i tiri di calata una volta usciti dal canale detritico

IL ROCK GLACIER NEL CADIN DEL GHIACCIAIO

Appena messo piede sul Cadin del Ghiacciaio, mi rendo conto che la parte apicale è effettivamente un enorme nevaio su cui le sovrastanti cime scaricano continuamente materiale (fig. 46). La parete della Cima Campale a ridosso della via di calata, in particolare, appare marcissima e devastata dai crolli (fig. 47). Sul versante opposto, la Forcella Nord scarica costantemente materiale. Ci allontaniamo quindi velocemente da questa area tormentata dalle frane e, con divertente sciata sul nevaio inclinato, ci dirigiamo verso il centro del Cadin del Ghiacciaio (fig. 48).

fig. 46 Il nevaio coperto dalle scariche delle cime sovrastanti
fig. 47 Sulla sinistra rispetto alla via di calata (guardando dal Cadin), la parete di Cima Campale è soggetta a continui crolli. Non proprio quello che si definerebbe “the best place to be”, sicché leviamo i tacchi e ci portiamo velocemente al centro del Cadin del Ghiacciaio
fig. 48 Sciando sulla parte apicale del Cadin del Ghiacciaio

Il sopra citato studio di Krainer, datato 2010, conferma le nostre osservazioni, concludendo che “le strutture interne (piani di scorrimento) e particolarmente gli affioramenti di ghiaccio nella parte superiore del rock glacier di Cadin del Ghiacciaio indicano chiaramente che questo rock glacier si è sviluppato da un ghiacciaio di circo coperto da detrito che si trova in condizioni di permafrost ancora oggi. Presumiamo che questo rock glacier si sia sviluppato da un piccolo ghiacciaio di circo alimentato da valanghe in una fase di ritiro a causa del mancato trasferimento alle acque di fusione dei sedimenti trasportati dal ghiacciaio.” (K. Krainer et alia, Id.). Ciò che sorprende, peraltro, è che questo rock glacier presenta caratteristiche morfologiche differenti rispetto al rock glacier ospitato nel Cadin di Croda Rossa. Innanzitutto, si trovano di tanto in tanto delle piccole depressioni, quasi delle doline; come se il ghiaccio sottostante le rocce fosse ceduto e/o si fosse formato un imbuto naturale/inghiottitoio (fig. 48 e 49).

fig. 48 Depressioni che lasciano presagire la presenza di un inghiottitoio nel sottostante ghiacciaio
fig. 49 Ancora improvvise depressioni sulla superficie del rock glacier

Sorprendono, inoltre, le dimensioni di questo rock glacier. Krainer stabiliva che “the rock glacier is 850 m long, 300-550 m wide and covers an area of 0.3 km2. The rock glacier extends from an altitude of 2340 m at the front to about 2500 m. The average gradient of the surface is 5°”. Tali misurazioni, confrontate con i primi rilievi svolti da Rictcher nel 1888, mostrano una regressione dell’apparato glaciale di una decina di metri. Nella parte centrale del rock glacier, si percepisce una divisione in due lobi; notiamo infatti ghiaie più “fresche”, risultato di un certo dinamismo sulla superficie… tale linea segna la demarcazione tra i due lobi e, nella parte apicale del rock glacier, emerge chiaramente il ghiaccio esposto, corrispondente con il margine sinistro del lobo meridionale (fig. 50).

fig. 50 Ghiaccio esposto poco sotto la superficie del rock glacier, in prossimità della suddivisione in due lobi

Incredibile pensare che, in alcune zone del rock glacier, il sedimento che ricopre il ghiacciaio è davvero poco spesso; secondo Krainer, “in the upper part massive ice is exposed during the summer months at several places below a less than 1 m thick debris layer. Locally the debris layer is only about 10 cm thick“. Tant’è che, a parere dello scrivente, la definizione di rock glacier non sembra propriamente calzare al caso di specie… più che rock glacier, questo apparato sembra un vero e proprio ghiacciaio sormontato da una copertina di detrito. Un mantello che preserva il ghiaccio sottostante sicuramente da oltre un secolo; già nel 1907, infatti, il glaciologo Marinelli descriveva il ghiacciaio come quasi completamente coperto di detrito superficiale. Lo stesso asseriva il glaciologo Lesca nel 1974, rilevando che il ghiacciaio era “per gran parte ricoperto da morena superficiale” (Lesca, Id.). Ciò è confermato dalla visita all’incantevole e tipico laghetto termocarsico, collocato sul lobo settentrionale, poco più a valle. Il lago presenta inclinate pareti di ghiaccio esposto e compatto, alte fino a venti metri sul versante idrografico sinistro della valle, che “letteralmente” si sciolgono al sole riversando acqua dentro il bacino. Sottolineo il concetto di “ghiaccio compatto”, per nulla mescolato al detrito, confinato al solo margine superiore delle pareti. Man mano che il ghiaccio si scioglie, precipitano dentro il laghetto le rocce che costituiscono lo strato superficiale del rock glacier, quasi vi fosse un preciso equilibro tale per cui la profondità del laghetto non può incrementarsi, perché la quantità di acqua di fusione riversatavi è in rapporto perfetto con la quantità di rocce che vi crollano dentro (fig. 51, 52, 53). Affascinante pensare che il ghiaccio che vediamo e tocchiamo risale alla Piccola Era Glaciale, più precisamente al 1500 (ISPRA, Note Illustrative della Carta Geologica d’Italia – Foglio 016 Dobbiaco, pag. 175).

fig. 51 Il laghetto termocarsico nel rock glacier del Cadin del Ghiacciaio
fig. 51 Le pareti di compatto ghiaccio, fino a venti metri d’altezza, sono ricoperte da un relativamente sottile strato di sedimento roccioso
fig. 53 Man mano che il ghiaccio esposto si scioglie, viene meno il supporto delle rocce superficiali che rotolano dentro il laghetto termocarsico

Una curiosità: studiando le immagini satellitari messe a disposizione dal servizio BING, scopriamo che, nell’agosto del 2015, il laghetto termocarsico aveva pure un fratellino!!! Evidentemente, il tappo di ghiaccio sul fondo si è poi sciolto, facendo defluire l’acqua nei meandri sotterranei del ghiacciaio.

fonte BING, immagine scattata il 27 agosto 2015

Dopo aver contemplato con meraviglia il laghetto, ci dirigiamo verso la fronte del rock glacier. Questa è alta almeno 30 metri e ben ripida (35°/40°), al punto che dobbiamo procedere lungo il perimetro della fronte, sul lobo meridionale, la cui fronte è meno ripida di quello settentrionale, fino a raggiungere un pendio di altezza più contenuta per poter scendere, non a fatica (fig. 54).

fig. 54 L’imponente fronte del rock glacier del Cadin del Ghiacciaio

Abbandonata definitivamente l’area del ghiacciaio, ci teniamo ora sulla destra, a ridosso dello sperone orientale delle Cime Campale (fig. 55), scendendo comodamente lo scosceso pendio tra radi mughi, fino ad incrociare nuovamente la radura popolata da vacche al pascolo. Di lì, per la via dell’andata, è d’obbligo una sosta ristoratrice a Malga Stolla. Nel giro di un’oretta, sempre per la stessa via dell’andata, si rientra al parcheggio presso Cimabanche.

fig. 55 L’inedita vista che si apre ai piedi dello sperone meridionale delle Cime Campale, verso le Tre Cime di Lavaredo
fig. 56 La discesa, senza via obbligata, fino alla radura adibita a pascolo

Traversata della cengia nord del Cristallino di Misurina: la “cengia Raule”

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EEA. Cengia “Raule”: PD-, con unico passaggio esposto di II grado, che richiede assicurazione e passo sicuro.

DISTANZA: 17,8km – DURATA: 8.20 h – DSL: 1300 m D+

DATA: 18 giugno 2022

PREMESSE

Con questa traversata andiamo a completare tutte le possibili interpretazioni di itinerario (note) nel massiccio centrale del Cristallino di Misurina. Lo spunto viene dall’amico Riccardo, anch’egli appassionato esploratore di nuove vie e di antiche tracce dimenticate. A sua volta, Riccardo ha seguito le orme di Vittorino Mason che, in memoria di un amico perito in montagna, ha nominato tale cengia “Raule”, descrivendone per la prima volta l’itinerario nel “Libro delle Cenge, 56 vie orizzontali nelle Dolomiti”, datato 2013. Successivamente, la cengia Raule è stata percorsa e descritta da Fabio Cammelli, nel numero di Le Alpi Venete, primavera/estate 2020. Hanno raccolto l’invito ad esplorare questa cengia sconosciuta gli amici Paolo ed Edoardo.

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Lasciata l’auto nei pressi del Ponte de la Marogna, si traversa il greto verso SE fino a risalirne la sponda ed imboccare una debole traccia parzialmente coperta dalla florida vegetazione. Si cammina pochi minuti nel bosco per poi entrare in una radura costituita da una lingua franosa (bolli su alberi e rocce); la si traversa in diagonale e si rimonta per una nitida traccia nel bosco che subito prende quota. In pochi minuti si giunge alla postazione militare con lapide commemorativa della prima guerra mondiale (fig. 1) (per questo primo tratto, vedasi anche la relazione della salita alla forcella Cristallino).

fig. 1 La lapide commemorativa

Si aggira sulla sinistra la lapide e si segue la traccia, badando di non farsi tentare dal proseguire nel corso delle innumerevoli trincee che tagliano il bosco. In questo tratto, la traccia si snoda all’incirca presso la sponda orografica destra del rio che proviene dalla Val Cristallino; si ode il gentile fragore delle cascatelle, senza però mai vederne il corso. Nel giro di pochi minuti si giunge ad un punto chiave: la traccia entra perpendicolare nel solco di una trincea, ai piedi di una ripida collinetta. L’intuito suggerirebbe di procedere a destra, ove la trincea appare più aperta e di facile percorribilità; al contrario, la traccia prosegue a sinistra: un grosso masso sul sentiero reca un bollo scolorito che indica e conferma la via. Di lì a breve il sentiero diventa sempre più evidente ed aperto, fino a procedere in falsopiano. Si procede quindi in direzione del ponte di Val Popena Alta. Secondo la cartografia Tabacco, si tratterebbe ora di imboccare un traccia che si innesta perpendicolarmente, a monte, in corrispondenza di un rio che taglia la traccia principale. Il rio appare asciutto e consiste in una lingua franosa che si appoggia timidamente al sentiero. Noi abbiamo scelto di risalire nel bosco ma la traccia riportata dalla Tabacco non la abbiamo mai incrociata. Dopo una ventina di minuti di salita, invece, ci troviamo finalmente su un sentiero che sembra un’autostrada, con tanto di ometti, proveniente da SE… dovrebbe trattarsi della traccia più alta che collega l’imbocco della Val Popena Alta, nei pressi del sentiero 222, con la Val de le Bance… resta fermo il fatto che in pochi minuti questo nuovo sentierone ci porta sul versante orografico destro della deserta Val de le Bance (fig. 2).

fig. 2 Il sentierone che ci porta all’imbocco della Val de le Bance

Entrati in val de le Bance, si comincia a risalire il ghiaione, dapprima tenendosi sul versante orografico destro, per poi tagliare nettamente in diagonale la valle portandosi sull’opposto versante orografico (fig. 3), ai piedi della strozzatura tra la Croda de le Bance e lo sperone settentrionale della Croda Mosca, ove idealmente dovrebbe scorrere il rio che solca la valle (fig. 4)… pensare che esattamente 143 anni fa W. Eckerth saliva questa valle insieme a Michel Innerkofler, descrivendo il rumoreggiare della cascata all’interno della forra. Giunti alla base della strozzatura, si consiglia di non imboccare direttamente il greto del rio ma di salire con facile arrampicata sulle rocce alla base della parete sul versante orografico destro. Ciò permette di superare un paio di non agevoli piccoli salti di roccia.

fig. 3 La vista insolita delle Tre Cime di Lavaredo dal bacino inferiore della val de le Bance. Evidenziata in rosso la traccia che traversa dal versante orografico destro al versante orografico sinistro.
fig. 4 La via per entrare nella parte centrale della val de le Bance.

Si sale quindi lungo i gradoni rocciosi sulla sponda orografica destra del rio (fig. 5), fino ad intravedere un ometto sul versante opposto, che ci indica l’obbligo di traversare il rio e risalire ai piedi della Croda Mosca (fig. 6). Scrivo “obbligo”, non a caso; procedendo, infatti, lungo il solco del rio, ci si imbatte in un salto di roccia alto poco più di un paio di metri il cui superamento in salita richiede abilità d’arrampicatore non scontate (vedasi il superamento di tale salto in discesa in fig. 33, 34 e 35 in occasione della discesa di val de le Bance il 30 ottobre 2021).

fig. 5 La salita dei gradoni nell’inizio della parte centrale della val de le Bance
fig. 6 Un ometto ai piedi della Croda Mosca indica la necessità di traversare sul versante orografico opposto e risalire ai piedi della parete dell’omonima croda.

Più si sale più la val de le Bance assume le sembianze di una brulla gola il cui fondo instabile rallenta la salita (fig. 7). Scriveva W. Eckerth nel 1879 sulla valle de le Bance che, “chiusa ai lati dalle ripide pareti delle dorsali del Cristallino, essa si restringe in forma di gola nella parte superiore restando illuminata dal sole per breve tempo soltanto intorno a mezzogiorno“. La salita si svolge ora a ridosso della parete della Croda Mosca (fig. 8), fino a quando risulta più saggio spostarsi sul versante orografico opposto con facile arrampicata, per approdare su una comoda cengia che permette di proseguire evitando le mobili ghiaie del centro valle (fig. 9). Percorrendo la cengia, superando agevolmente qualche semplice salto di roccia e sempre tenendosi sul versante orografico sinistro della valle, si supera finalmente l’impervia strozzatura e si entra nella parte apicale della Val de le Bance, decisamente più amena e gradevole (fig. 10).

fig. 7 Edoardo, nella parte centrale della val de le Bance
fig. 8 Paolo avanza ai piedi della Croda Mosca
fig. 9 Per raggiungere la strozzatura apicale della val de le Bance è consigliabile spostarsi sul versante orografico sinistro dove una cengia permette di salire più comodamente.
fig. 10 La parte apicale della Val de le Bance.

La tentazione di risalire questo magnifico nuovo ambiente è forte ma non è questa la via da seguire oggi; si devono salire, invece, le facili roccette che si ergono sulla destra (sinistra orografica), fino ad approdare ad un largo e pianeggiante crinale che separa la val de le Bance da un’ampia conca che poi degrada per ripidi pendii in val Cristallino (fig. 11). Tale postazione ci offre a settentrione un panorama senza pari, con insolita prospettiva delle Tre Cime di Lavaredo (fig. 12). Si scorge nitidamente, inoltre, la cengia Raule che taglia la parete giallastra del Cristallino di Misurina (fig. 13).

fig. 11 L’ampio crinale che separa la val de le Bance dalla val Cristallino
fig. 12 Le Tre Cime di Lavaredo
fig. 13 La cengia Raule sul versante orientale del Cristallino di Misurina

È ora opportuno mettersi in sicurezza: per raggiungere la cengia, infatti, si arrampica con facili passaggi di I° ma con una certa esposizione sulla conca sottostante (fig. 14).

fig. 14 L’itinerario scelto per appropinquarsi alla cengia Raule.

In pochi minuti, giungiamo in cengia, ai piedi della parete. Il versante orientale della cengia Raule non è proprio quanto di più comodo si possa immaginare. La cengia è stretta, in leggera discesa; la parete che si erge sopra di noi ci spinge in fuori e l’esposizione sulla conca sottostante gioca il suo fattore psicologico (fig. 15). Progrediamo, legati in conserva corta, transitando in un paio d’occasioni carponi per mantenerci il più possibile aderenti alla parete (fig. 16 e 17), fino a raggiungere lo sperone settentrionale della cengia, che finalmente si apre in un comodo balcone di ghiaia (fig. 18). Funge da ometto un pesante fondello di proiettile della prima guerra (fig. 19).

fig. 15 Il versante orientale della cengia Raule
fig. 16 Finalmente una foto tutti e tre insieme sulla cengia Raule 😉
fig. 17 Spesso ci troviamo costretti ad incunearci sotto la volta della parete per riuscire a progredire
fig. 18 Lo sperone settentrionale della cengia Raule
fig. 19 Il fondello di una granata della prima guerra mondiale.

Una volta aggirato lo sperone settentrionale della cengia Raule, affacciandosi sulla val Cristallino, la cengia prosegue, ampia ed in leggera salita, lungo la parete occidentale del Cristallino, in direzione dell’omonima forcella bipartita (fig. 20).

fig. 20 La cengia Raule sul versante occidentale, affacciata sulla val Cristallino

La progressione non presenta difficoltà alcuna, fino ad un repentino restringimento della cengia, con successiva interruzione della medesima nel vuoto. A distanza di poco meno di un metro, la cengia ricomincia, franosa. Sappiamo che sull’altra sponda dovrebbe trovarsi un vecchio chiodo… si tratta però di arrivarci sull’altra sponda! Ed ecco qui il deus ex machina, Edoardo! Con ferma precisione e sangue freddo, traversa in spaccata il baratro ed arrampica agevolmente sulla sponda franata della cengia. In pochi secondi individua il chiodo ed assicura noi tutti (fig. 21)! Sotto un profilo tecnico, il passaggio non risulta difficile: si tratta di effettuare una spaccata con piede su comodo appoggio per poi scendere di poco meno di un metro su più ampi appoggi per i piedi e di lì rimontare la cengia.

fig. 21 Edoardo rimonta sul lato opposto della cengia Raule

Una volta assicurati, Paolo approccia il salto (fig. 22) ed infine è il turno del sottoscritto che chiude la cordata (fig. 23).

fig. 23 Paolo affronta gli ultimi passi lungo la cengia prima del salto.
fig. 23 Io che attraverso il salto

Il passaggio chiave indicato è collocato circa a metà della cengia Raule. Superatolo, la cengia torna ad essere agevolmente percorribile, spesso ampia (fig. 24), talvolta richiedendo il superamento di brevi ripidi tratti dal fondo friabile (fig. 25) ovvero piccoli nevai (fig. 26 e 27).

fig. 24 La cengia Raule torna ad essere ampia ed agevolmente percorribile
fig. 25 Nella parte finale, la cengia Raule presenta qualche breve tratto dal fondo friabile ove risulta opportuno procedere con cautela
fig. 26 Paolo ed Edoardo percorrono gli ultimi tratti della cengia Raule
fig. 27 Vari nevai coprono il tracciato della cengia

La cengia Raule volge ormai al termine, conducendo nella parte apicale del canalone orientale che sovrasta la val Cristallino. Si supera un breve ripido tratto (fig. 28) che conduce sulle nevi del canalone e qui comincia una divertente discesa sulla morbida neve, che quasi inviterebbe alla corsa 😉 (fig. 29).

fig. 28 il ripido e franoso passaggio che conduce nel cuore del canalone bipartito orientale della val Cristallino
fig. 29 e giù per il canalone innevato!!!

La discesa lungo la val Cristallino quasi ci permette di sciare, per brevi momenti, sul mobile fondo del ghiaione. La val Cristallino è una miniera di reperti bellici. Resti di granate e residuati sono disseminati in ogni dove tra le ghiaie, confermando ancora una volta quanto avevamo riscontrato nell’avventura del 30 ottobre 2021: la val Cristallino è una valle inaccessibile e completamente deserta, non frequentata da anima viva. Le distanze sembravano più corte… ci impieghiamo un’eternità a percorrere tutta la lunghezza della valle (fig. 30) fino ad immetterci nel greto del rio che raccoglie le acque di fusione dell’intera valle. Scendiamo lungo il solco dissestato del rio, che presto diventa asciutto, fino a raggiungere un grande masso con dei sassi posti sopra a mo’ di ometto (fig. 31): tale segnale preannuncia un sentiero che, pochi metri a valle, si dirama sulla destra per inoltrarsi tra i baranci (fig. 32), conducendo in breve all’ampia traccia percorsa all’andata in direzione della val Popena Alta. Appena montati su tale traccia, sarà opportuno deviare a sinistra giungendo in breve alla lapide commemorativa e, quindi, al ponte de la Marogna.

fig. 30 La val Cristallino nella sua immensa estensione
fig. 31 I sassi posti sopra la roccia indicano la necessità di inoltrarsi tra i baranci ove presto si intravede il sentiero che conduce a valle
fig. 32 Il sentiero permette di tagliare facilmente tutto il pendio coperto di baranci

Anello del Cristallino di Misurina, traversando la Val Cristallino e la Val de Le Bance (con apertura della nuova via “Cristallino Ovest”!)

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EEA+. Da Forcella Cristallino alla spalla meridionale del Cristallino di Misurina: AD-

Traversata alpinistica lunga e fisicamente molto impegnativa. Da forcella Cristallino alla spalla meridionale del Cristallino di Misurina, necessità di alternare progressione in conserva con soste da allestire con chiodi, affrontando passaggi fino a III+ (non v’è presenza di spit).


DISTANZA: ca 20 Km – DURATA: 11 h – DSL: 1434 m D+

DATA: 30 ottobre 2021

PREMESSE

Chiudiamo la stagione “estiva” con l’itinerario più esplorativo e, sicuramente, più difficile dell’anno: la traversata della Val Cristallino, fino a forcella Cristallino, per poi raggiungere la spalla meridionale del Cristallino di Misurina aprendo una nuova via che, per temporanea assenza di estro poetico chiamiamo “Cristallino Ovest”. Dalla cima del Cristallino di Misurina, discesa per la via normale, aperta da Paul Grohmann e l’albergatore di Carbonín Georg Ploner il 16 agosto 1864, fino alla Forcella de Le Bance. Dalla forcella, traversata in discesa della Val de Le Bance e chiusura dell’anello. Un’avventura fisicamente molto impegnativa, anche perché per il 95% del giro si cammina sempre fuori sentiero, su fondo impervio, con pendenze spesso sostenute, specie nella discesa verso S da Forcella Cristallino. Un itinerario che richiede necessariamente l’uso della corda e di quanto necessario per approntare le opportune soste (chiodi da fessura e blocchi da incastro). Giunti in Forcella Cristallino, qualora non si gradisse affrontare la via “Cristallino Ovest”, è possibile scendere fino alla confluenza con il canalone che scende da Forcella Michele; se da un lato si evita l’arrampicata in salita, dall’altro non ci si può però esimere dalla disarrampicata in discesa della seconda metà inferiore del ripido e dirupato canale che scende da Forcella Cristallino. La salita del canalone che scende da Forcella Michele è invece più agevole, nonostante sia necessario affrontare un salto di roccia alto circa quattro metri, in corrispondenza della strettoia tra la parete S del Cristallino di Misurina e la parete N della dorsale di Popena (per maggiori dettagli, si veda la relazione sulla discesa del canalone di Forcella Michele, svolta a luglio 2021). Compagno d’avventura è oggi Edoardo, delle Guide Alpine di Cortina, con cui abbiamo avuto il piacere di condividere l’ascensione della Furcia dai Fers da Tamersc appena quindici giorni fa e che si è nuovamente reso disponibile ad affrontare un itinerario esplorativo che, fin da subito, si è rivelato particolarmente avventuroso.

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Lasciata l’auto presso il ponte de la Marogna, 1472 m, si traversa il greto asciutto della Val Fonda e ci si addentra subito nel bosco, sul versante orografico destro. Dopo poche decine di metri, il bosco si dirada e si cammina ora su una frana, risalendola ancora per poche decine di metri, sino a che si individua una traccia che si immette nuovamente nel bosco. La traccia è piuttosto evidente ed in breve conduce alla c.d. “lapide della Valfonda”, riscoperta e restaurata nel 1982. La lapide, datata 31 agosto 1916, reca incisi 269 nomi, tutti i componenti della 6a Compagnia, facente parte della Brigata Umbria, del 53° Reggimento di Fanteria Vercelli (fig. 1).

fig. 1. La lapide commemorativa del 1916.

Si continua a seguire la traccia, ora leggermente in salita, tenendo sulla destra il rio che funge da spartiacque della Val Cristallino. Intorno a quota 1600 m, si abbandona la traccia e si cerca di deviare verso S (destra), aprendosi un varco tra i baranci. (ndr: a posteriori, la corretta via consiste nel procedere dentro il bosco lungo la traccia, senza abbandonarla. Poi, quando la traccia inizia a procedere su falsopiano, si innesta a monte nella traccia principale un sentierino: questo sentierino consente di raggiungere in breve il greto del torrente). La soluzione migliore è scendere quanto prima sul greto del rio. Noi abbiamo invece temporeggiato, fino quasi a raggiungere le pendici rocciose settentrionali della Croda de Le Bance, con grande fatica facendoci strada tra i mughi. Ritrovato finalmente il greto, lo si risale senza possibilità di errore. Ci meravigliamo, quando troviamo infisso perpendicolare nel greto del rio un binario di rotaia, probabilmente della prima guerra mondiale (che ci fa una rotaia qua???) (fig. 2).

fig. 2. La rotaia infissa perpendicolare nel greto del torrente.

Si continua la risalita del greto, sino a che si apre finalmente di fronte a noi la visione della Val Cristallino, in tutta la sua interezza (fig. 3). La salita avviene sempre in ombra ma senza trovare traccia di ghiaccio sul fondo; sebbene al ponte de la Marogna il termometro segnasse -4°C, il clima è particolarmente secco, da giorni, e non v’è umidità che ghiaccia la superficie delle pietre che calpestiamo. La Val Cristallino è davvero una valle deserta, esplorata a fine dell’800 dai primi scalatori che affrontavano la salita del Cristallino di Misurina. Questi, tuttavia, non percorrevano interamente la valle, fino alla Forcella Cristallino, ma la abbandonavano verso metà, per salire, verso E, alla sella che separa le pendici N del Cristallino di Misurina dalla Croda de Le Bance. Da questa sella, salivano poi al Cristallino di Misurina attraverso la parte sommitale della Val de Le Bance. Scriveva W. Eckerth nel 1876: “Chi vuol salire in vetta al Cristallino ha a disposizione due vie che dapprima portano insieme, su per la Val Cristallino, ad una sella profondamente incassata nella dorsale principale del Cristallino, fra il “Kofl” (nda: Cima Le Bance) che costituisce l’ultimo rilievo a nord di questa dorsale e la cima del Cristallino. All’inizio estate, di solito, si scavalca questa sella e si preferisce continuare per la Val Banche che in questa stagione, per lo più, è ancora piena di neve; a metà estate e in autunno, invece, quando la Val Banche è ormai senza neve fino in alto e perciò difficile da percorrere, si sale in cima direttamente dalla sella per il ripido versante nord delle rocce terminali“. Aggiungeva Eckerth una breve descrizione della Val Cristallino, pronunciandosi come segue: “Dalla forcella, che appare bipartita da un roccione centrale, ripidi canaloni nevosi scendono su un circo di ghiaie e sfasciumi. Questo circo, a sua volta, ha varie diramazioni ed è in parte coperto di neve e ghiaccio”.

fig. 3. La Val Cristallino.

Noi scegliamo di non seguire le istruzioni di W. Eckerth ma di percorrere invece interamente la Val Cristallino, fino all’omonima forcella. Giunti là dove la valle si restringe improvvisamente, la pendenza inizia ad incrementare drasticamente e l’incedere sul ghiaione, il cui fondo è compatto e scivoloso, risulta sempre meno agevole. Procediamo, quindi, dapprima tenendoci all’estrema destra del ghiaione, sfruttando i generosi appigli che offre la parete rocciosa, per poi sfruttare una comoda fessura che ci permette di montare sopra il costone roccioso che costeggia il ghiaione (fig. 4, 5, 6 e 7). In verità, pochi metri dopo la fessura su cui saliamo, si trova un accesso molto più semplice, che non richiede di arrampicare, e permette di salire sul costone roccioso ancora più facilmente. Su questo terreno la progressione risulta sicuramente più comoda!

fig. 4 La traiettoria scelta per affrontare la salita del ghiaione nei pressi della strettoia.
fig. 5. Edoardo che risale il ghiaione sul lato destro.
fig. 6. Le due possibili soluzioni per montare sul gradone roccioso ed evitare di procedere sul ripido ghiaione.
fig. 7. Finalmente, procediamo comodi su un fondo solido e stabile!

Ancora una volta, realizziamo quanto la valle che stiamo traversando sia remota e selvaggia; ad ogni passo, troviamo reperti bellici di ogni sorta, che lasciamo in loco a memoria degli aspri combattimenti che tormentarono questa valle, contesa tra italiani e austriaci, nel corso della prima guerra mondiale. Giungiamo ora ad un bivio o, meglio, alla confluenza di due canali. Il canale più a sinistra (E), appare stretto e coperto nella parte sommitale di neve. Il canale di destra, invece, sembra meno ripido e già intravediamo Forcella Cristallino baciata dal sole. Edoardo traversa la confluenza per verificare la percorribilità del canale a E (fig. 8) ma, dopo una breve perlustrazione, conveniamo di salire il più ampio canale di destra.

fig. 8. Edoardo verifica la percorribilità del canale di sinistra, più a E.

Iniziamo ora una salita che si rivela da subito tutt’altro che semplice. Il terreno è instabile e ad ogni passo muoviamo scariche di pietre. Scegliamo quindi di salire su due linee diverse: Edoardo, alla base della parete di sinistra (fig. 9 e 10), mentre io mi porto alla base della parete di destra, iniziando una dura salita che, tecnicamente, sembra più essere un lungo traverso in diagonale delle pendici rocciose (fig. 11).

fig. 9. Edoardo inizia a salire alla base delle pendici del Cristallino.
fig. 10. Edoardo, sempre tenendosi alla base della parete, per sfruttare un terreno più solido.
fig. 11. Quasi in forcella Cristallino 🙂

Finalmente, giungiamo in Forcella Cristallino. Una luce violenta, accompagnata da un teso vento che si incanala in forcella, mi riempi gli occhi che, da ore, erano ormai abituati all’ombra. Tempo di abituare gli occhi alla nuova luce e metto a fuoco il luogo in cui siamo giunti. Forcella Cristallino è una minuscola sella che, sul versante S, degrada drasticamente in un ripido e stretto canale, marcio e dirupato. Il versante S scende così ripidamente che potremmo sederci a cavallo della sella (fig. 12). W. Eckerth lo descriva a fine ottocento come “un canalone roccioso che scende verso il bordo settentrionale del ghiacciaio di Popena” (si pensi a quanto è arretrata oggigiorno la fronte del ghiacciaio!!!). Visto dal basso, nei pressi della confluenza con forcella Michele, veniva descritto come “un canalone che sale ripido ad una forcella divisa in due da un roccione centrale. Sul ramo sinistro della forcella si eleva la cima più alta dello sperone occidentale del Cristallino, mentre sul ramo destro sorgono le rocce della cima principale”. Entrambi siamo sorpresi; non ci aspettavamo un terreno così poco praticabile. Alla base del canale, nell’ombra, intravediamo la confluenza con l’angusto canale che scende da Forcella Michele, già percorso a luglio in discesa per esplorare il circo glaciale del ghiacciaio di Popena. Non ci perdiamo d’animo (almeno ora staremo un po’ al sole!) e ci imbraghiamo per calarci nel canale (fig. 13).

fig. 12. Il canale S di Forcella Cristallino.
fig. 13. In sella a Forcella Cristallino.

Edoardo appronta un ancoraggio intorno a un solido masso ed io inizio la disarrampicata. I primi metri del canale sono terrosi ed il piede solca piacevolmente il fondo. Dopo pochi metri, tuttavia, il terreno diventa roccioso. Ogni appiglio che prendo sulla parete mi si sgretola in mano e, complice il vento che si incanala nella gola, mi ritrovo presto occhi e bocca pieni di polvere. Tutto quello che tocco è marcio e, prima di poter fare affidamento su un appiglio, devo letteralmente smontare la parete per trovare qualcosa di solido! Procediamo con singoli tiri di una ventina di metri: appena riesco a trovare un anfratto riparato nella roccia, mi ci inserisco, così che Edoardo possa scendere a sua volta, senza che le scariche di pietre provocate dal suo passaggio mi investano. Con questa tecnica, facciamo tre calate. La prima e la seconda calata risultano abbastanza semplici da affrontare in disarrampicata (fig. 14, 15 e 16). La terza, invece, più ripida, prevede il superamento di un salto di roccia di circa un paio di metri d’altezza, ben levigato dalle acque piovane e privo di appigli (fig. 17 e 18).

fig. 14. Edoardo durante la prima calata.
fig. 15. Il sottoscritto affronta la seconda calata.
fig. 16. La seconda calata attraversa la sezione del canale più semplice da affrontare in discesa.
fig. 17. Al termine della seconda calata, circa a metà del canale che scende da Forcella Cristallino, pronto per affrontare la terza calata, che prevede il superamento di un salto di roccia di circa un paio di metri di altezza.
fig. 18. Il sottoscritto, pronto per affrontare la terza calata!

Tutto ciò avviene al cospetto della magnifica cima del Popena, 3152 m, dell’Ago Loschner, 2939 m, di Punta Michele, 2898 m, e… del magico Ghiacciaio di Popena, la cui fronte abbiamo esplorato a luglio di quest’anno (leggi la relazione dell’itinerario) e che in questo periodo appare, naturalmente, meno innevato (fig. 19).

fig. 19. Il Piz Popena ed il ghiacciaio di Popena.

Conclusa la terza calata, ci troviamo a dover scegliere tra due itinerari alternativi. Il più “sicuro” e scontato prevederebbe la discesa fino alla confluenza con il canale che scende da Forcella Michele. Conosco quel canale, per averlo percorso in discesa tre mesi e mezzo fa: è ripido, ma non troppo, ed il fondo, per lo meno fino alla strettoia di metà canale, è ghiaioso. Chiaramente, tale soluzione implicherebbe un’ulteriore perdita di quota, per poi dover riguadagnarla superando una nuova forcella (Forcella Michele) con dura salita. Alternativa più intelligente ma di per certo più audace è traversare il costone della montagna, in direzione O, trovando una via che ci permetta di arrivare alla spalla meridionale del Cristallino di Misurina (dove, per intenderci, conduce il sentiero che sale dalla Val Popena, attraverso una nuova e comoda ferrata). L’idea è allettante ma non sappiamo quali incognite potremmo trovare. Alla fine, poiché la fortuna aiuta gli audaci – per lo meno sulla carta 🙂 – optiamo per la seconda strategia. Procediamo quindi di conserva, traversando un costone roccioso con saliscendi su agevole cengia (fig. 20), per poi salire di pochi metri, individuando un’ulteriore cengia (fig. 21).

fig. 20. Edoardo apre la via, cercando il percorso più agevole e diretto.
fig. 21. Edoardo risale la parete individuando la migliore cengia dove traversare.

Arriviamo quindi ad una parete che forma una sorta di diedro. Da qui, Edoardo sale per circa una decina di metri e predispone una prima sosta (fig. 22 e 23).

fig. 22. Alla base dell’ampio diedro.
fig. 23. Il primo tiro di arrampicata.

La fatica inizia a farsi sentire… sarà che non arrampicavo da dieci anni :-), ma sento i muscoli che rispondono pigramente per l’ipossia (e siamo solo a 2500 metri circa!). Inoltre, sono completamente sudato – la parete è in pieno sole – e disidratato. Mi sento un po’ mentalmente fiaccato ma realizzare che stiamo aprendo una nuova via mi rinfranca l’animo ed arrampico cercando di controllare bene la respirazione e muovermi il più fluidamente possibile. Superato il primo tiro, giungiamo in una ampia e comoda cengia, dove posso tirare un po’ il fiato. Ora siamo di fronte ad una parete verticale di almeno un’altra decina di metri. Edoardo la scala con la stessa facilità con cui si potrebbe portare a spasso un cagnolino con una mano mentre con l’altra mano si chatta (fig. 24). Sono impressionato dalla forza e dalla tecnica del mio odierno compagno d’avventura. Non mi resta che contemplare, ammirato, ed imparare (fig. 25).

fig. 24. Edoardo supera il secondo tiro di arrampicata.
fig. 25. In attesa di scalare il secondo tiro.

Giunto in cima alla parete verticale, sento Edoardo approntare una seconda sosta. Questa volta, piantando i chiodi da roccia che, saggiamente, ha portato con sé. Inizio quindi a scalare ma, per la solita legge sull’entropia, accade l’inghippo: la corda si incastra in una fessura rocciosa mentre sto svolgendo un traverso diagonale in salita, creando un angolo che, in caso di caduta, mi farebbe violentemente “sbandierare”, prima di andare in tiro. Tenendomi saldamente all’appiglio con una mano, cerco di liberare con l’altra la corda, dandole delle poderose frustate che, tuttavia, non la svincolano dall’incastro. Mi tocca disarrampicare un paio di metri e riprovare a sbloccare la corda che non ne vuole sapere di liberarsi. Ritorno quindi alla base della parete e, solo nel momento in cui riporto la corda in linea verticale, riesco a tirarla fuori dall’abbraccio dello spigolo malandrino. Questa operazione deve essere durata almeno cinque minuti, che mi hanno ulteriormente prosciugato di energie. Ciononostante, l’arrampicata di questo tratto verticale, che Edoardo valuta essere un III+, mi offre grandissima soddisfazione. Dalla sommità del salto verticale, si procede agevolmente in leggera salita su una stretta cengia, in conserva, fino a raggiungere la cresta della la spalla meridionale del Cristallino di Misurina. Qui, finalmente, mi reidrato e mangio un po’ di frutta secca. Mi sembra di rinascere. Siamo entrambi profondamente soddisfatti di aver aperto una nuova via sulla parete ovest del Cristallino di Misurina (la nuova via, in verità, l’ha aperta Edoardo. Io mi sono limitato a seguirlo. Nonostante ciò, il nobile Edoardo lascia a me l’onore di battezzarla!). Sarà trascorsa almeno un’ora e mezza da Forcella Cristallino ed il sole di fine ottobre inizia a velarsi, sopra le maestose vette del Cristallo e del Piz Popena (fig. 26). Nel 1864, Grohmann descriveva così il panorama che ora ammiriamo: “la vista giù, verso Carbonin e Landro, è bella, quella sul Piz Popena e sul Cristallo è grandiosa e selvaggia“.

fig. 26. Il Piz Popena e, dietro, il Cristallo.

Ora si sale lungo la spalla meridionale, su traccia obbligata e ben indicata, superando sulla sinistra alcune gallerie di guerra, fino a giungere in breve ed agevolmente alla vetta del Cristallino di Misurina, 2775 m (fig. 27 e 28)!

fig. 27. Edoardo raggiunge la vetta del Cristallino di Misurina.
fig. 28. In vetta al Cristallino di Misurina, 2775 m!

Dalla vetta, scendiamo ora in direzione E, verso Forcella de Le Bance, per la stessa via di salita scelta da Grohmann e Ploner nel 1864, data della prima ascensione ufficiale. La discesa è abbastanza agevole; un alternarsi di strette e brevi cenge con facili roccette da disarrampicare. È sufficiente prestare un po’ di cautela a non scivolare sulla ghiaia del pendio. Giunti in prossimità di Forcella de Le Bance, la parete diventa più ripida (fig. 29) e le strette cenge più esposte. Preferisco chiedere a Edoardo di procedere in conserva e, così, superiamo facilmente anche gli ultimi metri.

fig. 29. Lungo la via Grohmann-Ploner del 1864, in vista di Forcella de Le Bance.

Forcella de Le Bance, al contrario di Forcella Cristallino, è una comoda ed ampia sella che mette in comunicazione la Val de Le Bance con la Val de Le Barache, già visitata a luglio di quest’anno (maggiori dettagli sull’itinerario). La Val de Le Bance appare però parzialmente coperta da neve polverosa ed il terreno è molto più duro e compatto di quello trovato nella parallela Val Cristallino. Quanto aveva ragione W. Eckerth quando, nel 1879, descriveva la Val de Le Bance come una “valle esposta a nord e resta in ombra quasi tutto il giorno. Chiusa ai lati dalle ripide pareti delle dorsali del Cristallino, essa si restringe in forma di gola nella parte superiore restando illuminata dal sole per breve tempo soltanto intorno al mezzogiorno”. Ciò si traduce, per me, in una discesa particolarmente faticosa… sarà che le gambe iniziano a sentire la fatica… ma non riesco a sentirmi sicuro ad ogni passo su questo terreno (fig. 30).

fig. 30. La parte sommitale della Val de Le Bance.

La discesa continua, estenuante, fino alla sella che mette in comunicazione la dorsale del Cristallino di Misurina con la Croda de Le Bance. Da questa altezza, non troviamo più neve ma il fondo resta particolarmente insidioso, durissimo, e lo scarpone continua a non riuscire a scavare il minimo gradino in discesa (fig. 31 e 32).

fig. 31. Il restringimento della Val de Le Bance.
fig. 32. Il restringimento della Val de Le Bance e la Croda de Le Bance, sulla sinistra.

A questo punto, il pendio diventa sempre più moderato e, con esso, diminuiscono le mie difficoltà di progressione. Ci troviamo però di fronte ad un salto di roccia, alto circa un paio di metri. Non possiamo aggirarlo e siamo costretti a preparare un ancoraggio intorno ad un pesante masso, per effettuare una veloce calata.

fig. 33. Giunti sul margine di un salto di roccia.
fig. 34. Edoardo prepara l’ancoraggio per la calata.
fig. 35. Ed ecco Edoardo che supera agilmente il salto di roccia.

Ormai inizia ad imbrunire e siamo effettivamente piuttosto stanchi. Ci troviamo circa a metà della Val de Le Bance. Accendo quindi la lampada frontale ed iniziamo un cammino infinito sulle ghiaie nella parte finale della valle, fino ad addentrarci nei tanto amati baranci, dove perdiamo la traccia e procediamo per un tempo che mi sembra interminabile verso valle, correggendo di tanto in tanto la traiettoria e seguendo come linea ideale lo spartiacque della Val de Le Bance (fig. 36).

fig. 36. Tra baranci e ghiaie, uscendo dalla Val de Le Bance.

Dopo un’infinita lotta dentro i mughi, intercettiamo, finalmente, la traccia che, nel bosco, mette in comunicazione Malga Mosca con il ponte de La Marogna, dove abbiamo l’auto. La traccia ci sembra un’autostrada, dopo undici ore di cammino fuori sentiero. Percorrendola in direzione NO, giungiamo finalmente alla meta, alle ore 20.20, stravolti ma soddisfatti!

Ascensione della Furcia dai Fers de Fora da Tamersc

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EE (una corda da 30m può essere utile per assicurarsi in alcuni passaggi più impegnativi. Trattasi peraltro di passaggi non obbligatori, che possono essere aggirati con itinerario meno diretto ma forse più comodo).
DURATA: 8 h – DISTANZA: 11.10 km – DSL: 1125 m D+

DATA: 17 ottobre 2021

PREMESSE

Un altro itinerario che custodivo nel cassetto da due anni! Ci troviamo al margine settentrionale delle Dolomiti di Fanes. Anche questa volta, le informazioni a disposizione sono scarse se non addirittura completamente assenti. Sappiamo sicuramente che sulla Furcia dai Fers si è svolta l’epica battaglia finale narrata nella saga del Regno dei Fanes, con sconfitta definitiva di quest’ultimi. Sappiamo, inoltre, che l’ascensione della Furcia dai Fers de Fora viene usualmente praticata dal lago Piciodel, salendo il faticoso ghiaione e poi rimontando la spalla S. Eppure sul versante opposto, nei pressi di Tamersc, la cartografia indica una traccia che, traversando la valle incuneata tra la Furcia dai Fers e la Montesela/Muntejela di Fanes (Monte Sella di Fanes), nota anche come Piz de Sant’Antone, conduce alla medesima spalla S. Ed è proprio questo l’itinerario prescelto, nonostante non si rinvengano descrizioni di sorta a riguardo. Come di consueto, compagno dell’avventura è il valoroso amico Paolo. Per l’occasione, inoltre, sarà dei nostri anche Edoardo, guida alpina di Cortina, che ha accettato con entusiasmo l’originale proposta di itinerario!

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Lasciata l’auto nei pressi di un ponte poco dopo località Tamersc, ci inoltriamo nel bosco sulla sinistra orografica della valle, trovando e percorrendo per pochi metri una mulattiera erbosa le cui tracce presto svaniscono nel bosco. Iniziamo quindi la salita a naso, individuando una tenue traccia che corrisponderebbe, effettivamente, con la traccia GPS della carta Tabacco. Il bosco diventa tuttavia troppo fitto ed intricato per permettere un agevole incedere, sicché ci troviamo a preferire una salita in verticale sul margine di un largo impluvio detritico (fig. 1 e 2).

fig. 1. Usciamo dal bosco e risaliamo il margine sinistro di un largo impluvio detritico.
fig. 2. La salita, non proprio agevole, del vasto colatoio.

Giunti pressoché all’apice del colatoio, scegliamo di rimontare il margine per riguadagnare il bosco. Ed ecco la prima difficoltà: la parete dell’impluvio è particolarmente compatta e dura; probabilmente il ghiaccio interstiziale della notte comincia ad amalgamare bene questi pendii esposti a nord. Fatichiamo quindi a scavarci il minimo solco che ci regga con sicurezza nella salita. Provvidenziale è l’intervento di Edoardo, che supera agilmente il ripido pendio ed improvvisa un ancoraggio su tronco di mugo. Saliamo quindi assicurati, non senza qualche difficoltà (fig. 3 e 4).

fig. 3. Edoardo affronta senza alcuna difficoltà il ripido traverso.
fig. 4. Paolo affronta assicurato il pendio.

Ci inoltriamo quindi nuovamente nel bosco, identificando una probabile traccia che supera alcuni ripidi tratti di terreno roccioso e sporco. La traccia si perde subito e cerchiamo di guadagnare il più possibile quota superando piccoli smottamenti e balze erbose (fig. 5), fino a giungere ad una comoda cengia ai piedi di un anfratto roccioso (fig. 6). Qui troviamo un bel segno giallo su un albero e qualche sbiadito bollo rosso sulla parete. Rincuorati, procediamo aggirando la paretina rocciosa sulla destra.

fig. 5. Paolo si inerpica nel bosco aggirando il pendio friabile.
fig. 6. Finalmente troviamo un segnale che ci indica d’essere sulla giusta via.

Procediamo ora nel bosco più rado, su terreno comodo, sempre risalendo in direzione S, fino a che individuiamo un ometto che ci indica la via (fig. 7): si tratta, ora, di ripiegare sulla sinistra, fino ad incrociare un vasta frana che incide la vallata e funge da spartiacque (fig. 8).

fig. 7. L’ometto e l’evidente traccia che conduce a breve alla frana.
fig. 8. Entriamo nel greto che funge da spartiacque della valle.

Camminiamo sul greto e puntiamo i biondi larici alla cui base intravediamo una traccia. Secondo la cartografia, il sentiero dovrebbe costeggiare la frana, tra i mughi. Evidentemente, l’erosione ha cancellato negli anni il sentiero. Superato il gruppo di larici, che ci lasciamo sulla destra, saliamo per facili rocce le pareti levigate del greto del torrente giungendo infine al salto di roccia che sbarra l’accesso alla valle superiore (fig. 9). Confluiscono qui tre canaloni. Il primo, a destra, è un impluvio detritico ghiaioso; il secondo, sempre sulla destra, è un susseguirsi di piccoli salti di roccia. Deviando nettamente a sinistra, invece, si apre un profondo canyon che taglia la valle ed ospita un modesto torrente. Scegliamo di imboccare la seconda via, sulla destra.

fig. 9. Il sole fa capolino dalla parete N della Furcia dei Fers.
fig. 10. Lasciamo a destra il primo impluvio e, superato lo sperone roccioso, rimontiamo sulla destra lungo il canalone.

Il fondo del canale che saliamo è spesso ghiacciato e, per superare un piccolo salto di roccia, ci assicuriamo al tronco di un barancio: una caduta sul ghiaccio sarebbe infatti rovinosa (fig. 11 e 12)!

fig. 11. Paolo supera assicurato un salto di roccia ghiacciato.
fig. 12. Edoardo assicura Paolo al solido tronco di un pino mugo.

La salita prosegue su facili roccette friabili (fig. 13) fino a che riteniamo di aver raggiunto una quota sufficiente per riprendere il traverso del costone barancioso in direzione S. Aprendoci il varco tra i mughi, intersechiamo due canali detritici che scendono fino a raggiungere un più vasto canale, apparentemente la parte sommitale del profondo canyon che si diramava sulla sinistra ai piedi del salto di roccia iniziale (fig. 14).

fig. 13. Edoardo sale l’ultima parte del canale detritico.
fig. 14. Paolo attraversa il tratto apicale (e terminale) del profondo canyon.

Da qui, la salita diventa agevole, su fondo erboso, fino a raggiungere un’area che, in carta Tabacco, corrisponde ad un bivio (fig. 15). Il ramo di sinistra del bivio sulla carta si interrompe pressoché immediatamente. Di contro, la Tabacco suggerirebbe di muovere verso destra, fino a salire (a quanto pare) su un costone roccioso alle pendici della Montesela di Fanes. Francamente, non riusciamo a capacitarci del motivo di tale “deviazione”; di fronte a noi, infatti, si apre un’amena vallata erbosa ed assolata, a vista priva di ostacoli di sorta… perché dovremmo andare ad incrodarci su un terreno ripido, apparentemente esposto ed all’ombra? Decidiamo quindi di ignorare totalmente la traccia indicata dalla cartografia e di percorre una spalla erbosa (fig. 17) per poi scendere, sulla sinistra, in un canalone detritico (fig. 18). Da qui in breve ci ritroviamo in una magnifica valle, condivisa solo da un numeroso gregge di camosci che transita sulle ripide cenge della Furcia dai Fers (fig. 19). La cartografia Tabacco non riporta il nome di questo luogo paradisiaco che, in altre mappe, ho trovato denominato come Pizzo Forca di Ferro (Dont de Furcia dai Fers). Non sarebbe peraltro possibile descrivere, a parole, la bellezza dell’ambiente che ci circonda. Sembra che questa valle sia rimasta per anni ed anni inviolata, completamente priva di alcun segno di passaggio umano.

fig. 15. Giunti presso il “bivio” segnato nella carta Tabacco.
fig. 17. La traiettoria che preferiamo tenere, senza seguire le indicazioni della cartografia Tabacco, che ci invitano a rimontare sulle pendici della Montesela di Fanes.
fig. 18. Il canalone detritico che mette sulla sinistra della spalla erbosa.
fig. 19. La magnifica valle incuneata tra la Furcia dai Fers e Montesela di Fanes, meglio nota come Pizzo Forca di Ferro oppure Dont de Furcia dai Fers. Un remoto paradiso di silenzio.

Procediamo quindi all’interno della valle cercando di tenerci il più possibile in quota (fig. 20), in direzione della sella, che al momento non vediamo, tra la Furcia dai Fers de Fora (nostra meta) e la Furcia dai Fers da Ete, 2489 m (fig. 21). Alle nostre spalle, troneggia la Montesela de Fanes, 2655 m. (fig. 22). Tra queste rupi, si è svolta la battaglia finale che vide la sconfitta del popolo di Fanes, così come narrata nell’epica saga del Regno dei Fanes. K.F. Wolff descriveva la scena con le seguenti parole: “Il sole era tramontato dietro l’alta catena rocciosa irta di punte dei monti di Vanna. Ai piedi delle rocce strisciavano le ombre della sera che si allungavano via via su tutto il paese. La maggior parte dei caduti giaceva intorno alla vetta chiamata “Furtja dai Fers” (Forca dei Ferri), perché in quel punto si era combattuto più a lungo e con maggiore accanimento. Un grosso corvo si era posato sull’elmo di un guerriero morto e gli beccava il viso. Un avvoltoio lo guardava pigramente“.

fig. 20. Tenendoci il più possibile in quota, in direzione della sella.
fig. 21. La Furcia dai Fers da Ete, 2489 m, sulla sinistra. La sella sulla destra, parzialmente celata, è la Forcia dai Fers, 2320 m.
fig. 23. Alle nostre spalle, la Muntejela de Fanes o Piz de Sant’Antone, 2655 m.

Guadagnata finalmente la cresta che sale alla Furcia dai Fers, si apre una visione mozzafiato sulle vette circostanti. Verso S, da sinistra, il Bechei di sopra, 2794 m, dietro sormontato dalla Tofana di mezzo, 3244 m, dalla caratteristica piramide della Tofana di rozes, 3225 m, parzialmente coperta dal Piz di Forcia rossa IV, 2806 m. Procedendo verso destra, Cima Campestrin sud, 2910 m, Punta Fanis di mezzo, 2989 m, ed il Lagazuoi piccolo, 2778 m (fig. 24). Volgendo lo sguardo a E, da destra a sinistra, si distinguono nettamente forcella Camin, salita all’incirca un paio di mesi prima (leggi la relazione dell’itinerario), il monte Ciamin, 2600 m, subito sotto forcella Gran Valun (pure guadagnata nell’itinerario precedentemente citato) e il Banch dal Se, 2400 m. In fondo, sulla sinistra, il gruppo della Croda Rossa: si distingue chiaramente forcella Colfiedo, traversata l’anno scorso (leggi la relazione dell’itinerario) (fig. 25).

fig. 24. Le vette ampezzane svettano dietro le pareti del Col Bechei di sopra.
fig. 25. Le vette sul versante E della Furcia dai Fers.

Risaliamo ora la cresta, lungo un’evidente traccia che aggira uno sperone roccioso sulla sinistra (fig. 26) e… siamo finalmente in cima, a 2534 m, (fig. 27, 28 e 29So).

fig. 26. Aggirando lo sperone prima della cima.
fig. 27. In cima alla Furcia dai Fers de Fora, 2534 m.
fig. 28. Godendomi il panorama dalla vetta della Furcia dai Fers de Fora.
fig. 29. In cima!

Sono quasi le 16.00 ed è ora di iniziare la discesa, che avviene, fino alla sella tra la Furcia dai Fers de Fora e da Ete, sulla stessa linea di cresta dell’andata (fig. 30).

fig. 30. La discesa verso la sella tra le due Furcia dai Fers.

Giunti in sella, si inizia la discesa verso E, tenendo in fronte il Banch dal Se, dapprima su terreno prativo (fig. 31) e poi su più ripido ghiaione, con divertente corsetta (fig. 32).

fig. 31. La prima parte della discesa attraversa le pendici prative della Furcia dai Fers de Ete.
fig. 32. La discesa lungo il ghiaione.

Là dove il ghiaione termina tra i baranci, teniamo la sinistra, costeggiando idealmente la parete della Furcia dai Fers, tenendo una direzione NE, fino a trovare una tenue traccia che, a fatica, attraversa i fitti mughi. Giungiamo quindi ai ruderi di una casa di legno collocata in una radura (fig. 33).

fig. 33. Giunti alla casa di legno abbandonata.

L’obiettivo sarebbe ora procedere lungo la traccia nera tratteggiata in carta Tabacco che, costeggiando le pendici dalle Furcia dai Fers, dovrebbe condurci nei pressi di Tamersc, lungo una via evidentemente più breve rispetto a quella del sentiero n. 7 che passa per il rifugio Pederù. Ci proviamo ma fin da subito l’impresa sembra piuttosto ardua. Dalla casetta, infatti, non troviamo tracce evidenti che seguano la traiettoria indicata dalla cartografia. Camminiamo tra i baranci, non troppo fitti, incrociando delle possibili tracce che, tuttavia, sembrano morire di volta in volta. Traversiamo ora un ripido ghiaione (fig. 34) ma ci troviamo di fronte a pareti che sembrano inviolabili.

fig. 34. Traversando l’ultimo ripido ghiaione prima di abbandonare.

Nonostante la traccia della Tabacco indichi di proseguire esattamente sulla via dove ci troviamo, rimontando per ripidi salti di roccia, preferiamo desistere e scendere lungo il ghiaione, fino ad incrociare il sentiero n. 7. Probabilmente, questo antico sentiero che non troviamo consiste in un viaz che taglia le pareti lungo esposte cenge ormai invase dai mughi. Noi, per oggi, siamo soddisfatti dell’avventura già compiuta; inizia ad imbrunire e scegliamo di scendere al rifugio Pederù, per poi procedere sulla strada asfaltata in direzione dell’auto (fig. 35).

fig. 35. Il Banch dal Se baciato dagli ultimi raggi prima della sera.

Ecco il video dell’avventura magistralmente montato da Paolo!

La relazione del compagno d’avventura Paolo saprà sicuramente arricchire di particolari ed emozioni quanto sinora descritto!

Traversata dell’inaccessibile Val de Meso e del Gran Valun per Forcella Ciamin e Forcella Gran Valun

Val de Meso

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EE+ (il + è per il solo impegno fisico nell’attraversamento del Ruoibes de inze).
DURATA: 11 h – DISTANZA: 21,5 km – DSL: 1348 m D+

DATA: 22 agosto 2021

Premesse

Danilo Pianetti titolava il presente itinerario “L’alta dimora degli dei è silenziosa”, pubblicato su Le Alpi Venete nel 1988. Mai definizione simile fu più azzeccata. Come tutte le spedizioni in stile “Windchili”, anche su questa troviamo scarsissime informazioni. Sappiamo che la salita a Forcella Ciamin è un apprezzato itinerario invernale, purtroppo tristemente noto per la valanga che nel 2007 costò la vita a due sci alpinisti. Sappiamo che, là dove molti itinerari descritti in questo blog sono completamente fuori traccia, il presente è “almeno” segnato sulle mappe, anche sulle più recenti, come sentiero difficile (come si vedrà, la mappatura della traccia ha costituito più un problema che un beneficio). Conosciamo, poi, la versione delle guide alpine di San Vigilio di Marebbe e di Cortina, all’estate del 2020. Entrambe non sono mai state in stagione estiva. In particolare, le guide di San Vigilio di Marebbe mi hanno domandato perché, con tutti i posti belli che ci sono in montagna, volevo proprio complicarmi la vita su quell’itinerario… (il titolo di Danilo Pianetti non è sufficiente 😉 ???). Le guide alpine di Cortina, invece, dopo un breve confronto sulle mie capacità, con apprezzabile obiettività, mi avevano suggerito di salire e, al massimo, ritornare sui miei passi se gli ostacoli fossero divenuti insormontabili. Decisamente più drastico era stato l’approccio dei gestori del Rifugio Fodara Vedla che, interpellati di persona sulla possibilità di traversare Forcella Gran Valun e scendere per l’omonimo vallone, avevano bocciato la mia idea, comunicandomi che nessuno transitava più per quel sentiero in quanto l’intera valle era stata brutalmente erosa dai violenti fenomeni meteorologici delle ultime stagioni. Infine, conosciamo la valutazione fornita da Paolo Beltrame, nella sua guida Croda Rossa – 101% Vera Montagna, datata 2008, che descrive dettagliatamente l’itinerario e lo classifica come “E” (sappiamo però che il Beltrame ha un metro di valutazione che, talvolta, non abbiamo condiviso e ci aspettiamo, quindi, che il suo “E” corrisponda a un “EE”!!!). A posteriori, l’itinerario non presenterebbe nel suo complesso particolari difficoltà, se non nella salita da forcella Ciamin a forcella Gran Valun. Il vero immane ostacolo di tale escursione è l’accesso alla Val di Meso, traversando l’invalicabile Ruoibes de Inze; rarissime sono le tracce, profondi e ripidi gli impluvi franosi, impenetrabili le pareti di mughi, alte oltre i tre metri. Per traversare gli 8km del Ruoibes de Inze, abbiamo impiegato addirittura quattro ore!!!

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Lasciata l’auto presso il parcheggio in località S. Uberto, scendiamo a valle in pochi minuti, fino a traversare il ponte sull’Aga de Ciampo de Crósc. Subito dopo il ponte, sulla destra, si inserisce il sentiero n. 418 che conduce al Casón de Antruiles (o Antruilles) (fig. 1).

fig. 1. Il Cason de Antruiles.

Lasciando il Cason de Antruiles sulla sinistra, si procede per pochi metri nel bosco, seguendo la mulattiera, fino ad incontrare il torrente che scende dalla Val de Meso. Ci si tiene sulla destra idrografica del torrente, senza quindi attraversare il ponte, e si comincia la salita costeggiando il torrente, su una vecchia ed incerta traccia che entra nel bosco (fig. 2).

fig. 2 La traccia che entra nel bosco.

Dopo pochi minuti nel bosco, troviamo il primo ostacolo che opera indubbiamente una “selezione naturale” dei pochi escursionisti che scelgono di intraprendere questo itinerario. Il costone è interamente franato, per una larghezza di almeno trenta metri, cancellando il sentiero (fig. 3). Saltiamo dentro alla frana e traversiamo rimontando il bosco senza troppe difficoltà (fig. 4).

fig. 3 La prima frana lungo il costone boschivo di Ruoibes de Inze.
fig. 4 Paolo entra nella frana.

Rimontare nel bosco non è stato molto utile poiché ci ritroviamo davanti una nuova frana che ha cancellato il sentiero (fig. 5). Decidiamo, quindi, di entrare nel greto del torrente e risalirlo per qualche decina di metri (fig. 6 e 7), in attesa di ritrovare il costone boschivo intatto.

fig. 5 La frana ha nuovamente cancellato il sentiero.
fig. 6 Il sottoscritto attraversa il torrentello per l’ennesima volta!
fig. 7 Paolo attraversa il torrente.

Guadagnate, non senza fatica, alcune decine di metri zigzagando sul greto del torrente, identifichiamo un punto in cui la risalita pare favorevole (fig. 8 e 9) e ci inerpichiamo nuovamente nel bosco.

fig. 8 Provando a rimontare il costone franato in cerca di un varco…
fig. 9 Paolo risale il costone franato.

Ancora una frana, tuttavia, spazza l’intero costone. Decidiamo di traversarla (fig. 10 e 11) e scendere nuovamente lungo il greto del torrente, che pare ora più ampio e facilmente percorribile (fig. 12).

fig. 10 Ancora una frana che cancella il sentiero!
fig. 10 Paolo scende con cautela verso il greto del torrente.
fig. 11 Il greto del torrente, ora più ampio, ci permette di risalire la valle più agevolmente.

Risaliamo quindi nuovamente il costone del versante idrografico destro del torrente, là dove la traccia indicata in mappa inizia a curvare leggermente verso SO, in direzione delle pendici della Croda de Antruiles, superando alberi schiantati e smottamenti (fig. 12).

fig. 12 Il punto in cui la freccia rossa entra nel bosco corrisponde a dove la traccia, secondo la cartografia Tabacco, dovrebbe transitare. Non troviamo però alcun minimo segno di passaggio, nemmeno remoto, tale da lasciare ipotizzare che una traccia transitasse nei pressi.

Procediamo nel bosco, controllando regolarmente (quasi maniacalmente) la nostra posizione sul GPS, senza peraltro rinvenire alcun indizio che lasci supporre l’esistenza di una traccia. Inizia ora la parte più difficile dell’itinerario. Attenendosi precisamente alla traccia mostrata sulla carta Tabacco, ci si trova in tratti nei quali il passaggio è assolutamente precluso. Ci troviamo a dover superare intricatissimi muri di pini mughi (fig. 13), senza nemmeno riuscire a calpestare il suolo ma arrampicando come scimmie tra gli elastici e dondolanti rami. Si superano di volta in volta impluvi ghiaiosi più o meno profondi, che rimontano poi in altri impenetrabili boschi di mugo. L’incedere è estremamente faticoso e molto lento. L’umidità dentro i mughi è estenuante.

fig. 13 Il percorso secondo la cartografia Tabacco…
fig. 14 Da un raro punto di osservazione più elevato, vediamo solo… pini mughi.

Siamo stremati e decidiamo di abbandonare il percorso indicato dalla Tabacco. Apro una piccola parentesi di riflessione a riguardo: il fatto che l’edizione aggiornata della carta Tabacco indichi una traccia inesistente e completamente errata è increscioso. L’esistenza di un’indicazione fuorviante dettata da un’autorità di riferimento in materia, quale è la cartografia Tabacco, può inoltre risultare particolarmente pericoloso per l’escursionista che, come noi, vi faccia affidamento. Se l’aggiornamento corretto di una traccia non è, per molteplici ragioni, fattibile, la traccia deve essere cancellata dalla mappa, per consentire all’escursionista di scegliere il percorso migliore in totale autonomia. Ed è quello che abbiamo fatto, scegliendo di salire fino alle pendici rocciose della Croda de Antruiles, dove, fortunatamente e finalmente, abbiamo trovato una debole traccia che conduce alle pareti dello sperone più esterno della Croda del Antruiles (fig. 15 e 16).

fig. 15 Alle pendici della Croda de Antruiles, finalmente fuori dai mughi, troviamo una timida traccia.
fig. 16 Il sottoscritto, sguardo alle pareti della Croda de Antruiles, finalmente soddisfatto di aver trovato un terreno praticabile!

La nuova traccia perde leggermente quota e ci conduce fino ad un impluvio che solca le pendici dello sperone più esterno della Croda de Antruiles (fig. 17 e 18). Entriamo dentro l’impluvio e scendiamo fino all’intersezione con un ulteriore e minore impluvio, in corrispondenza dell’estremità dello sperone. Da qui risaliamo sul versante opposto.

fig. 17 Discesa sul fondo dell’impluvio in corrispondenza dello sperone esterno della Croda de Antruiles.
fig. 18 Nell’intersezione dei due impluvi, in corrispondenza dell’estremità dello sperone della Croda de Antruiles.

Rimontato il sentiero eh… miracolo: troviamo il primo ometto (fig. 19)! Non sappiamo, purtroppo, che l’illusione svanirà a minuti; dopo pochi metri, la traccia è visibilmente sbarrata con delle pietre poste di traverso. Provo a proseguire per comprendere l’entità dell’ostacolo e mi trovo di fronte ad un bel salto di oltre una decina di metri. Siamo quindi costretti ad attraversare il più profondo e ripido solco franoso incontrato fino ad oggi.

fig. 19 Il primo ometto della giornata!

L’attraversamento del profondo canale franoso si rivela tutt’altro che semplice. Per accedere alla frana, siamo dapprima costretti a calarci su ripido terreno roccioso, aggrappandoci ai resistenti e flessibili rami dei pini mughi (per una volta, tornano utili!). Giunti sul terreno franoso, sotto un primo strato detritico grossolano e mobile, il fondo si mostra molto più duro e compatto del previsto, al punto che il tallone non riesce a scavare un gradino sufficiente a garantirci una sicura stabilità in discesa. Scendiamo quindi a quattro zampe o, come dicono i poeti, “di culo”. Se la discesa fino alla base del solco franoso ci ha provato fisicamente, la salita per rimontare il versamento opposto si rivela ancora più impegnativa! Improvviso una salita in traiettoria diagonale là dove il pendio mi sembra meno inclinato e scavo con tutta l’energia che ho nelle gambe dei gradini il più profondi possibile. Il terreno è però su questo versante friabile, poco compatto, e lo scarpone non ha presa sicura. Devo conficcare con quanta più forza ho in corpo i bastoncini nel pendio per riuscire a non franare insieme al terreno che mi cede sotto i piedi (fig. 20). La stessa traiettoria risulta meno fortunata per l’amico Paolo, che rimedia una bella grattata sul braccio 🙁 (fig. 21)

fig. 20 La traiettoria tenuta per traversare il profondo impluvio.
fig. 21 Lo scivolone di Paolo, fortunatamente privo di conseguenze.

Superato anche questo ostacolo, ritroviamo una traccia che però si perde dopo pochi passi nei pini mughi. Avanziamo alla cieca, di pino mugo in pino mugo, spremendo ogni singolo muscolo per mantenere l’equilibrio ed aprirci un varco nell’intrico dei rami. Ogni tanto, una piccola radura erbosa ci permette di respirare e controllare il GPS, che ci pone nuovamente in corrispondenza della traccia segnata sulla carta Tabacco. Traccia, tuttavia, che non vediamo minimamente. Che incredibile beffa! Finalmente, riesco a guadagnare una posizione vantaggiosa che mi permette di osservare al di sopra della linea dei pini mughi. Basta un veloce sguardo per capire che ci siamo quasi! Le ghiaie della Croda Ciamìn sono a poco più di una cinquantina di metri davanti a noi. Entusiasti della scoperta, procediamo con ignorante violenza, senza più cercare il varco più agevole. Avanzo tra i mughi aggrappandomi ai rami come fossero liane e mi lascio accompagnare per inerzia fino alla meta. Mai agognai di più uno spazio aperto!!! Giunti alla lingua più esterna della frana che dolcemente scende dalla Val de Meso superiore, ci spogliamo e ripuliamo degli aghi di pino e dei sassolini negli scarponi! La Val di Meso si staglia ora di fronte a noi, silenziosa, immobile, completamente deserta ed assolutamente inviolata (fig. 22).

fig. 22 La Val de Meso.

Scegliamo di salire tenendoci sul versante idrografico sinistro dello sperone erboso che spacca a metà la Val de Meso, nonostante la carta Tabacco indichi l’esistenza di una traccia sull’opposto versante. Quest’ultimo versante è però visibilmente solcato da frane e il fondo appare tutt’altro che agevole. Guadagnato il cocuzzolo sul lato prescelto, la salita risulta comoda su fondo erboso (fig. 23). Giungiamo sulla sommità di questa amena “isola” al centro della Val de Meso per poi percorrerla nella sua intera lunghezza (fig. 24) e scendere quindi sul versante idrografico destro della vallata, incontrando le ghiaie della Croda de Antruilles.

fig. 23 Salendo al lato del cocuzzolo erboso.
fig. 24 In cresta al cocuzzolo erboso, per poi traversarlo e discendere sul versante idrografico destro della vallata.

Finalmente, il profilo della Forcella Ciamin si staglia davanti a noi. Abituati a salire ripide forcelle ghiaiose, Forcella Ciamin ci stupisce per la sua dolcezza. È una forcella erbosa, molto ampia, di comodo accesso. Accelero quindi il passo, incuriosito da questa insolita meta e, in breve, raggiungo la forcella posta a 2395m (fig. 25). La prima meta è conquistata! Riprendo fiato ed attendo Paolo che, a breve, mi raggiunge in forcella (fig. 26).

fig. 25 Raggiunta la Forcella Ciamin, 2395m.
fig. 26 Paolo arriva in Forcella Ciamin.

Il panorama che si apre di fronte a noi è maestoso. Il versante O della Forcella Ciamin è ripido e franoso, al contrario del versante appena salito. Le lingue franose si esauriscono a poche decine di metri dal Lago Piciodel. Le ripide pareti della Furcia dai Fers contrastano con i morbidi pascoli dell’Alpe di Fanes e raccolgono in un abbraccio il Piz de Sant’Antone, 2655m, alle cui spalle svetta la più alta cima della zona, il Sasso delle Nove, 2968m (fig. 27). Alle nostre spalle, guardiamo la Val de Meso, superata con grande dispendio di energie. Una valle conchiusa tra la Croda Ciamin, a N, e la Croda de Antruilles, a S, le cui rispettive ghiaie ormai si mescolano sul fondo della Val di Meso, pioggia dopo pioggia (fig. 28). Per tutta la Val de Meso, fatta eccezione per due ometti, non abbiamo rinvenuto alcuna traccia di passaggio umano, sia essa un’impronta ovvero il segno a terra di un sentiero.

fig. 27 Il panorama mozzafiato che si apre ad O da Forcella Ciamin.
fig. 28 La Val de Meso: a sinistra (N) la Croda Ciamin e a destra (S) la Croda de Antruilles.

In forcella tira un certo venticello fresco e decido di muovermi subito perché mi sento raffreddare rapidamente. Ora viene la parte “difficile”. E si vede fin dalla base. La salita a Forcella Gran Valun appare moderatamente ripida. Non trovando una traccia, devo ancora una volta aprire la via a istinto. Inizio a salire mantenendo una traiettoria diagonale che punta ad un varco tra la parete del Monte Ciamin ed un affioramento roccioso all’imbocco del canalone tra il Monte Ciamin stesso e la Croda Ciamin. A metà via, peraltro, mi rendo conto che la pendenza è troppo sostenuta ed il terreno troppo cedevole per mantenere il traverso previsto. Sono quindi costretto e ripiegare fino alla base dello sperone del Monte Ciamin, dove si intravedono delle zolle erbose che dovrebbero garantire un migliore appiglio (fig. 29).

fig. 29 La traiettoria poi tenuta per guadagnare l’imbocco del canalone.

L’inizio del canalone è ancora più ripido e sono costretto a salire il canalone sulla sinistra, a ridosso della parte del Monte Ciamin, aiutandomi con le mani sui generosi appigli coperti di detriti. Nel mentre, Paolo sta attaccando la salita alla base del ghiaione (fig. 30).

fig. 30 Paolo alla base del ghiaione attacca la salita a Forcella Gran Valun.

L’incedere si rivela particolarmente faticoso, almeno fino al raggiungimento di una modesta conca poco prima della forcella, che spezza la pendenza della salita. Da lì, in pochi metri, si giunge in Forcella Gran Valun, 2523m (fig. 31). Nuovamente, nessuna traccia di passaggio umano. A monte della forcella, chissà quanto tempo fa, qualcuno aveva improvvisato una croce con del fil di ferro e dei pezzi di legno. Ora giace mezza smontata a terra. Mentre aspetto Paolo, mi diletto a rimodellare la croce conficcandola entro una piramide di sassi.

fig. 31 Forcella Gran Valun, 2523m. In primo piano, la cima di Monte Ciamin, 2610m. Sullo sfondo, la Croda de Antruilles.

Il panorama è ancora più maestoso di quello goduto da Forcella Ciamin. Il Gran Valun è, effettivamente, grande, immenso, racchiuso a O dal Banch Dal Sé e a E dallo sperone N della Croda Ciamin. Finalmente possiamo goderci la tappa più sudata ed agognata (fig. 32)!

fig. 32 Giunti entrambi in Forcella Gran Valun!

La discesa avviene per via abbastanza evidente, sulla sinistra, tenendo come punto di riferimento la forcella Banch Dal Sé. Anche su questo versante, nessuna traccia di passaggio umano. Riusciamo però a interpretare preventivamente il tipo di fondo grazie alle impronte dei camosci che ci hanno preceduto: dapprima troviamo un fondo divertente, quasi sabbioso, che poi vira presto in un fondo compatto ed infido (fig. 33). Superata una prima parte in moderata pendenza, la discesa diventa via via più agevole (fig. 34 e 35).

fig. 33 Mentre inizio la discesa da Forcella Gran Valun.
fig. 34 Lasciamo alle spalle la parte più insidiosa della discesa.
fig. 35 Ormai il piano ha perso di pendenza e si procede senza problemi.

A questo punto, si costeggia la propaggine rocciosa sulla destra, che ci conduce, su ghiaino sempre più fine e divertente, nel bel mezzo del Gran Valun. Ora la discesa è appagante, l’ambiente maestoso e solitario (fig. 36, 37, 38 e 39).

fig. 36 L’inizio del divertente ghiaione.
fig. 37 Costeggiando gli ultimi metri dello sperone roccioso che si inserisce nel Gran Valun.
fig. 38 La discesa nel ghiaione del Gran Valun
fig. 39 Il Banch Dal Sé

Ormai al centro del Gran Valun, diventiamo puntini nel grandioso anfiteatro che ci circonda (fig. 40). Miriamo alla zolla erbosa alle pendici della valle, dalla quale dovremo tenere la destra per evitare l’imponente salto di roccia che nasconde il vuoto (fig. 41). Qui troviamo, dopo ore ed ore, i primi segni di passaggio umano: ometti, resti arrugginiti di scatolette, un sentiero.

fig. 40 Prossimi al termine del Gran Valun.
fig. 41 Il Gran Valun, dalle sue pendici.

Ci teniamo il più possibile vicino alle pareti dello sperone N della Croda Ciamin e, traversando alcuni impluvi ghiaiosi che hanno cancellato il sentiero, giungiamo ad una radura prativa che ospita due sorgenti (fig. 42). Da questo ameno spazio verde, deviamo verso N, a sinistra, seguendo per qualche decina di metri il corso del ruscello.

fig. 42 Il sentiero che conduce, tra i vari smottamenti, alla radura dove troviamo le sorgenti.

Ormai il rifugio Fodara Vedla è in vista. In una ventina di minuti lo raggiungiamo, talvolta perdendo la traccia, senza peraltro mai trovare difficoltà di sorta. Al rifugio ci rifocilliamo a dovere e siamo pronti per una lunga discesa fino a Malga Ra Stua, su comoda mulattiera, e, successivamente, fino al parcheggio di S. Uberto, lungo l’ormai deserta strada asfaltata (sono le 19.30!!!) (fig. 43 e 44).

fig. 43 Il lago di Rudo, nei pressi del rifugio Fodara Vedla.
fig. 44 La tipica cascata dell’Aga de Ciampo de Crosc.

Un itinerario epico ed emozionante, alla portata dell’escursionista che abbia una certa flessibilità mentale, una buona dose di forza di volontà e dimestichezza con l’improvvisazione. Per ulteriori approfondimenti e punti di vista, vi rimando con piacere alla relazione scritta dall’amico Paolo. A seguire, inoltre, il bellissimo video del giro montato da Paolo, che ringrazio per il gran lavoro svolto!

Traversata di Forcella Michele ed esplorazione del ghiacciaio di Popéna (… con ricognizione finale del ghiacciaio del Cristallo)

ghiacciaio di Popena

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EEA. Discesa di Forcella Michele: F+ (traverso a metà del canale di Forcella Michele: II-III grado); salto di roccia in Val Fonda: PD (al massimo qualche passaggio di II grado).
DURATA: 8.30 h – DISTANZA: 19 km – DSL: 1100m D+

PREMESSE

Nell’agosto del 2020, ho iniziato con l’amico Paolo l’esplorazione della Val Fonda, che particolarmente si presta ad innumerevoli interpretazioni alpinistiche in stile “Windchili”. Traversato l’anno scorso il ghiacciaio del Cristallo, e l’omonimo passo (chi volesse può curiosare qui), decidiamo quest’anno di traversare Forcella Michele (2591m), che separa la dorsale del Popena dal massiccio del Cristallino, ed esplorare poi il ghiacciaio di Popena, comunemente considerato “estinto”. L’attraversamento estivo di Forcella Michele, con calata nella conca glaciale sottostante, non trova precedente alcuno online, fatta eccezione per qualche scarna descrizione di salite invernali con sci d’alpinismo. La guida Camillo Berti del 1991 riporta che il canalone è percorribile “ma escursionisticamente difficile ed assolutamente sconsigliabile in presenza di neve dura o ghiaccio, senza adeguata attrezzatura (ramponi, piccozza e corda)” (C. Berti, Dolomiti della Val del Boite, Nuove edizioni Dolomiti, p. 195). La cartografia non indica alcuna traccia. Solo sulla carta Kompass edizione 2003, è indicata una traccia che dalla Val Fonda conduce alla dorsale del Popena. Non, tuttavia, a Forcella Michele. Le immagini satellitari, invece, permettono di apprezzare l’esistenza di un traccia che dalla Val Fonda sale alla conca del ghiacciaio di Popena, dirigendo apparentemente a Forcella Michele o Forcella Cristallino. Tale vecchia traccia, tuttavia, risulta improvvisamente interrotta essendo stata sommersa dalle colate di ghiaie scese dalle pareti sovrastanti. Sulla base di simili presupposti, non possiamo esimerci dal tentare questa nuova ed inedita traversata estiva. Lo stesso vale per l’esplorazione del ghiacciaio di Popena. Trovandosi nascosto alla vista dei rari escursionisti che si cimentano nella traversata del ghiacciaio del Cristallo (e soprattutto non conducendo da nessuna parte), resta una meta assolutamente remota e di scarso interesse escursionistico. Coglieremo inoltre l’occasione per fare una capatina anche al ghiacciaio del Cristallo, al fine di verificarne lo stato e confrontarlo con quanto esplorato l’estate scorsa. In ultima, proveremo a cercare quella via alternativa che ci viene suggerita per superare il salto di roccia che conduce nella parte inferiore della Val Fonda, evitando di entrare nella gola dove scorre la cascatella. In occasione di questa uscita, per dare maggiore forza e sicurezza alla “spedizione esplorativa”, si è unito a noi, accettando con entusiasmo la sfida, anche Giacomo, guida alpina di Cortina!

DESCRIZIONE DELL’ITINERARIO

Parcheggiata l’auto presso il Ponte Val Popena Alta, 1658m, imbocchiamo il sentiero 222 che, costeggiando il Rio Popena, risale gradualmente la Val Popena Alta. Al momento, presso il Ponte Val Popena Alta, un cartello comunica che il sentiero 222 è chiuso al transito. È probabile che tale indicazione trovi ragione in un leggero smottamento del costone sul versante orografico sinistro del Rio Popena, che ha cancellato il sentiero, a pochi minuti dall’imbocco del medesimo. Si procede comunque agevolmente, senza particolare difficoltà e pericolo, sulla stabile ghiaia della frana, per pochi metri, sino a riguadagnare l’evidente traccia del sentiero. Il sentiero continua ora dentro il greto ghiaioso del Rio Popena (fig. 1) fino a rimontare in leggera salita sul versante orografico sinistro, staccandosi così dal torrente.

fig. 1 Il sentiero procede dentro le ghiaie del Rio Popéna.

Qui la deviazione non è evidente, tant’è che ci siamo trovati in un’amena radura prativa, circa una cinquantina di metri oltre il bivio (fig. 2).

fig. 2 Il sentiero 222 è più a O, sulla destra.

Ritrovato il sentiero, prendendo gradualmente quota, si apre un magnifico panorama sulla Val Popena Alta (fig. 3) e, di lì a breve, si arriva all’innesto del sentiero 222a, che inizia la risalita in direzione O.

fig. 3 La Val Popena Alta, sormontata dal Corno d’Angolo e dai Campanili di Popena.

Si giunge quindi ad un bivio, dove una freccia sull’erba allestita con dei sassi ci indica di tenere la sinistra, procedendo sul sentiero più basso (fig. 4). Mantenendo sulla sinistra il Campanile di Val Popena Alta, il sentiero 222a conduce, risalendo con ampi tornanti (fig. 5), alla Val de le Barache, valle adibita durante la prima guerra mondiale a postazione di baracche e teleferiche che salivano alla sovrastante Forcella Michele, meta della nostra odierna salita (fig. 6 e 7).

fig. 4 Alla biforcazione, tenere la sinistra.
fig. 5 Le Pale di Misurina e la Val Popéna Alta.
fig. 6 La Val de le Barache. Sul profilo di cresta della dorsale di Popena, a sinistra, si distingue l’intaglio di separazione dal monte Cristallino, più a destra. In corrispondenza di tale intaglio v’è Forcella Michele.
fig. 7 La Val de le Barache, sovrastata dai Campanili di Popena.

Giunti ai piedi delle pareti del Cristallino, si trova una recentissima via ferrata che consente di evitare la salita all’interno del canalone detritico (salita precedentemente utilizzata per guadagnare quota). La ferrata si rivela estremamente piacevole, con semplici passaggi aerei sempre però su roccia ben solida e pulita, senza mai trovarci in esposizione (fig. 8, 9, 9a, 9b).

fig. 8 I primi metri della ferrata sul sentiero 222a.
fig. 9
fig. 9a
fig. 9b

Terminata la via ferrata, si traversa uno stabile ponte di legno nei pressi di un enorme chiodo di ferro utilizzato probabilmente durante la prima guerra mondiale per l’assicurazione e le calate di materiale (fig. 10). Si sale quindi a zig zag tra piccole cenge franose e canali detritici, sempre comunque senza alcuna esposizione, sino a giungere, intorno a quota 2630m, presso i resti di alcuni baraccamenti tra tronchi di larice, chiodi e filo spinato (fig. 11 e 12). Scriveva Antonio Berti: “dal villaggio (ndr: Val delle Baracche) un ardito sentiero ricavato con sostegni, scavi, riporti di notevole impegno, risaliva a zig zag la parte superiore del valloncello per poi arrampicarsi sulle rocce del versante orientale del Cristallino fino a raggiungere la cresta meridionale del monte poco sopra Forcella Michele” (A. Berti, 1915-1917 Guerra in Ampezzo e Cadore, Mursia, 1992, pag. 116).

fig. 10 Paolo appeso al fittone infisso in parete.
fig. 11
fig. 12 Ultimi metri prima del baraccamento demolito. Forcella Michele è circa una quarantina di metri più a valle.

Dopo una breve pausa ristoratrice iniziamo la discesa verso Forcella Michele, avvalendoci di comode tracce e transitando nei pressi di due caverne scavate nella roccia durante le prima guerra mondiale. Forcella Michele è ora in vista. Per raggiungerla è necessario effettuare un breve traverso diagonale su terreno friabile (fig. 13) ed eccoci in forcella, a 2591m (fig. 14).

fig. 13 Il breve traverso in diagonale verso Forcella Michele.
fig. 14 In sella a Forcella Michele! Lo sguardo è volto alla parete terminale della dorsale del Popena.

Ora inizia la parte più difficile 🙂 nonché l’incognita principale della nostra esplorazione. L’aspetto positivo è che il canalone che scende verso NO dalla Forcelle Michele non mostra una pendenza particolarmente sostenuta. Di contro, il terreno si rileva piuttosto insidioso, marcio e frammisto di grosse rocce franate dai ripidi pendii sovrastanti (fig. 15, 16, 16a). Non è quindi possibile ipotizzare una spensierata e fluida discesa su ghiaione… anche perché dopo una ventina di metri inizia la neve, che copre ancora tutto il canalone fino alla sua base! Procediamo, quindi, con particolare cautela, senza peraltro indossare i ramponi, visto che la neve non è poi così compatta (fig. 17 e 17a). Nel mentre, veniamo avvolti dalla nuvola ed inizia a piovere! L’ambiente è severo; sulle pareti del Cristallino scorgiamo postazioni di guerra sulle pendici del Cristallino e, nei primi metri di discesa, il ghiaione ci svela un caricatore di fucile, una pallottola e filo spinato in abbondanza. Presto detto: esattamente qui si trovava la linea del fronte italiano durante la prima guerra mondiale!

fig. 15 Il canalone che scende a NO di Forcella Michele.
fig. 16 I primi metri di discesa da Forcella Michele verso NO, su terreno infido e cedevole.
fig. 16a
fig. 17 Scendendo nel canalone NO da Forcella Michele, sul nevaio.
fig. 17a

Ed ecco il primo ostacolo! Là dove la gola si restringe, la neve alla base si è sciolta, erosa dalle acque piovane convogliate dalle sovrastanti pareti. Ciò ha comportato che si sia venuto a creare un ben poco affidabile ponte di neve, con sotto un bel buco di oltre due metri. Giacomo scende in perlustrazione sotto il ponte di neve, per cercare un possibile passaggio, ma il salto diventa ancora più profondo e ci andremmo a complicare ulteriormente la vita (fig. 18). Non ci resta che scegliere la via più ripida e predisporre un ancoraggio per calarci per circa cinque metri al di là di un enorme masso squadrato (fig. 19). Osservandone le forme ben squadrate, suppongo trattasi verosimilmente di un masso franato da una delle sovrastanti cime che è rotolato fino ad incastrarsi nella gola. Sarei propenso a scommettere che Camillo Berti non ha rinvenuto tale “occlusione”, con conseguente salto a valle, nelle ricognizioni svolte negli anni ’80, altrimenti avrebbe classificato la via come non escursionisticamente percorribile.

fig. 18 Giacomo perlustra una possibile via sotto il ponte di neve.
fig. 19 L’ancoraggio intorno al masso prima del salto di roccia.

Iniziamo quindi la calata. Apre il sottoscritto che, piuttosto che calarsi, si cimenta in un traverso lungo la parete marcia, pulendo detriti e ricavando appigli apparentemente affidabili (fig. 20). Segue Paolo e chiude Giacomo calandosi in corda doppia (fig. 21 e 22).

fig. 20 Aprendo il traverso per superare il salto di roccia.
fig. 21 Paolo percorre il traverso diagonale.
fig. 22 La calata in corda doppia di Giacomo.

Superato il salto di roccia, la discesa non presenta ulteriori ostacoli e si svolge agevole sino all’intersezione del canalone che scende da Forcella Cristallino (fig. 23 e 24), dove deviamo con decisione a destra, verso S, così tenendoci a ridosso delle pareti della dorsale del Popena, uscendo dal canalone innevato.

fig. 23 La discesa lungo il canalone innevato.
fig. 24 All’uscita del canalone, nei pressi dell’intersezione con il canalone proveniente da Forcella Cristallino.
fig. 25 Abbandonando il nevaio e dirigendosi a ridosso delle pareti del Popena.

Decidiamo di prendere come punto di riferimento una curiosa “porta” (fig. 26) che conduce ad un comodo e breve ghiaione (fig. 27), dal quale poi traversiamo un nevaio e, con facile discesa, approdiamo sull’antico terreno morenico del ghiacciaio di Popena.

fig. 26 Il caratteristico passaggio prima del ghiaione.
fig. 27 Paolo si cimenta della discesa del ghiaione.
fig. 28 L’arrivo sulla morena del ghiacciaio di Popena. In alto a sinistra, in rosso, il percorso seguito per scendere sulle morene del ghiacciaio provenendo dal canale NO di Forcella Michele.

IL GHIACCIAIO DI POPENA

Scriveva W. Eckerth nel 1886, esplorando il gruppo del Cristallo in compagnia della guida Michel Innerkofler: “il ghiacciaio di Popena si trova ai piedi delle pareti Nord-occidentali della dorsale del Popena e si estende da una quota di 2600m fino a meno di 2500m. A seconda della stagione appare coperto di neve o da uno strato di ghiaia e può facilmente esser preso per un semplice circo di ghiaie e neve” (W. Eckerth,  Il gruppo del Monte Cristallo, 1891, Ed. Cooperativa di Coortina, 1989, p. 163). Ulteriormente Eckerth sottolineava che “il ghiacciaio di Popena è tanto nascosto quanto impervio e quindi non deve far meraviglia che la sua esistenza sia quasi sconosciuta” (W. Eckerth, Id., p. 133). Effettivamente, salendo per la Val Fonda, non è possibile avere visione della conca glaciale superiore conchiusa ai piedi delle pareti N – NO del monte Popena. Sarà forse questo il motivo per cui, dagli anni ’30 agli anni ’60, i glaciologi non hanno rivolto approfondite attenzioni al ghiacciaio di Popena. Le ultime significative osservazioni prima di questo “vuoto” temporale, furono svolte dal glaciologo Celli, il quale, nell’agosto del 1933, rilevava che “la fronte glaciale arriva col suo lobo più avanzato, coperto da detriti, alla quota 2370 circa, presso un grosso masso (…)”. (Bollettino del Comitato Glaciologico Italiano, vol. 14, 1934). Bisogna poi aspettare i primi anni ’60, per apprezzare una nuova e significativa manifestazione di interesse verso tale apparato glaciale. In particolare, con riferimento agli anni 1960-61, il glaciologo Piera Nicoli osservava che il ghiaccio di Popena era “in regresso”, con una superficie di 19 ettari ed un “innevamento frontale scarso” (Bollettino del Comitato Glaciologico Italiano, 1962). A distanza di venticinque anni, nell’agosto del 1986, il glaciologo Perini approfondiva ulteriormente il tenore delle osservazioni e rilevava che “la crepacciatura è evidente solo sulla sinistra, a quota 2530, dove il ghiaccio aggira uno spuntone roccioso. La zona frontale è sempre sommersa da detriti morenici, che lasciano solo in parte intravvedere il ghiaccio.” Riscontrava, inoltre, un “leggero ritiro frontale, anche se tutto l’apparato glaciale sembra stabile; non si notano archetti morenici frontali.” (Geografia Fisica e Dinamica Quaternaria, vol. 10, 1987). Nell’agosto dell’anno successivo, il Perini registrava quanto segue: “un leggero rigonfiamento evidenzia, quest’anno, nettamente la fronte; corpi di ghiaccio morto, staccatisi presumibilmente di recente, sono presenti nella parte destra frontale. I crepacci sono sempre ben evidenti sulla sinistra orografica, nella parte alta, alcuni profondi 8-9 metri”. (GFDQ, vol. 11, 1988). Pochi anni dopo, nell’estate del 1991, il Perini osservava che “la situazione di questa ghiacciaio è di una certa stabilità, dovuta anche al riparo esercitato dalle alte pareti del Piz Popena.” (GFDQ, vol. 15, 1992) e, nell’agosto del 1993, “sempre più massiccia la copertura detritica che maschera la zona frontale; al di sopra del grande accumulo morenico situato poco a monte, invece, il ghiaccio è abbastanza pulito”. 

fig. 29 Il ghiacciaio di Popena, fotografato dal glaciologo Perini nel 1994.

Successivamente, nell’agosto del 1995, Perini rilevava che “è in aumento il detrito galleggiante; vistose sono alcune bedieres, con cospicua acqua di scorrimento. A monte del grande cono si è formato un laghetto di sbarramento morenico di 70-80 mq, su cui si immerge anche il ghiaccio.” (GFDQ, vol. 19, 1996). Nell’agosto del 1996, il glaciologo constatava la diminuzione dello spessore del ghiacciaio, rilevando che “dal confronto fotografico con foto di 15 anni fa, impressionante è ora la notevole riduzione di spessore del ghiaccio, che è di parecchi metri.” (GFDQ, vol. 20, 1997). Con la fine degli anni ’90, le misurazioni del ghiacciaio da parte dei glaciologi venivano interrotte, come anticipava il Perini in sede di visita nell’agosto del 1997: “il detrito galleggiante ricopre ormai gran parte della superficie glaciale e una profonda bédière incide il ghiaccio dal settore centrale sino a quasi allla fronte. (…) Se la situazione di copertura detritica e di infossamento del corpo glaciale si accentueranno nei prossimi anni, sempre più difficilmente si potranno eseguire dei controlli significativi.”(GFDQ, vol. 21, 1998).

fig. 30 Effettivamente, alla vista, la foto aerea del 2007 non mostra alcuna traccia del ghiacciaio di Popéna, probabilmente interamente coperto dalle ghiaie (foto Regione Veneto-ARPAV, 2007).

Veniamo quindi alle osservazioni svolte in sede di sopralluogo, in data 18 luglio 2021. Avvicinandoci alla presunta fronte del ghiacciaio di Popena, rileviamo, innanzitutto, un considerevole arretramento della fronte rispetto alle misurazioni svolte nel 1933. In particolare, abbiamo identificato quel “grosso masso” individuato dal glaciologo Celli quale limite della fronte… masso che, sicuramente, non si è mosso di un centimetro in novant’anni! Si è invece sicuramente mossa la fronte del ghiacciaio di Popena, che risulta drasticamente arretrata. Difficile stabilire a che quota sia la fronte, considerato l’importante innevamento residuo e l’abbondante copertura di detrito. In merito, si segnala una recente e significativa frana dalle pareti del Popena, che ricopre la neve dell’ultima stagione invernale. (fig. 31).

fig. 31 La foto è scattata a quota 2370m, dal “grosso masso” individuato dal glaciologo Celli quale fronte del ghiacciaio di Popena nel 1933.

Si rileva, inoltre, l’estinzione del laghetto di sbarramento morenico riscontrato dal glaciologo Perini nell’agosto del 1995. Lo stesso laghetto, veniva ancora riportato nella carta Tabacco, edizione 2017. Non è invece più rilevato nelle ultime edizioni. Ritengo di poterne individuare la collocazione corretta, a quota 2300m circa, dove sorge una modesta depressione colma di neve velata di detrito finissimo. È probabile che, in occasione di importanti precipitazioni, questo avvallamento raccolga le acque di confluenza dell’intera conca glaciale del ghiacciaio di Popena (fig. 32). Inoltre, transitando presso i margini del laghetto estinto, si ode nitidamente il gorgoglio delle acque di fusione del ghiacciaio di Popena, che scorrono sotto la neve e si perdono nelle rocce per poi riemergere in Val Fonda. In questo avvallamento, dovrebbe anche confluire un ruscelletto che sorge intorno ai 2600m, sulle pareti poco sottoPunta Michele. Di sicuro, tuttavia, è scomparso il ghiaccio che si immergeva nel laghetto, come da rilevazione del glaciologo Perini nell’estate del 1994.

fig. 32 Là, dove fino a pochi anni fa sorgeva il laghetto di sbarramento morenico…

Considerato lo stato di persistente innevamento residuo, risulta impossibile svolgere ulteriori osservazioni sullo stato del ghiacciaio di Popena. Ciò che si può ipotizzare, anche sulla scorta delle osservazioni svolte dai glaciologi fino agli anni ’90, è che il ghiacciaio di Popena sia tutt’altro che estinto. Se è indubitabile, infatti, che lo spessore del ghiaccio sia drasticamente diminuito negli anni, comportando una significativa regressione della fronte, è altrettanto vero che le continue scariche dalle pareti circostanti hanno agito quale copertura della superficie glaciale. È infatti verosimile che il ghiacciaio di Popena sia ormai rivestito da un’alternanza di strati di detriti franosi, sui quali si deposita la neve stagionale, che a sua volta è stata coperta da detriti franosi nelle stagioni calde, per poi essere nuovamente sommersi dalla neve invernale, e così via. Non potendo svolgere ulteriori osservazioni, decidiamo, muovendo dal crinale più esterno della morena (fig. 33), di aggirare lo sperone di Popena, il più strettamente possibile (fig. 34), e recarci presso la fronte del ghiacciaio del Cristallo, per valutarne lo stato.

fig. 33 Sul margine più esterno della morena del ghiacciaio di Popena.
fig. 34 La traiettoria tenuta per scendere il più possibile a ridosso dello sperone di Popena.

Dopo una faticosa risalita dei ripidi e antichi depositi morenici del ghiacciaio del Cristallo, giungiamo finalmente ai suoi piedi (fig. 35). Come per il ghiacciaio di Popena, siamo impossibilitati dallo svolgere le opportune osservazioni sullo stato del ghiacciaio del Cristallo, a causa del persistente innevamento residuo. Per mera curiosità, si osservi il confronto tra l’attuale innevamento, in data 19 luglio 2021, e la situazione riscontrata nell’agosto 2020 (fig. 36). La speranza è che le considerevoli precipitazioni nevose registrate nella stagione invernale 2021 siano tali da aver contribuito a preservare quanto è rimasto dei ghiacciai dolomitici (se non, addirittura, ad incrementarne leggermente la massa!).

fig. 35 il ghiacciaio del Cristallo.
fig. 36 Il ghiacciaio del Cristallo nell’agosto 2020.

IL SUPERAMENTO DEL GRADONE ROCCIOSO DELLA VAL FONDA

A questo punto, non ci resta che proseguire per l’ultimo obiettivo: trovare quell’antico sentiero (attrezzato?) che permette di superare il salto di roccia della Val Fonda, senza entrare nella gola con la cascata. A fine ottocento, Theodor Wundt scriveva che, risalendo la Val Fonda, il gradone “è formato da pareti rocciose verticali, non facili da superare. Anche qui Michel (nda: Innerkofler) aveva raccomandato cautela. ‘Assicurati di trovare la via giusta, altrimenti puoi arrampicarti lì dentro tutto il giorno e non andare oltre”. Questo era il monito del grande alpinista Innerkofler all’epoca. Più recentemente, Camillo Berti scrive che “il passaggio si trova sulla sinistra idrografica ed è caratterizzato da un vecchio piolo di ferro contorto” (C. Berti, Id.). Fabio Cammelli, nella guida “Dolomiti – Monte Cristallo”, scrive che un tempo “i salti di roccia sotto il circo glaciale superiore della Val Fonda venivano superati salendo a lato delle cascate con le quali l’acqua di fusione del ghiacciaio precipitava verso valle: si trattava di una breve ma non facile arrampicata su rocce sovente ricoperte da un sottile strato di ghiaccio“. Aggiunge Cammelli che nella primavera del 1885, il CAI Alpino Austro Tedesco “fece sistemare un buon sentiero che dai pressi dell’imboccatura della Val Fonda s’innalzava lungo il fianco sinistro della valle (destra orografica) per poi proseguire a mezzacosta tenendosi alto sopra l’alveo del torrente. Giunti sotto il gradone roccioso (…), il sentiero si portava sull’opposta sponda grazie a una passerella formata da due tronchi, per poi salire alla base del salto roccioso soprastante, che a sua volta veniva superato grazie all’aiuto di una scala a pioli incastrata ad arte nella roccia.” (F. Cammelli, Dolomiti – Monte Cristallo, 101% Vera Montagna, Ed. Paolo Beltrame, 2010, p. 92). Prima dell’allestimento di simile struttura, nel 1862, Paul Grohmann scriveva: “per arrivare al passo (ndr: del Cristallo) bisogna attraversare il ghiacciaio, il cui accesso è all’estremità della Val Fonda lungo l’acqua che proviene dai nevai. Un tempo questo accesso era abbastanza curioso perché occorreva passare carponi attraverso un foro sotto la roccia; ma adesso, a quanto mi è stato detto, il foro è crollato e non esiste più“. Quanto sopra è confermato dallo stesso Eckerth, che nel 1891 scriveva: “Questi salti si superano con l’aiuto di una scala a pioli di legno incastrata con arte nella roccia. Prima che la scala fosse costituita, i salti di roccia si superavano salendo a lato delle cascatelle, un’arrampicata di più di un quarto d’ora a breve distanza dall’acqua spumeggiante, il che, nelle mattinate fredde, non era tra le cose più gradevoli“. Ciò premesso, Cammelli scrive che (perlomeno fino al 2010) “presso l’imboccatura di un largo e ripido canale, si scorgono tre tronchi di legno posizionati orizzontalmente su piani sovrapposti (…). Il primo tronco di legno è situato circa tre metri più in alto rispetto alla base del canale: lo si raggiunge risalendo un corto ma ripido salto di rocce friabili (talora bagnate; I e II grado). Oltrepassato un secondo tronco, posto poco sopra il primo, si sale più facilmente sino a portarsi all’altezza di un terzo tronco incastrato: da qui non si prosegue più all’interno del canale bensì si continua a sinistra, verso l’esterno, per poi rientrare nella spaccatura lungo una breve e comoda cengetta rocciosa, che corre obliquamente da sinistra verso destra. Seguono due corti gradoni un po’ più ripidi e impegnativi (ma sempre ben appigliati; I e II grado; alcuni spit su cui eventualmente far sicurezza) che consentono di uscire dal canale e di raggiungere, alla propria sinistra, un piccolo pulpito roccioso. In breve, grazie anche all’aiuto di alcuni vecchi fittoni metallici, si superano le soprastanti facili roccette e si perviene al bordo superiore del gradone roccioso di sbarramento della Val Fonda (…)” (F. Cammelli, Id. p. 198). Noi, nell’estate del 2020, non abbiamo trovato alla base del gradone roccioso alcuna traccia del presunto sentiero attrezzato, così come descritto dai sopra menzionati autori, né tantomeno alcuna evidenza dei tronchi citati dal Cammelli. Provenendo dalla conca glaciale superiore della Val Fonda, invece, riscontriamo effettivamente l’esistenza di una traccia di sentiero e qualche ometto, una ventina di metri a sinistra dell’intaglio con la cascata. La traccia interseca presto un non insignificante canale di sfogo di acqua e ghiaia che, nel tempo, hanno completamente eroso il margine superiore del salto di roccia, il quale appare come roccia viva levigata e coperta di detrito (fig. 37).

fig. 37 Le due possibili soluzioni per superare il salto di roccia.

Si superano un paio di gradoni e ci si trova sullo strapiombo. Da qui, in discesa verticale, si distinguono subito i tre/quattro grossi e vetusti fittoni con anello citati da Fabio Cammelli (un paio abbastanza mobili), entro i quali verosimilmente era assicurata una corda nei tempi che furono (forse installati proprio dal CAI Alpino Austro-Tedesco nell’intervento del 1885) (fig. 38). Organizziamo quindi una prima calata verticale, che ci permette di superare i due primi salti di roccia (fig. 39).

fig. 38 I chiodi della prima guerra mondiale.
fig. 39 Paolo nella prima calata.

Completata la prima calata, si apre sotto di noi il profondo canale che fende la roccia in diagonale, entro cui, tuttavia, non rinveniamo alcuna traccia dei famosi tronchi descritti da Cammelli nella sua guida. Svolgiamo quindi la seconda calata. L’arrampicata si rivela abbastanza difficile poiché ogni appiglio trasuda acqua e si stacca. Tanto vale calarci di peso, anche per agevolare Giacomo che ci sta facendo sicura presso la sosta allestita sull’ultimo gradone di roccia prima dello strapiombo. Scendo io, poi Paolo (fig. 40) ed infine Giacomo (fig. 41).

fig. 40 Paolo si appresta ad iniziare l’ultima calata.
fig. 41 Giacomo si cala in corda doppia.

A posteriori, resto nel dubbio se sia più conveniente percorrere la via appena svolta oppure la gola con la cascata, come fatto l’anno precedente in agosto. Probabilmente, in salita sceglierei la traccia odierna mentre in discesa ritengo più comodo e diretto scendere per la cascata, calandosi in doppia assicurati al robusto anello infisso nella roccia poco dopo l’ingresso nella gola. Da segnalare, inoltre, l’assenza di ometti o altro tipo di segnalazione volto a indicare l’imbocco del canale di risalita; o lo si conosce, oppure non lo si trova. Ad ogni modo, il salto della Val Fonda resta un ostacolo da affrontare sempre con le dovute cautele, poiché la roccia marcia ed il terreno bagnato riservano sempre qualche imprevisto. La foto scattata dall’amico Riccardo nei pressi di forcella Rauhfofel rappresenta esaustivamente le due possibili soluzioni di salita/discesa. In corrispondenza del cerchio rosso, è infisso il grosso e robusto anello nella roccia per assicurarsi (fig. 41a).

fig. 41a Le due possibili soluzioni di superamento del salto roccioso, viste da forcella Rauhkofel.

Ciò detto, abbandonata la frana ai piedi del salto roccioso, si ritrova il sentiero che traversa l’intera Val Fonda (fig. 42, 42a e 43).

fig. 42 Usciti dal canale nel gradone roccioso.
fig. 42a La via seguita per calarci dal salto roccioso.
fig. 43 La Val Fonda e, in fondo, il Lago di Landro.

Inizia ora una lunga discesa, camminando su terreno sempre instabile, lasciando alle spalle la cascata della Val Fonda (fig. 44) e guadando di volta in volta i vari rami del rio, scegliendo la strada che sembra più diretta e con il fondo di sassi meno grossi :-). Si procede fino a che, in corrispondenza del restringimento della gola della Val Fonda, si trova una vecchia traccia, che risale leggermente il costone tra frane e pini mughi, sul versante orografico destro del rio. Trattasi del già menzionato sentiero allestito dal CAI Alpino Austro-Tedesco nella primavera del 1885, che permette un incedere più rilassato e, soprattutto, consente un transito più sicuro in caso di pioggia, evitando di trovarsi nel bel mezzo del restringimento della gola sul greto del rio che ingrossa ricevendo le acque delle pareti circostanti e dell’intero circo glaciale del Cristallo/Popena.

fig. 44 La tipica cascata della Val Fonda.
fig. 45 Sulla vecchia traccia che permette di superare il restringimento della gola della Val Fonda.
fig. 46 Il tipico canyon all’imbocco della Val Fonda.
fig. 47 L’imbocco della traccia “alta” per evitare di incedere all’interno del restringimento della gola. Se non lo si conosce, non lo si trova!
fig. 48 Ultimi guadi del rio Fonda.

Si arriva, infine, al parcheggio di Ponte de la Marogna, 1470m, dove abbiamo la seconda macchina per rientrare al parcheggio presso il Ponte di Val Popena Alta.

Ecco il video completo dell’itinerario montato ad arte da Paolo!

Per ulteriori informazioni circa il descritto itinerario, e soprattutto per apprezzarne adeguatamente l’intensità e le emozioni, rimando alla lettura dell’affascinante relazione scritta dall’amico Paolo.

Anello Ra Stua – Lerósa – Tremonti – Fósses – Rif. Biella – Ucia de Senes – Rif. Fodara Vedla – Ra Stua… (e le origini della saga del Regno dei Fanes).

DIFFICOLTA’ COMPLESSIVA: E fino alla Crosc del Grisc. T tutto il resto dell’itinerario.
DURATA: 8 h – DISTANZA: 17 km – DSL: 882m +

DATA: 6 settembre 2020

PREMESSE

Con somma gioia, il mio compagno di avventure è oggi mio padre, quasi prossimo ai settant’anni! Ho quindi studiato un itinerario che sia privo di difficoltà tecniche e pericoli oggettivi. Un itinerario che, se non fosse per la lunghezza, potrebbe essere definito turistico (T) ma che definirò per escursionisti (E), anche per la richiesta capacità di orientamento nella prima parte del percorso. Il primo tratto dell’itinerario, infatti, si svolge su un vecchio sentiero, oggi traccia che traversa l’area di Lerósa, Tremonti e Pian de Socrode, con incantevole alternanza di prati e bosco rado, ai piedi della Pala De Ra Fedes, per poi guadagnare quota superando un valico tra Sote Socroda e lo spigolo SO di Ra Geralbes. Superata questa prima parte, la traccia si congiunge poco dopo con la Crosc del Grisc nel sentiero segnato (e ben battuto) n. 26, traversando una delle zone, a mio avviso, più spettacolari e magiche delle Dolomiti. Volendo proprio essere precisi, si potrebbe stabilire che da Casòn de Lerosa alla Crosc del Grisc il percorso è classificabile come E, solo per la necessità di orientarsi (peraltro sempre agevolmente); tutto il resto dell’itinerario è classificabile come T, sempre e comunque tenendo a mente il fattore lunghezza complessiva. Un’ultima nota prima di procedere con la descrizione dell’itinerario: la prima parte del percorso era una volta un sentiero, il sentiero “0”. Questo è stato dismesso negli anni al fine di disincentivare il turismo che, complice la vicinanza di Malga Ra Stua, comprometteva l’integrità di una zona naturale di elevato interesse naturalistico. Sebbene la montagna dovrebbe sempre oggetto di attenzione e cura da parte di chi vi accede, si invita, a maggior ragione affrontando tale itinerario, a mantenere una condotta rispettosa dell’ambiente che circonda. E l’allusione non ha certo ad oggetto il solo divieto assoluto di abbandonare rifiuti ma, anche, il più semplice obbligo di procedere con passo silenzioso ed attento, al fine di non disturbare i pascoli di camosci e cavalli selvaggi che albergano questo paradiso incontaminato.

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

La partenza dell’itinerario è il rifugio malga Ra Stua, 1695m. Pochi metri dopo il rifugio, si incontra una vecchia mulattiera militare che si innesta sulla destra. Questa permetteva durante la prima guerra mondiale di raggiungere un importante avamposto militare austriaco nei pressi di forcella Lerósa ; la si imbocca e si inizia la risalta. Ci si inoltra presto in un bosco che, all’occhio attento, si distingue dai soliti boschi dolomitici. Agli abeti si alternano, infatti, larici e pini cembri. Questi ultimi, in particolare, avvicinandosi a Lerósa, diventano sempre più frequenti: vere e proprie opere d’arte secolari, antichi fino a 500 anni. A quota 1900m circa, là dove il bosco diventa più rado e lascia spazio ai pascoli d’alta quota, poco dopo aver attraversato un ruscello, si abbandona la mulattiera e si inizia la salita sul pendio prativo, direzione E – NE, senza alcuna traccia evidente, mantenendosi sulla sinistra orografica del rio.

fig. 1 Si sale a sinistra abbandonando la mulattiera, senza alcuna evidente traccia.

Si esce quindi dal bosco e ci si trova di fronte ai favolosi pascoli di Lerósa, al cospetto del gruppo della Croda Rossa.

fig. 2 Uscendo dal limitare del bosco.
fig. 3 La Croda Rossa.

Alle spalle, la vista è spettacolare. Da sinistra, si susseguono le Tofane, la Croda del Vallon Bianco, la Croda de Antruiles e il Col Bechei de Sora.

fig. 4

Il Casòn de Lerósa è a pochi metri di distanza ma ancora non si vede; ci si tiene, invece, vicini al ruscello, fino ad incrociare un’evidente traccia che consente di guadare agevolmente.

fig. 5 Il ruscello da guadare.

Ora si traversa l’area superiore di Tremonti, in direzione N.  Il termine “Tremonti” indica, appunto, i tre dossi collinari al limite NO del pascolo di Lerósa. Si procede su prati, spesso acquitrinosi, sino a giungere ad una piccola e pianeggiante radura, dove si trovano le sorgenti che alimentano il Ru de ra Cuódes (dall’ampezzano: “rio delle cuódes”, le pietre utilizzate dai contadini per affilare la lama della falce), che a valle si immette nell’Aga de Ciampo de Crosc, poche centinaia di metri sopra Ra Stua.

fig. 6 La radura con alle spalle la Pala de Ra Fedes.

Entrando nella radura, ai piedi della Pala de Ra Fedes (dall’ampezzano: “cima delle pecore”) si continua, in leggera discesa, verso N, entrando nuovamente nel bosco.

fig. 7 La traccia torna ad essere temporaneamente visibile ed entra nel bosco.

Si scende ora con maggiore decisione fino ad intersecare un ulteriore ruscello, che si supera con semplicissimo guado. Si intravede, da qui con chiarezza, la traccia che sale il ripido pendio. Paul Grohmann, camminando per queste tracce nel 1862, scriveva: “subito dopo Lerosa si passa il Ru dei Tre Monti, poi la località Socroda, ed infine la Val Monticello al suo sbocco”.

fig. 8 Si intravede la traccia che risale il costone.

Qui la traccia, che fino ad ora era solo a tratti visibile, inizia ad essere evidente, ed attraversa una fitta area di pini mughi, fino a giungere al limite di una lingua franosa. Una serie di ometti segnala con chiarezza la direzione da seguire per uscire dalla lingua franosa ed immettersi sulla traccia che risale il costone roccioso. Poco prima dell’inizio della salita, si intuiscono sulla traccia due sbarramenti operati con pietroni posti di traverso. Non è chiaro il perché si trovino in quel punto preciso… ad ogni modo, li si ignorano e si prosegue la salita, senza alcuna difficoltà rilevante, su rocce franate comunque sempre stabili, individuando talvolta degli ometti.

fig. 9 La traccia sale su terreno franoso sempre comunque stabile e sicuro.
fig. 10 Ultimo tratto ripido della traccia.

Alle spalle, il panorama è grandioso. Si vedono con chiarezza le radure poco prima attraversate sopra Tremonti. In direzione S, si staglia la Croda de R’Ancona, 2366m, e, in fondo sulla sinistra, il Sorapis.

fig. 11 Il terreno su cui si è svolto finora il tragitto, con la Croda de R’Ancona di sfondo.

La pendenza della traccia diminuisce quindi drasticamente e si giunge in un’amena area prativa alberata, sotto la parete del costone roccioso, da cui si procede intuitivamente verso una sella erbosa, a quota 2100m circa.

fig. 12

Guadagnata la sella erbosa, il panorama muta radicalmente. Si apre di fronte una conca che alterna grandi blocchi di pietra con mughi. Sulla destra, si erge il versante occidentale della Croda Rossa Pizora.

fig. 13 La conca di pietroni e mughi. Il sentiero passa sulla destra del tronco semi-morto di un pino cembro, apparentemente divelto da un fulmine.
fig. 14 La Croda Rossa Pizora.
fig. 15 Un blocco di pietra segnato da tipici solchi carsici.
fig. 16 La conca presenta un continuo saliscendi tra blocchi di pietra e mughi.
fig. 17 Sulla sinistra, a O, si può ammirare in primo piano il profilo di Cima Nove (Sasso delle Nove), 2968m, e, subito dietro a sinistra, Cima Dieci, 3026m.

La traccia punta ad una sella erbosa leggermente più elevata, che permette di uscire dalla conca, a quota 2200m circa.

fig. 18 Leggera salita della sella. E’ evidente la traccia tra i mughi che attraversa la conca.

Superata la sella, si apre un nuovo immenso panorama mozzafiato: al centro, la Croda del Becco, 2810m, verso la cui direzione ci si dovrà dirigere traversando la magnifica Alpe de Foses o Fosses.

fig. 19

Il sentiero costeggia ora lo sperone occidentale della Croda Rossa Pizora, perdendo leggermente quota. Dalla cresta rocciosa, un camoscio ci sorveglia attentamente.

fig. 20 Notare il camoscio sulla cresta, a sinistra.

Traversando un breve tratto di grandi pietre franate, si continua a perdere quota fino a intravedere, a O, la Crosc del Grisc sita sul battuto sentiero n. 26 che, in breve, si finisce per intersecare. Ed ecco la storia della Crosc del Grisc. Una storia di amore e sangue, accaduta nel 1848. Amore tra Simone Alverà di Cortina, chiamato il Griš, probabilmente a causa dei capelli grigi, pastore di pecore sull’alpe di Foses, e Annamaria De Luca. Sposati nel febbraio del 1848, i due iniziano a convivere. Presto, tuttavia, si resero conto che la loro unione era insostenibile. Litigavano costantemente e, a quanto pare, in linea con gli usi dei tempi andati, Simone alzava spesso le mani sulla moglie. Ad agosto dello stesso anno, Simone era ripartito per i pascoli di Foses e la moglie decise di raggiungerlo. Recò con sé uno zaino che, oltre ai viveri, nascondeva un’ascia. Raggiunto il marito, ubriacatolo con una bottiglia di vino o grappa che aveva portato con sé, la moglie estrasse l’ascia e lo colpì. Era il 3 agosto 1848. La moglie sarà poi imprigionata e sconterà la pena dell’ergastolo nella prigione dei Piombi di Venezia.

fig. 21 In lontananza, la Crosc del Grisc.

Il sentiero n. 26 traversa, a O, un’evidente profonda conca carsica che ospita il Lago di Remeda Rossa o Lago de Remeda da Rosses, caratterizzato dal tipico colore delle rocce della Croda Rossa.

fig. 22 Il lago visto nei pressi dell’intersezione con il sentiero n. 26.
fig. 23

Si supera quindi un’ampia sella prativa, parzialmente acquitrinosa, che conduce all’alpe di Fósses, con incantevole veduta del Lago Pizo (o Lago Piccolo, anticamente anche Lago Morto) e del Lago Gran de Fósses (o lago de Fósses). Purtroppo, non posso esimermi dal criticare l’installazione di orribili grate di plastica, presumibilmente poste per favorire il transito degli escursionisti nell’area acquitrinosa. Sarebbe sufficiente, infatti, salire di pochi metri sul dosso prativo circostante per risolvere serenamente il problema, senza alcuna fatica o rischio per l’escursionista. Le medesime orribili installazioni sono presenti in tutta l’alpe di Fosses. Ciò mi lascia gravemente perplesso e mi porta a riflettere sul senso e l’essenza stessa di un’escursione alpina.

fig. 24 Il magico panorama dell’Alpe di Fósses, con il Lago Pizo (piccolo) e, a destra, il Lago de Gran Fosses.
fig. 25 L’abominevole pavimentazione di alcuni tratti del sentiero n. 26, spiega, da sola, perché WINDCHILI preferisce sempre percorrere antiche tracce dimenticate anziché sentieri battuti.

Scesi nell’alpe di Fósses, si supera una piccola baita, sita sulla sponda occidentale del Lago di Gran Fósses.

fig. 26
fig. 27

Il lago di Gran Fósses è un luogo magico: ai piedi della Remeda Rosses, 2605m, è l’unico lago perenne tra i tre laghi di Fósses. Un luogo di solitaria contemplazione, dove il fascino dei paesaggi si combina con la magia della leggenda. Una leggenda, purtroppo, generalmente ignorata dai più che, tuttavia, costituisce la più complessa e antica saga epica italiana. Alludo alla saga del Regno dei Fanes, codificata dall’antropologo Karl Felix Wolff (1879-1966), che per primo ha messo su carta una storia tramandatasi oralmente dalla popolazione ladina per quasi tremila anni. In particolare, gli studiosi ritengono che gli eventi narrati nella saga del Regno dei Fanes possano avere avuto inizio in un periodo compreso tra il 900 e l’800 a.C. Osservando i mutamenti climatici post glaciali, si potrebbe invece ritenere che la saga sia ambientata intorno al 1000 a.C., periodo di lieve rialzo termico. Tali condizioni ambientali favorevoli avrebbero infatti permesso di abitare tutto l’anno i pascoli sopra i 2000 metri. Ciò premesso, per quanto qui interessa, la saga del Regno dei Fanes esordisce verosimilmente proprio nei luoghi attraversati dall’itinerario qui descritto. Segnatamente, si narra che una donna, Molta, in punto di morte, lascia la propria figlia neonata ad una vecchia anguana (una sorta di ninfa alpina) che abita una caverna sulla Croda Rossa. Le marmotte, che osservavano, raccolgono il cadavere di Molta e lo portano via, nascondendolo in un crepaccio. L’anguana si affeziona alla piccola e la adotta, dandole il nome di Moltina. Già questi primi elementi possono farci ipotizzare che la vicenda sia ambientata proprio sull’alpe di Foses. L’anguana è, infatti, una figura mitologica legata all’acqua, e l’alpe di Foses è il luogo circostante la Croda Rossa che abbonda di più acqua, sotto forma di laghi e sorgenti. La leggenda specifica, inoltre, che altre anguane vivevano nei laghetti più a nord e che ogni mattina la vecchia anguana era solita alzarsi al primo albeggiare per ammirare, fuori dalla sua grotta, il sorgere del sole. Ciò farebbe ipotizzare che la caverna leggendaria fosse sita sulla parete S della Rémeda Rosses, a metà via tra il lago de Rémeda Rosses ed i laghi Pizo e Gran de Foses. Da questa angolazione, infatti, è possibile ammirare il sorgere del sole dietro le più alte cime della Croda Rossa Pizora (Croda Rossa piccola). (Una curiosità: esistono attualmente almeno una caverna, una grotta e sette pozzi sulla Rémeda Rossa, tra i 2300 e i 2500m). Ancora, in tutta l’area di Foses sono ad oggi conosciute più di un centinaio di cavità, tra pozzi, inghiottitoi e meandri, alcune di grandi dimensioni e considerevoli sviluppi, che potrebbero coincidere con il crepaccio dove il cadavere di Molta viene nascosto. Ancora, un dato che emerge dalla ricostruzione di Wolff è che la caverna dove viveva la vecchia anguana con Moltina era esposta al vento di ponente; ciò avvalora appunto l’ipotesi che la grotta fosse localizzata sul versante orientale della Croda Rossa, apertamente esposto ai venti di ponente. In ultima, Wolff ci racconta che Moltina “a volte raggiungeva altre Anguane che vivevano presso un lago in un luogo più alto. Questo luogo è un deserto roccioso abitato da molti camosci che si estende dalla Croda Rossa fino al Sas dla Porta (nda: Croda del Beco) ed è formato da una lunga fila di cime frastagliate e in mezzo ad esse bianche pietraie alternate a laghetti e prati fioriti“. Tale area coinciderebbe, anche come descrizione, con le pendici E e O comprese tra forcella Cocodain, la Croda de Foses e Monte Muro, che rappresentano una linea di congiunzione tra la Rémeda Rosses e la Croda del Beco. Oggi il territorio in questione appare brullo, con alternanza d’erba e pietraie, e non vi sono laghetti. Tuttavia, nel 900/1000 a.C., è lecito supporre ve ne fossero in abbondanza, considerata la presenza attualmente documentata di innumerevoli doline, una volta probabilmente colme di acqua. Tutto quanto sopra descritto non ha invero il fine di dimostrare un eventuale fondamento reale dei fatti narrati dalla saga quanto, piuttosto, evidenziare come già tremila anni fa questi luoghi fossero conosciuti e chi li abitava ne fosse affascinato al punto da costruirci attorno una saga epica come quella del Regno dei Fanes.

fig. 28 Lago Gran de Foses e Remeda Rosses.
fig. 29

Riprendiamo ora la descrizione dell’itinerario. Tenendo il lago sulla destra, il sentiero risale una tipica zona di campi carreggiati o campi solcati, prima di deviare con decisione verso NE, in direzione della Croda del Becco.

fig. 30
fig. 31

Il sentiero si inoltra ora in un continuo saliscendi, attraversando un paesaggio brullo e lunare, fino a giungere al rifugio Biella, 2327m.

fig. 32

Dal rif. Biella, si continua su ampia mulattiera, sent. 6, costeggiando il versante S della Croda del Beco, 2810m.

fig. 33 La ripida parete S della Croda del Beco.

Si procede fino ad incontrare un crocevia di sentieri che si innestano sulla mulattiera e si imbocca il sentiero 6a, che, offrendo una magnifica vista del Monte Sella di Sennes, 2787m, conduce brevemente all’Ucia de Senes, 2126m.

fig. 34 Il tragitto svolto dalla Croda del Beco.
fig. 35 Monte Sella di Sennes.

Costeggiando una curiosa pista erbosa d’atterraggio dismessa, costruita nel 1968 dagli alpini della Tridentina in periodo di guerra fredda, si inizia a perdere quota seguendo il sentiero 7, fino a giungere al rifugio Fodara Vedla.

fig. 36 La pista d’atterraggio costruita nel ’68. E’ lunga circa 450 metri e, probabilmente, era già stata sfruttata nella prima guerra mondiale.
fig. 37 La chiesetta costruita dalla famiglia proprietaria del rif. Fodara Vedla.

Si segue ora il sentiero n. 9, antica mulattiera militare utilizzata durante la prima guerra mondiale. Il sentiero traversa le rive del lago de Rudo, a 2000m, per poi scendere con ripide serpentine fino a Cianpo de Crosc, a circa 1700m.

fig. 38 Vacche al pascolo nei prati antistanti il rif. Fodara Vedla.
fig. 39 Lago de Rudo e, dietro, i Lavinores, 2462m.

Si segue, quindi, la mulattiera sentiero n. 6 che conduce a valle e, in breve, al rif. Malga Ra Stua. Una curiosità storica sul nome Ra Stua. “Stuar“, in dialetto veneto, significa chiudere. Ra Stua, letteralmente, significa “la chiusa” ed il nome trae appunto origine da una chiusa costruita nel ‘600 da Giovan Maria de Zanna al fine di agevolare la fluitazione del legname lungo l’alveo dell’Aga de Cianpo de Crosc.

Salita a cima di Cece

DIFFICOLTA’ COMPLESSIVA: E – PD
DURATA: 8 h – DISTANZA: 16 km – DSL: 1300 m+

DATA: 27 luglio 2020

PREMESSE

Il presente itinerario rappresenta un po’ un’eccezione rispetto alla tipologia di traversate descritte nel sito Windchili. Tutto l’anello, infatti, è sempre percorso su sentiero SAT precisamente segnato con bolli rossi e bianchi. Difficile smarrire la via. La catena del Lagorai, peraltro, con i suoi 70km di estensione, è considerata uno degli ambienti alpini più selvaggi e remoti delle Alpi. Pochissimi i rifugi, assenti gli impianti di risalita, eccezion fatta per le strutture del passo Rolle. Attraversare il Lagorai significa camminare, anche per ore, senza incontrare anima viva. Non a caso, il Lagorai è chiamato il “Tibet delle Alpi”. L’ambiente è spesso severo, caratterizzato da immense pietraie di taglienti porfidi bruno-rossastri. Diviene quindi fondamentale, per chi voglia esplorarlo, attrezzarsi adeguatamente per trascorrere intere giornate senza poter contare sui servizi offerti da un rifugio.

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Oggi sono con il caro amico e compagno di avventure Riki. Lasciata l’auto nei pressi di un ponte (1570m) sito 800m prima della malga di Valmaggiore, si sale per il sentiero 336 in direzione del lago di Cece, dapprima su comoda mulattiera, poi su sentiero che, superando un’area devastata dalla tempesta Vaia del 2018, si inoltra nel bosco di abeti rossi.

Superata la zona di pascolo di Campigolo, si giunge in pochi minuti al lago di Cece, 1879m, dove è possibile fruire di un grazioso bivacco recentemente ristrutturato.

Appena attraversato il ponte sul ruscello emissario del lago di Cece, si devia decisamente a destra, costeggiando il lago per poche decine di metri, sino a che il sentiero si inerpica a sinistra sul costone boschivo. Si sale ripidamente giungendo in un ameno pianoro dove si trova il bivacco Caserina. Si procede superando un ponticello di legno sul torrente, portandosi quindi sulla sinistra orografica della valle. Il sentiero supera ora caratteristiche conformazioni rocciose levigate e, da lì a breve, si raggiunge il magnifico laghetto Caserina, 2087m.

Il sentiero prosegue traversando un pianoro verdeggiante dove pascolano sereni degli asini di montagna.

In breve, si apre agli occhi la vastità della valle orientale di cima Cece, val di Valonat, che ci si appresta a risalire, parzialmente su comodo nevaio, senza difficoltà alcuna.

Terminata la risalita della valle, si piega decisamente destra, risalendo ripidamente sino a giungere alla forcella Cece, 2393m.

Dalla forcella, si imbocca ora il sentiero 349 Achille Gadler, che traversa il costone del monte Cece su tracciato meno agevole. Si procede, infatti, su enormi blocchi di porfido levigato, spesso inclinati o instabili, guadagnando gradualmente quota, sino a raggiungere una vecchia croce metallica piegata.

Superata la croce, il sentiero piega sulla sinistra, inerpicandosi su un ripido canalone che guadagna la cresta e sbuca sul versante occidentale. Si segue il sentiero fino ad un bivio: a sinistra si raggiunge la cima e a destra si scende. Imboccato il sentiero di sinistra, dapprima si procede paralleli alla cresta, pochi metri più in basso, poi il sentiero inizia a salire con decisione. In questi ultimi metri prima della cima può accadere di smarrire la traccia, incuriositi dai numerosi ripari in pietra della prima guerra mondiale. Resta inteso che, puntando verso la cima, si raggiunge comunque la croce di vetta a 2754m.

La discesa avviene per la medesima traccia della salita e, giunti al bivio, si ripiega verso valle, a sinistra, superando un ripido canale detritico.

Si procede, ora, traversando una valle di pietra, con non poco disagio delle articolazioni, che devono trovare continuamente l’equilibrio sulle superficie inclinate dei blocchi porfirici. La fatica è peraltro ricompensata dalla vista del maestoso Dente di Cece, 2680m, che troneggia sopra il sentiero.

L’itinerario prosegue ora perdendo gradualmente quota, sino a raggiungere agevolmente forcella Valmaggiore, 2180m, dove sorge il bivacco Paolo e Nicola. In poco più di un’ora, passando dalle rocce al fitto bosco, si raggiunge Malga Valmaggiore, percorrendo il sentiero 365.

Traversata della Val Fonda e del ghiacciaio del Cristallo (tra passato e presente)

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EEA – Canale Val Fonda: II grado – Ghiacciaio: F+
DURATA: 8/9 h – DISTANZA: 19 km – DSL: 1330 m+

DATA: 8 agosto 2020 (con aggiornamenti sullo stato del ghiacciaio del Cristallo al 19 luglio 2021)

PREMESSE (follow ENG)

È da anni che ho in mente di fare questo giro: la traversata della Val Fonda, da Ponte de la Marogna, superando il ghiacciaio del Cristallo per giungere al Passo del Cristallo, 2808m, e da lì discendere al passo Tre Croci per la ripida Graa de Cirigières. La titubanza nell’affrontare tale itinerario nasce dal fatto che, ad oggi, non si trovano recensioni complete di questa traversata in periodo estivo, complice anche il fatto che, per la maggior parte del tragitto, non si tratta di un vero e proprio sentiero numerato ma di una traccia. Le vecchie guide cartacee restano abbastanza sul vago. La Fabio Cammelli del 1994 parla di “traversata alpinistica di alta difficoltà”, considerando però l’itinerario nel verso opposto, con partenza dal Tre Croci. Online, esiste un unico reportage, molto accurato, datato 2013, dove però non si raggiunge il passo Cristallo. L’incognita resta, ovviamente, lo stato di innevamento del ghiacciaio. Da non dimenticare, infatti, che il ghiacciaio del Cristallo era pur sempre uno dei più estesi ghiacciai delle Dolomiti, con i suoi 35 ettari misurati nel 1957, e che qui, nell’agosto del 1888, perse la vita il celebre alpinista Michele Innerkolfer, cadendo in un crepaccio a seguito del crollo di un ponte di neve (che aveva già percorso nella salita con i suoi clienti poche ore prima).

fig. 0. Il crepaccio a quota 2700m in cui perì Michel Innerkolfer. Tratto da W. Eckerth, Il gruppo del monte Cristallo, Ed. Cooperativa di Cortina d’Ampezzo, 1989.

Nel 1893, Theodor Wundt descrive il ghiacciaio del Cristallo come un “selvaggio ghiacciaio, ripido e lacerato da numerosi crepacci. Le sue masse di ghiaccio pendono come cresciute sulle pareti rocciose e si estendono come fiumi ghiacciati fino alle vette più alte” (Wanderungen in den Ampezzaner Dolomiten, p. 61). Il CAI di Conegliano, nell’estate del ’69, evidenziava “crepacci laterali, bocche di ghiacciaio e morene affioranti”. Il glaciologo G. Perini osservava nell’agosto dell’81 “crepacci più marcati sul lato destro del ghiacciaio”. La guida Camillo Berti del ’91 parla di “canalone di ghiaccio crepacciato che richiede esperienza alpinistica su ghiaccio ed attrezzature adeguate”. La guida Fabio Cammelli del ’94 descrive il tratto apicale del ghiacciaio come “assai ripido e crepacciato”. La guida di sci alpinismo Burra-Galante del 2014, afferma che il ghiacciaio “presenta anche crepacci, generalmente occlusi dagli accumuli di valanga”. Il CAI di Conegliano, nell’aprile 2015, evidenzia un “grosso serracco” a pochi metri dal passo Cristallo. A questo punto, sono vinto dalla curiosità di esplorare questo ghiacciaio! Ed eccoci quindi qui con il capace compagno di cordata Paolo, che ha prontamente accettato di accompagnarmi in questa avventura!

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Lasciata la macchina a Ponte de la Marogna, ci si incammina in direzione S sull’ampio greto del torrente fino ad inoltrarsi, superato un tipico canyon dalle pareti strapiombanti, nella selvaggia e remota val di Fonda.

fig. 1

Si procede, sempre verso S, guadagnando lentamente quota, guadando un paio di volte il rio Fonda e risalendo la valle su ghiaie e rocce instabili, fino a presto smarrire la traccia vera e propria.

fig. 2

Il punto di riferimento diviene quindi una cascata da avvicinare sul fronte occidentale, fino a che si individua una timida traccia che sale tra ghiaie e chiazze d’erba.

fig. 3

La traccia devia quindi con decisione verso W, per poi ripiegare in salita in direzione E. A questo punto, ci si trova ai piedi di un salto di roccia che, come un enorme scalino, separa la val Fonda dal circo del Cristallo. La traccia diviene sempre più incerta, fino a perdersi tra gli smottamenti che l’hanno sormontata.

fig. 4

Si procede quindi con passo fermo e sicuro su terreno franoso, puntando al canalone da cui scende ripido il rio Fonda. Rigorosamente muniti di caschetto, si inizia la salita di uno dei tratti più delicati dell’itinerario, definiti dalla guida C. Berti, ed. ’91, come “turisticamente non facile“. Si suggerisce di guadare il rio e portarsi sulla parete sinistra del torrente per iniziare a salire i primi metri.

fig. 5
fig. 6

Poco dopo, risulta necessario attraversare nuovamente il rio portandosi al centro del canale su un affioramento roccioso compreso tre le acque vivaci che scendono a sinistra con cascatella e quelle più timide che scendono sulla destra del canalone. Si procede quindi arrampicando, cercando di mantenere una traiettoria il più possibile vicina al torrente a sinistra. Si superano tre salti rocciosi particolarmente insidiosi, non tanto per la difficoltà tecnica della scalata quanto perché gli appigli risultano particolarmente inaffidabili, cedendo alla minima pressione. Attenzione, inoltre, alle rocce sdrucciolevoli su cui si cammina. NOTA: a tre quarti della salita si trova un punto di sosta attrezzata. In caso si provenga dal verso opposto, appare sensato svolgere la discesa in corda doppia. Procedendo invece nella direzione da noi preferita, il primo può agevolmente assicurare ad una corda chi, più sotto, dovesse trovarsi in difficoltà. In alternativa, è possibile non entrare nel canale del torrente ma salire, in prossimità del grande masso di cui in fig. 4, imboccando un ripido canale ove nella primavera del 1885 il CAI Alpino Austro-Tedesco aveva allestito un sentiero attrezzato. Maggiori dettagli sull’ubicazione di tale accesso e sulla descrizione del sentiero attrezzato possono reperirsi qui.

fig. 7
fig. 8

Superato il balzo di roccia, l’ambiente muta completamente. Il circo del Cristallo si perde a vista d’occhio nella sua maestosità, sovrastato sul versante orientale dalle ripide ghiaie del circo glaciale del Piz Popena.

fig. 9

La linea immaginaria da tenere è ora centrale, mirando al canale N tra cima Cristallo e il Cristallo di mezzo, fino a raggiungere quota 2300 circa, su area più pianeggiante, dove a fine nell’800 il ghiacciaio premeva imponente (fig. 11). Da questa posizione si possono finalmente ammirare il ghiacciaio del Cristallo, sormontato dall’omonimo ripido passo. 

IL GHIACCIAIO DEL CRISTALLO

Un ghiacciaio è, innanzitutto, storia. Una storia che ho voluto approfondire, prima di compiere questa traversata, per meglio capire i mutamenti che la nostra montagna sta subendo.

Paul Grohmann, nel 1862, scriveva: “Da Carbonin sono stato tre volte al passo del Cristallo e due volte ho trovato facile la traversata del ghiacciaio, ma quanto invece ci andai la prima volta con Ploner e Angelo Dimai, il centro del ghiacciaio, ove questo assume la sua massima pendenza, era sconvolto da numerosi crepacci, per cui, per passare, dovemmo usare corda e piccozza, impiegando ben quattro ore sino al passo (…)”. Pochi anni dopo, W. Eckert descriveva l’attraversamento del ghiacciaio avvenuto in data 24 luglio del 1879: “Un grande buco imbutiforme si apriva nel centro del circo glaciale e dava nell’occhio in modo particolare, facendo pensare all’esistenza di un crepaccio colmo di neve; una cinquantina di metri più su, due crepacci aperti indicavano in modo assolutamente inequivocabile una spaccatura che attraversava tutto il ghiacciaio. A quota 2650, divisi da un ponte di neve piuttosto largo che saliva dal fondo, si aprivano altri due crepacci, notevolmente più grandi dei precedenti, rilevatori di una seconda gigantesca spaccatura che a sua volta tagliava il ghiacciaio per traverso. I crepacci erano larghi circa 3 metri, profondi 4 e lunghi da 6 a 8. Le parete laterali scendevano lisce e verticali sul fondo che era coperto di neve e apparentemente piuttosto piatto, sicché i crepacci sembravano due strette stanze scoperchiate. Finalmente, a quota 2700, dove il ghiacciaio diventa improvvisamente più ripido, appariva quell’enorme crepaccio che non si riempie mai di neve, neanche negli inverni più nevosi (…) Questo crepaccio era poco più largo ma notevolmente più profondo del precedente e le sue pareti non scendevano verticali, ma inclinate l’una verso l’altra cosicché esso tanto più si restringeva quanto più diventava profondo. Il suo bordo dalla parte del passo sovrastava quello inferiore di almeno due metri e nessun ponte di neve scavalcava completamente lo spacco. Per superarlo bisognava scendere per un ponticello di ghiaccio, coperto di neve, che attraversava trasversalmente la spaccatura dalla quale, arrivati circa nel mezzo, si poteva raggiungere un ponte di neve inarcantesi arditamente verso l’orlo superiore“. Scriveva J. Rabl nel 1882: “a causa della ripidezza della falda rocciosa su cui poggia (il ghiacciaio) esso è molto crepacciato e presenta una bella fronte glaciale solcata da azzurri seracchi iridescenti“. (Führer durch das Pusterthal u. die Dolomiten). Nell’agosto del 1888, uno dei ragazzi accompagnati dalla guida M. Innerkolfer, tragicamente perita nel crollo del ponte di neve sul crepaccio di quota 2700m, riferiva di essere caduta nel fondo, a ben 20 metri di profondità. Il 26 agosto 1933, il glaciologo Celli scriveva che il ghiacciaio “inizia al passo del Cristallo con larghezza di poco superiore al centinaio di metri e scende allargandosi man mano, contenuto tra le ripide pareti del Cristallo e del Popéna, sino al termine dello sperone N del Popéna, ove presenta una fronte di quasi 500m di larghezza“. Il ghiacciaio – aggiungeva Celli – “ha lunghezza nel senso del pendio di circa 1200m, larghezza media di circa 325m e inclinazione media di circa 25°. (…) In proiezione orizzontale la superficie risulta di 36 ettari. (…) La quota più bassa del ghiacciaio fu riscontrata a 2308m“. Celli, inoltre, misurò la fronte del lobo orientale a 2320m e quella del lobo occidentale a 2295m. A distanza di quasi vent’anni, il 30 agosto 1950, il glaciologo Nicoli rimisurava l’altitudine dei due lobi del ghiacchiaio: 2270m il lobo orientale e 2305m il lobo occidentale. Trascorsi trent’anni, nell’agosto del 1981, il glaciologo G. Perini registrava una quota minima del fronte a 2330m. Osservando la cartagrafia, la Tabacco ed. ’85 mostrava come il ghiacciaio, nella parte sommitale, si ergesse ancora fino il passo Cristallo, e come fosse costituito da tre elementi: un ghiacciaio principale, che sale al passo del Cristallo tra il sottogruppo del Piz Popéna e le cime del Cristallo; un grande nevaio, centrale, che scende dal c.d. canale nord, tra la vetta principale del Cristallo, 3205m, e la vetta del Cristallo di mezzo, 3154m; un terzo nevaio minore, che scende da un canalino tra la cima del Cristallo di mezzo e la cima Nord-Ovest, 2950m. “Nella parte mediana del ghiacciaio – osservava Perini nell’estate del ’85 – si notano numerosi crepacci aperti“. A distanza di pochi più di trent’anni dalle prime osservazioni del glaciologo Perini, molto è cambiato…Consultando la carta Tabacco ed. 2017, si osserva come il ghiacciaio si sia ritirato fino a quota 2400m, abbandonando a est, sotto le pendici del Popéna, un isolotto di ghiacciaio a sé stante (il distaccamento del lobo orientale era invero avvenuto già nel 2007). La parte sommitale non raggiunge più il passo del Cristallo ma è retrocessa di una trentina di metri circa. Il secondo nevaio, a ovest del canale nord, è scomparso.  Nell’agosto del 2018, Perini misura una regressione di 14 metri del fronte rispetto al 2015. Scrive Perini: “Il ghiacciaio (…) è completamente asimmetrico, perché il lobo sinistro (…) è risalito ormai al di sopra del grande affioramento roccioso. (…) La fronte del ghiacciaio, in corrispondenza del lobo destro, scende ancora al di sotto dell’affioramento roccioso. Questa terminazione, coperta da uno strato spesso di detriti, è ancora parzialmente visibile grazie ad un leggero rigonfiamento“. Vediamo ora la carta Tabacco ed. 2019. Sebbene il fronte si attesti sempre intorno a quota 2400m, il ghiacciaio si è paurosamente ristretto in larghezza! Il nevaio del canale nord, inoltre, non è più segnato…

fig. 11 Il ghiacciaio in una cartolina di fine ‘800. L’affioramento roccioso centrale è praticamente sommerso dalla morsa del ghiacciaio. Tratto da W. Eckerth, Il gruppo del monte Cristallo, Ed. Cooperativa di Cortina d’Ampezzo, 1989.
fig. 11.a Il ghiacciaio del Cristallo a fine ‘800. La fronte del ghiacciaio è imponente e fortemente crepacciata.
fig. 11.b Il ghiacciaio del Cristallo ritratto nel libro di Theodor Wundt, Wanderungen in den Ampezzaner Dolomiten, 1893.
fig. 11.0 Il ghiacciaio fotografato da Piera Nicoli nel 1951. La fronte del ghiacciaio è retrocessa e si sono formati i due lobi frontali, che abbracciano quasi completamente l’affioramento roccioso.
fig. 11.1 Il ghiacciaio negli anni ’80. Tratto da Remo Pedrotti, Dolomiti Orientali, 1982. Si noti a quale altezza il ghiaccio vivo insista sull’affioramento roccioso che separa i due lobi. Si confronti la situazione attuale in fig. 17.
fig. 11.2 Il ghiacciaio fotografato dal glaciologo Perini nel 1981. L’affioramento roccioso centrale è ancora coperto in parte dal ghiaccio.
fig. 11.3 Il ghiacciaio fotografato dal glaciologo Perini nel 1983.
fig. 11a. Il ghiacciaio del Cristallo negli anni ’90. Foto tratta da Fabio Cammelli, Guida alpinistica escursionistica del Cadore e Ampezzo, Ed. Panorama Trento, 1994
fig. 11.aa Il ghiacciaio del Cristallo, veduta aerea, nel 2007. L’affioramento roccioso è completamente scoperto. Il lobo occidentale è in drastica regressione. (foto Regione Veneto-ARPAV, 2007)
fig. 11b Il ghiacciaio oggi, agosto 2020. Il lobo occidentale si è completamente ritirato ed il lobo orientale è parzialmente sommerso da detrito galleggiante.

Ed ecco qui i rilevamenti svolti in questa spedizione ricognitiva! Si confermano le osservazioni del Perini in merito all’asimmetria del ghiacciaio. Difficile stabilire, tuttavia, dove inizi il vero ghiacciaio, a causa della presenza di detriti e di un nevaio, sulla fronte occidentale, già da quota 2350m. Nevaio, che peraltro, copre interamente il canale N tra la cima del Cristallo e il Cristallo di mezzo.

fig. 12
fig. 13

Si raggiunge quindi la base del massiccio affioramento roccioso che divide il ghiacciaio in due lobi. Il lobo orientale ha una fronte apparentemente netta e visibile, a quota 2390, in corrispondenza del menzionato affioramento. Fabio Cammelli, nella sua guida “Dolomiti – Monte Cristallo” datata 2010, suggerisce di attaccare il ghiacciaio dal lobo orientale (F. Cammelli, Dolomiti – Monte Cristallo. Collana 101% Vera Montagna, Ed. Paolo Beltrame, 2010, p. 198). (fig. 13a). Questa è infatti la traiettoria che, fin dalle prime esplorazioni del ghiacciaio, è stata sempre preferita. Così descriveva la scalata del ghiacciaio del Cristallo Theodor Wundt, nell’ultima decade dell’ottocento: “Dapprima abbiamo scavalcato l’estesa morena a sinistra del ghiacciaio fin quasi ai piedi delle rocce. Questa è coperta di macerie e difficile da scalare. Poi siamo saliti sul ghiaccio nudo tra i crepacci fino al ghiacciaio e l’abbiamo attraversato a sinistra, non lontano dalle falesie del Piz Popena“. (libera traduzione da Wanderungen in den Ampezzaner Dolomiten, 1893).

fig. 13a

Oggi, il lobo occidentale ci appare più agevolmente percorribile. Favoriscono tale scelta anche le osservazioni delle immagini satellitari che evidenziano maggiore crepacciatura sul lobo orientale del ghiacciaio (vedi infra). Anche la traccia presente sulla cartografia suggerisce di attaccare il ghiacciaio dal lobo orientale dove, peraltro, non riscontriamo che qualche timida traccia di nevaio. Saliamo per diversi metri sulla roccia viva, segnata negli anni dall’azione erosiva del ghiacciaio; sulla sinistra, una sottile striscia di nevaio, e sulla destra un bel ruscello di acqua di fusione, al punto che inizio fortemente a dubitare vi possa essere alcunché di simile ad un ghiacciaio in questo tratto.

fig. 14 Salita lungo il lobo sinistro del ghiacciaio, una volta completamente coperto di ghiaccio, ora presenta solo rare tracce di neve e ghiaccio, sotto forma di timide lingue incuneate nella roccia.
fig. 15
fig. 15a
fig. 16 Là dove fino agli anni ’80/90 insisteva imponente la fronte del ghiacciaio e si diramava il lobo occidentale, oggi solo roccia.

A quota 2490m, abbiamo completato la salita del lobo occidentale e ci troviamo a monte dell’affioramento roccioso, sul quale è ben visibile la linea di erosione svolta dal ghiacciaio nei tempi che furono. Tale linea ci permette di comprendere quanto alto fosse il ghiaccio rispetto ad oggi! Basti osservare le foto degli anni ’80 e ’90 per distinguere chiaramente come l’affioramento roccioso fungesse da “freno” di tutta la fronte del ghiacciaio.

fig. 17

A questo punto, troviamo una comoda placca coperta di detriti morenici a monte dell’enorme gradone centrale e ci prepariamo per la traversata del ghiacciaio e l’ascensione al passo. Non c’è traccia alcuna da seguire (e, d’altro canto, non abbiamo incontrato nessuno fino ad ora). Fabio Cammelli, nella sua guida “Dolomiti – Monte Cristallo” del 2010, scrive che il percorso da seguire “è soggetto di anno in anno a sensibili cambiamenti, a seconda del grado di innevamento e della presenza di crepacci. Non solo, ma il rapido e progressivo scioglimento delle nevi nel corso dell’estate, fa sì che la scelta della via di salita debba essere adattata alla situazione oggettiva, che può variare anche di settimana in settimana”. (F. Cammelli, Dolomiti – Monte Cristallo. Collana 101% Vera Montagna, Ed. Paolo Beltrame, 2010, p. 198). Il ghiacciaio, comunque, è, per la maggior parte, coperto di neve e sale con un’inclinazione di circa 25°. I ramponi fanno quindi facilmente presa e la progressione risulta sicura. Decidiamo, quindi, di salire mantenendoci leggermente sulla destra. Dopo una cinquantina di metri, al centro, è possibile ammirare l’unica zona di ghiaccio vivo non coperta da neve.

fig. 18
fig. 19

Un possibile crepaccio longitudinale coperto dallo strato superficiale del nevaio… sarebbe molto utile capire quanta neve c’è sopra il ghiaccio vivo.

fig. 20

Si procede quindi deviando leggermente a sinistra, portandosi sopra l’area di ghiaccio vivo, a centro del ghiacciaio, e si guadagna rapidamente un piacevole quasi-pianoro che permette di rilassare le gambe. Qui si traversa leggermente in direzione E per entrare nel tratto apicale più ripido del ghiacciaio. Come si vedrà in fig. 22c, sconsiglio di procedere più alti verso la parete del Cristallo per la presenza di un paio di crepacci periferici che formano due grandi virgole nei pressi dello sperone roccioso. Nei pressi del restringimento del ghiacciaio, inoltre, dovrebbe trovarsi il famigerato crepaccio dove perì Innerkofler. In merito, Fabio Cammelli scrive che “intorno a quota 2700 si trova un lungo e profondo crepaccio trasversale: il ponte di neve che veniva usato una volta per superarlo, e il cui crollo fu la causa della tragedia in cui perse la vita la guida Michel Innerkofler, non esiste praticamente più, anche perché sia la larghezza che la lunghezza del crepaccio si sono ridotte in maniera significativa nel corso degli ultimi anni.” Cammelli suggerisce, quindi, di oltrepassare quest’area tenendosi il più possibile sulla sinistra (destra orografica del ghiacciaio) (F. Cammelli, Id., p. 198). Nel 1893, Theodor Wundt descriveva ben diversamente il “famigerato passaggio”: “come una fessura spalancata, copre l’intera larghezza del ghiacciaio. Il suo bordo dall’altro lato solleva il bordo da questo lato, e enormi blocchi di ghiaccio pendono qua e là. Quando lo superai, c’era in mezzo un grande ponte di neve che, se calpestato con attenzione, offriva una resistenza sufficiente al peso del corpo” (Id. p. 38).

fig. 21

L’ultimo tratto richiede maggiore impegno, sia a causa dell’incremento dell’inclinazione del pendio sia, soprattutto, al fatto che la parete del Piz Popéna è particolarmente vicina. Per questo, scelgo una traccia praticamente verticale, procedendo a fatica con passo incrociato. Tale strategia, certamente sfiancante, si rivela vincente. A breve, infatti, un masso di 10Kg rotola giù dal Piz Popéna e rimbalza ad una ventina di metri da me, per poi iniziare a rotolare sempre più veloce a valle. Fortuna che Paolo era quasi sulla mia linea e si limita a fare un paio di passi più verso il centro del pendio! La pendenza aumenta gradualmente appropinquandosi al passo, che sta esattamente sulla linea dell’orizzonte in fig. 22. E’ per questo che, fino all’ultimo, siamo rimasti sulla neve, dove i ramponi ci garantivano una presa sicura. Salendo sulla prima roccia che si incontra, infatti, per ogni passo che si compie, si scende di mezzo metro sulla ghiaia franosa.

fig. 22
fig. 22

Il passo è ormai raggiunto, a 2808m. Come si evince dalla foto, la terminale del ghiacciaio (o, piuttosto, il nevaio) ha inizio ad una ventina di metri a N del passo, subito sotto un salto di roccia alto un paio di metri. Il serracco evidenziato nell’aprile del 2015 dal CAI di Conegliano non esiste più. Suppongo che, in periodo primaverile, possa trovarsi in corrispondenza di quel salto di roccia, considerata l’improvvisa pendenza che assume il canalone. Ciò detto, è doveroso svolgere una breve considerazione finale sul tema. Percorrendo il ghiacciaio in agosto, abbiamo riscontrato la pressoché assenza di notevoli crepacci “visibili” ed una zona particolarmente limitata di ghiaccio vivo. Il famoso e profondo crepaccio descritto da W. Eckerth nel 1879 e poi da Cammelli nel 2010, a quota 2700, è sicuramente “ridimensionato” ma non è certo scomparso. Il ghiacciaio del Cristallo è quindi tutt’altro che estinto e non può essere traversato senza adottare le opportune cautele (cioè, come minimo, in cordata e con i ramponi). Come si può osservare dalle seguenti immagini satellitari scattate nel primo periodo autunnale, quando la neve dell’inverno precedente si è oramai sciolta, il ghiacciaio, al di sopra dell’affioramento roccioso, presenta evidenti crepacci, sia trasversali che longitudinali. La seconda foto comprova la conformazione dei crepacci nella prima parte del ghiacciaio. Probabilmente, non ne abbiamo riscontrato l’esistenza in quanto erano coperti da un compatto strato di neve, ma esistono visibili crepacci nell’area compresa tra il lobo orientale e il centro del ghiacciaio poco sopra l’affioramento roccioso. Da evitare quindi in ogni periodo dell’anno, a mio avviso, la traversata del lobo orientale e preferire, comunque, una traiettoria di salita a metà via tra le pareti del Cristallo e il centro del ghiacciaio.

fig. 22a
fig. 22b

Da non sottovalutare, infine, un paio di crepacci periferici nei pressi dell’imbocco dell’ultimo ripido e più stretto canalone, sotto le pareti del Cristallo e un altro a ridosso delle pareti del Piz Popena. È probabile che un unico grande crepaccio trasversale: quello a 2700 dove perse la vita Innerkofler. Si consiglia, quindi, di tenersi ben centrali all’entrata dell'”imbuto”.

fig. 22d Crepaccio visibile ai piedi del Piz Popéna, superando la strettoia del ghiacciaio.

Eventuali ulteriori considerazioni sullo stato del ghiacciaio del Cristallo alla data del 19 luglio 2021 sono reperibili qui.

Aggiornamento agosto 2022

L’innevamento superficiale è pressoché assente. Tale situazione permette di individuare distintamente i numerosi crepacci che solcano il ghiacciaio, compreso il famigerato crepaccio nei pressi dell’imbuto tra le pendici del Monte Cristallo e del Piz Popena.

fig. 22e A distanza di 2 anni dall’esplorazione, il ghiacciaio appare ancora meno esteso e più coperto da detrito superficiale

La discesa dal passo Cristallo

Il passo Cristallo non è proprio un luogo comodo e ameno dove sostare ma piuttosto una ripida e stretta forcella, con un panorama spettacolare sul ghiacciaio del Cristallo a N e sul Sorapis a S. E pensare che, il 18 maggio 1916, le truppe italiane vi collocarono un presidio stabile, i cui resti sono ancora visibili sulle pendici del Piz Popéna!!! (A. Berti, 1915-1917 Guerra in Ampezzo e Cadore, Mursia, 1992, pag. 82).

fig. 23
fig. 24
fig. 25

I primi 50m di discesa verso il passo Tre Croci sono particolarmente impegnativi, a causa della marcata pendenza e del terreno friabile. Affrontando in salita l’ultimo tratto che conduce al passo del Cristallo, Leone Sinagalia scriveva, tra il 1893 e il 1895: “arriviamo a una gola nevosa che scende abbastanza ripida a valle, alla nostra sinistra: qui pieghiamo acutamente a Ovest (lasciando la via per il Passo, che è poco più alto) e attraversiamo diagonalmente la neve ghiacciata, incidendo qualche gradino per maggior sicurezza” (L. Sinigaglia, Ricordi di arrampicate nelle Dolomiti – 1893-1895, ed. La Cooperativa di Cortina, 2003, p. 47). A distanza di oltre un secolo, la neve ghiacciata in estate è ormai un ricordo sul versante meridionale del passo del Cristallo. La pendenza, però, si è ben mantenuta! È quindi consigliabile evitare una discesa (ed analogamente una salita) diretta. La soluzione adottata dal Sinigaglia a fine ottocento sembra invece tutt’ora la preferibile: si procede, quindi, per brevi salti di roccia, tenendo la destra, fino ad immettersi pochi metri sotto il passo nel canale detritico. Il canale deve essere traversato con passo fermo e sicuro, a causa del terreno particolarmente friabile, fino a portarsi sotto la parete del Piz Popena. Il rischio non è solo di scivolare quanto di essere investiti da rocce smosse da chi precede nella discesa.

fig. 26

Superato questo tratto insidioso, la traccia scende, segnalata da ometti, lungo il versante orientale della valle, sul comodo e piacevole ghiaione della Graa de Cirigières, per poi deviare in diagonale verso W, di nuovo sotto le pareti del Cristallo. Si traversa quindi agevolmente un facile canale scavato da una frana per rimontare il sentiero che costeggia il muro del Cristallo scendendo verso S.

fig. 27

A questo punto, ci si trova di fronte ad un bivio. A sinistra il sentiero si perde in una immensa frana; a destra il sentiero procede diritto, perdendosi tuttavia anche esso in un profondo canalone scavato da una più recente frana. Risulta quindi più sicuro risalire in diagonale portandosi alla base della parete, dove è possibile traversare il canale, peraltro non senza difficoltà. Le rocce sono infatti instabili ed il fondo particolarmente franoso. Tale passaggio richiede passo sicuro.

fig. 28

Ora le difficoltà sono finalmente superate e si scende ad ampie serpentine tra pini mughi e bosco fino al Passo Tre Croci.

Per una visione ancora più completa, vi invito a leggere anche la relazione del mio amico Paolo, grande compagno in questa traversata, e la rappresentazione virtuale dell’itinerario su mappa!

ENGLISH VERSIONE – PREMISE

I’ve been thinking over this trek for years: make the crossing of Val Fonda, starting from Ponte de la Marogna, rising all the Val Fonda, crossing the Ghiacciaio del Cristallo, up to Passo del Cristallo, 2808m, then down to passo Tre Croci through the steep Graa de Cirigières. On the other hand, my concern is that I can’t find any complete summer reviews about this trek. One of the main reason is that most of the trek is not on marked path but on a track, so people avoid it (I assume). Even the old guide books are quite evasive on that trail. “High difficult alpine crossing” says the Fabio Cammelli guide book edition ’94, considering the trail in the opposite direction.  Online, there is just one very good summer review but it’s dated 2013 and the alpinisit did not reach the passo Cristallo. Needless to say that the uncertainity pertains to the snow condition of the glacier. Indeed, it must not been forgotten that the Cristallo glacier was one of the largest glacier of the Dolomites, with 35 hectares measured in 1957, and here, in August 1888, the renowned alpinist Michele Innerkolfer died falling in a crevesse after the collapse of the snow bridge (already crossed during the ascent with his clients few hours before) (fig. 0). During the summer of ’69, the CAI, division of Conegliano, pointed out “lateral crevasses, glacier openings and outcropping moraines”. In August ’81, the glaciologist G. Perini observed “more marked crevasses on the right side of the glacier“. The Camillo Berti guide book, ed. ’91, described a “frozen crevassed couloir requiring alpine experience and proper equipment“. The Cammelli guide book, ed. ’94, described the upper part of the glacier as “very steep and crevassed“. The ski-mountaineering Burra-Galante guide-book, ed. 2014, says that the glacier “shows crevasses, generally covered by avalanche snow accumulation“. The CAI of Conegliano highlights “a large serac” a few meters from passo Cristallo. Having said that, the curiosity is just too strong. So here we are with the skill friend and climbing partner Paolo, who promptly accepted to join me in this adventure!

DESCRIPTION

We leave the car at Ponte de la Marogna and we walk S, on a large stream bed, until we cross a typical canyon with steep walls and we enter the wild and remote val di Fonda (fig. 1). Then we go on, always S direction, slowly gaining elevation, crossing a couple of time the stream Fonda and climbing the valley on unsteady gravels and rocks, until the path disappears (fig. 2).  The direction to follow is now a small cascade, to be approached from the western side of the valley. On the right of the cascade, a faded path rises among gravels and leaks of green grass (fig. 3). The path now goes straightly to W and then moves again to E. At this point, we are at the bottom of the large rock ledge that divides the val di Fonda from the Circo del Cristallo. The path is more and more uncertain till is completely deleted by landslides (fig. 4). It is now necessary to move on with steady steps on uncertain and unstable terrain toward the couloir where the stream Fonda drops. Helmets on, one of most difficult part of the trek starts now. “Turistically not easy” said the C. Berti guide-book, ed. ’91. My advice is to cross the stream and go on the left wal to climb the first meters (fig. 5 – 6). Then, it is better to cross again the stream and stay at the middle of the couloir, between the lively stream that drops on the left and more timid stream the comes down on the right side. Now we start climbing, trying to keep a line the nearest possible to the left stream. We climb trhee insidious rocky ledges, not because of the climbing difficulty but because the rock is very uncertain, collpasing at the minimum hand pressure. In addition, the rocks are wet and slippery so pay attention! NOTE: at the half of the climb, there is an equipped climbing rest point. In case you come downhill from the opposite direction, it seems to be smart to rappelling. Climbing from val di Fonda, as we do, the leader can fix a rope to secure the others who are in difficulties. On the other hand, I think it is possible to climb the right wall of the gully instead of entering it. That route seems to be more direct but it is surely more exposed (fig. 7 – 8). W. Eckert wrote in 1891: “These ledges can be overtaken thanks to a wooden staircase perfectly wedged in the rocks. Before the staircase was installed, the ledges could be overtaken only climbing at the side of the cascades; a 15 minutes climb very near to the bubbling water that was not among the nicest things in the cold mornings“. After 130 years, climbing this couloir happens the same way! Once the gully is passed, you enter in a enter a completely different scenario. The glacial cirque of Cristallo is lost of an eye, surrounded by the steep gravel of the Piz Popèna on the eastern side (fig 9). Now the imaginary line to follow is the canale N between the summit of Cristallo and Cristallo di mezzo, until a plateau located at 2300m of altitude. Here, you finally have a complete view of the Cristallo glacier, sorrounded by the steep passo Cristallo.

THE CRISTALLO GLACIER

A glacier is history, first of all. An history that I decided to learn before making this crossing, in order to better understand the changings that our mountains are facing. On July 1879, W. Eckerth described the glacier as it follows: “a large funnel-shaped hole lies at the middle of the glacier, likely hiding a crevasse full of snow; fifty meters up, two open crevasses showed a crack crossing all the glacier. At 2650 meters of altitude, separated by a snow bridge, there were other two crevasses, larger than the other mentioned before, that indicate a second very large crack which cuts across the glacier. These crevasses were 3m wide, 4m deep and 6/8m long. The lateral walls fall smooth and vertical to the bottom, which was covered by snow and apparently flat. Finally, at 2700m of altitude, where the glacier becomes suddenly steeper, an enormous crevasse appeared, and the snow never managed to fill it, not even during the most snowy years. (…) This crevasse was slightly wider than the former but very deeper and the walls did not fall vertically but inclined toward each other. The edge from the side of the Passo del Cristallo was higher 2 meters than the lower edge and there was no bridge to completely cross the hole. In order to pass it, it was necessary to get off from a small iced bridge, covered by snow, and cross the crack where, in the middle, there was another small bridge of snow that reaches the high edge” (fig. 0). In 1882, J. Rabl wrote: “because of the steepness of the layer where the glacier lies, it is full of crevasses and it shows a nice front crossed by light blue iridescent seracs“. (Führer durch das Pusterthal u. die Dolomiten). On August 1888, the young man fallen in the crevasse together with his guide, M. Innerkolfer, who tragically died, said he felt 20 for meters down in the crevasse. On August 26, 1933, the glaciologist Celli wrote that the Cristallo glacier “starts at passo del Cristallo, with a width of more then 100m and comes down the valley broadening, between the steep walls of the Cristallo and Popéna, till the end of the N ridge of the Popéna, where it has a front of almost 500m width“. The glacier – he said “has a lenght of around 1200m, average width of around 325m and inclination of around 25° (…) On horizontal proiection, the area is around 36 hectares (…) The lowest front stays at 2308m of altitude“. In particular, Celli measured the eastern lobe front at 2320m of altitude and the western one at 2295. After almost twenty years, the glaciologist Nicoli measured the altitude of the lobes of the glacier again, on August 30, 1950: 2270m the eastern lobe and 2305m the western lobe. After thirty years, the glaciologist G. Perini measured the minimum front altitude of the glacier at 2330m of altitude, in August ’81. The Tabacco map, ed. ’85, showed that the upper part of the glacier covered the passo Cristallo and the glacier was made by three elements: a principal glacier, who raised between the Piz Popéna and the Cristallo peaks; one steep snowfield, coming down through the so called “Canale Nord”, between the Cristallo summit, 3205m, and the Cristallo di mezzo summit, 3154m; another smaller snowfield, descending between the Cristallo di mezzo summit and the North-West summit. “In the median area of the glacier – write Perini in the summer of ’85 – there are several open crevasses“. Again, after more than 30 years, a lot has changed. Checking the Tabacco map, ed. 2017, it is possible to see that the front has regressed around 2400m of altitude, leaving East, under the Popéna walls, an isolated island of ice (actually the separation of the eastern lobe happened in 2007). The upper part doesn’t reach the passo Cristallo anymore but is regressed of around 30m. The first snowfield, located west of Canale Nord, has disappeared. In August 2018, the glaciologist Perini measured a regression of the front of around 14m compared to 2015. “The glacier (…) is completely asymmetric, because the left lobe is raised up the big rocky outcrop. (…) The front of the right lobe still goes down the rocky outcrop. This front, covered by a thick lay of debris, is still visible thanks to a slight bulge“. Let’s see now the Tabacco map, ed. 2019. Even though the front stays around the 2400m of altitude, the glacier has dramatically narrowed! Then, the snowfield located in Canale Nord it is not shown anymore… And now we are: today, 8 August 2020, with the skilled climbing partner Paolo, who promptely accepted to join me in this adventure! So let’s see the measures made during this expedition! We confirm the data gathered by Perini regarding the asymmetry of the glacier. Unfortunately, it seems quite difficult to understand where the glacier starts, because of a lot of snowfields and debris above it. In particular, there is a large snowfield which maybe covers the western lobe and its front stays at 2350m of altitude. In addition, this snowfield also completely covers the couloir canale N, between the Cristallo and Cristallo di mezzo. Is any glacier still over there, under the snow??? We really don’t know! (fig. 12 – 13). Then we reach the bottom of the massive rock which separates the glacier into two lobes. The eastern lobe has a front which is aupposedly neat and visible, at 2390m of altitude. We decide to climb the right side on the western lobe, as suggested by the Tabacco map. Over there, there is some very shy trace of snow. We climb for a few meters on the vivid rock, marked by the glacier erosion during the years. I deeply doubt that somekind of glacier can stay under my feet.. (fig. 14 – 15 – 16). At 2490m of altitude, we have completely crossed the western lobe and we are at the top of the big rock that divide the glacier. It is well visible a line on the rock where the glacier used to hit and erode over the past years. It is incredible to realize how high was the eight of the glacier compared to nowadays!!! (fig. 17) Then we find an easy plaque to sit and we prepare the equipment to cross the glacier. The ice is covered by snow and the glacier has an inclination of around 25°. The crampons have a great grip and the climb is pretty safe and easy. After fifty meters, it is possible to see the only uncovered living ice of the glacier (fig. 18 – 19). A possible crevasse (fig. 20). We turn slightly left to the middle of the valley, at the top of the iced bulge, entering a less steep area where we can relax our legs. Here, we cross E in order to face the last steeper part of the glacier (fig. 21). This last part is more demanding, both because of the high steep and, above all, because of the Piz Popéna wall which is very near. That is why I choose to prefer a central line, going ahead with a difficult crossed step. This strategy, which is surely very tiring, reveals to be the best. Indeed, a 10kg rock falls down from the Popéna out of the blue, twenty meters far from me and quickly flies down the glacier. Lucky Paolo who is more or less in my line and he just walks two steps to the middle of the glacier! (fig. 21 – 22). The passo is now reached, at 2808m. As we see in the picture, the glacier (or the snowfield) starts just thirty meters N down the passo Cristallo, behind a 2m eight cliff. The serac highlighted by the CAI, Conegliano, in April 2015 does not exist anymore. It is likely that, during spring, the serac could be over that cliff, considering the sudden steepness that the gully has. Having said that, a brief comment must be done. We haven’t found any important visible crevasses and we have seen just a limited small area of lively ice, crossing the glacier in August. The famous and deep crevasse described by W. Eckerth in 1879 at 2700 of altitude seems to be disappeared. Anyway, his doesn’t mean that the glacier can be safely crossed without the due diligence (i.e. securing themselves with a rope). Looking at the following satellite pictures taken in autumn (fig. 22a – 22b), I think, when the summer snow is melted, it is possible to easily see several crevasses, around the big rocks that divides the glacier in two lobes. The second picture confirms the shape of the crevasses in the first part of the glacier. It is likely that we haven’t found them since they are covered by the snow. Here the location of the most important ones: 46.579911, 12.205201; 46.579772, 12.205146; 46.579286, 12.204673; 46.579421, 12.204602; 46.579397, 12.204429; 46.579728, 12.205755. So, in conclusion, I would never suggest to cross the eastern lobe and, in any case, I would always prefer to keep an imaginary line in the middle between the Cristallo wall and the centre of the glacier. In addition, don’t forget a couple of two crevasses which stay near the restriction that leads to the upper part of the glacier: they are just under the rocks of the Cristallo (fig. 22c)

THE DESCENT FROM PASSO CRISTALLO

The passo Cristallo is not the easiest and best place to stay to relax but it is more similar to a steep and thin fork, with a beautiful N view of the Cristallo glacier and a S view of the Sorapis (fig. 23 – 24 – 25). The first fifty meters downhill from passo Cristallo are very challenging. The descent first occurs among moderate rock ledges, then crossing a very steep gully of crumbling rotten rocks, getting to the wall of the Piz Popéna. The risk is not only to slip down but to be hit by rocks moved from others in the upper part of the gully (fig. 26). Once this dangerous part is passed, the path goes down, following some “ometti”, toward the eastern side of the valley. Then, it turns again right, toward the Cristallo, crossing all the valley on the easy “ghiaione” of the Graa de Cirigières. The path now easily crosses a gully made by a landslide and the runs along the wall of the Cristallo (fig. 27). We now reach a junction: on the left, the path suddenly disappears into an enormous and tremendous landslide. We should take the right path but, again, it disappears into a more recent landslide. The solution is now to go up a few meters, next to the bottom of the Cristallo wall and try to cross the landslide on a very crumbling and unsafe terrain. This action requires steady step and concentration (fig. 28). The risks are now overtaken and the track goes downhill in broad serpentines, among mountain pines and the wood.