Esplorando Ra Montejela

DIFFICOLTA’ COMPLESSIVA: EE (potrebbe essere anche E se non fosse per un paio di passaggi e per la necessità di orientarsi spesso senza traccia).
DURATA: 3,30h (1,30h per giungere in Ra Montejela) – DISTANZA: 7,25km – DSL: 693m+

DATA: 19 ottobre 2020

PREMESSE

Il gruppo della Croda Rossa continua ad esercitare su di me un’attrazione come mai, in precedenza, altre montagne. Comincio ora a cogliere il significato profondo di quelle frasi, pronunciate dai grandi alpinisti del passato, che restarono “stregati” e “catturati” dal fascino della Croda Rossa. Non sono parole proferite a caso. Uno tra tutti, Marino Dall’Oglio, mancato ottantanovenne nel 2013, ha dedicato la sua vita all’esplorazione di tale gruppo montuoso. Quanto a me, il potere attrattivo della Croda Rossa è ascrivibile a molteplici fattori. Sarà che è un gruppo montuoso selvaggio e, tendenzialmente, poco frequentato, complice il fatto che pochi sono i sentieri “ufficiali” che lo traversano. La causa, verosimilmente, sta nel fatto che la Croda Rossa, per via della sua roccia friabile o, come si usa dire, “marcia”, non è meta particolarmente ambita per chi pratica l’arrampicata. Sarà, poi, per via della sua conformazione geologica, che io sono solito definire, informalmente, “dolce”. Spesso, le Dolomiti vedono sorgere le proprie imponenti pareti da ripidi declivi boschivi o ghiaiosi. Nel caso della Croda Rossa, invece, alla base delle pareti rocciose si possono talvolta trovare verdi pascoli e amene radure prative in falsopiano (penso a Lerósa), magari costellate di graziosi laghetti alpini (penso all’Alpe di Fosés). Il tutto condito da una fauna che regna indisturbata, grazie alla rara frequentazione del comune escursionista che non ama – per fortuna – uscire dagli ufficiali sentieri tracciati, e da una flora unica; in merito, non può non suscitare profonda emozione camminare tra pini cembri antichi fino a cinque secoli e più. Infine, ai più sensibili, non potrà sfuggire che proprio in una grotta tra queste recondite pareti la predestinata principessa Moltina dell’epica Saga dei Fanes fu allevata e cresciuta dall’anziana Anguana… Tutto questo è la Croda Rossa: un gruppo montuoso che cela tra le proprie colorate vette ampie e remote valli. Quest’estate, mi sono cimentato nell’esplorazione del Valon de Colfiédo, di Valbónes e Valbónes de Inze, e della Val de Gòtres. Oggi sono andato alla scoperta di una nuova valle: Ra Montejèla, nota anche come Val Montesela, un ampio vallone compreso tra le pareti di Ra Geralbes e la Pala de Ra Fedes. Una curiosità etimologica: nonostante Paul Grohmann la chiamasse nel 1862 “Val Monticello”, interpretandone erroneamente il nome, il termine Montejèla (o Muntejèla, in badiotto) significa, invece, “piccolo pascolo” (nella lingua ladina infatti, “mónt”, sostantivo femminile, significa “pascolo alpestre”).

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Abbandonata l’auto presso il parcheggio del Rifugio Malga Ra Stua, 1695m, si procede per poche decine di metri lungo il sentiero n. 6, fino a superare l’innesto della mulattiera militare che conduce, con sentiero n. 8, a Forcella Lerósa. Si lascia quindi il sentiero n. 6 e si devia sui prati a monte del medesimo, individuando, in direzione NO, una nitida traccia che solca un piccolo dosso erboso, ai margini del bosco. In prossimità della traccia, si individua anche agevolmente un picchetto di legno con segnavia rosso, infisso a terra. Si entra nel bosco e si procede verso NO, mantenendo, per un centinaio di metri, una traiettoria tendenzialmente parallela al sentiero n. 6, più a valle. Prima di incontrare il Ru de re Cuódes, il cui suono d’acque già ci accompagna, nei pressi di una piccola radura erbosa, si inizia a salire in direzione E-SE, perdendo ogni riferimento di traccia.

fig. 1 Inoltrandosi nel bosco.

Si prende quindi leggermente quota, procedendo lungo una linea di crinale che, tra antichi pini cembri ed alti abeti, conduce ad un’ampia radura prativa. La si traversa, mirando ora verso N – NE, fino a trovare, dopo i primi passi nel bosco, una chiara traccia che scende fino a intersecare le prime acque sorgive del Ru de re Cuódes.

fig. 2 La traccia che scende verso il Ru de re Cuódes.

Si accede quindi al rio, non senza qualche fatica, superando tronchi d’alberi schiantati, e lo si guada agevolmente procedendo su traccia verso N.

fig. 3 Superando le deboli acque del Ru de re Cuódes.

La traccia diventa ora larga e ben definita, quasi fosse una mulattiera e, superato un antichissimo pino cembro monumentale, piega leggermente verso NE, sino a condurre al Pian de Socroda, 1910m.

fig. 4 Una scultura che avrà, verosimilmente, oltre cinquecento anni.
fig. 5 Pian de Socroda e, dietro, la Pala de ra Fedes

Si traversa ora il Pian de Socroda in direzione NE, per giungere alle prime lingue di frana che iniziano ad invaderne il margine superiore. Qui si intravedono alcuni ometti che indicano la via da seguire, camminando sul letto della frana.

fig. 6 Il letto scavato della frana.

Pochi metri e, sulla sinistra, due ometti indicano con precisione chirurgica la “porta” da varcare, abbandonando la frana ed immettendosi in una fitta macchia di pini mughi, in direzione N: è il c.d. sentiero “0”, oggi ufficialmente chiuso, che metteva in comunicazione Lerósa con il sentiero n. 26, nei pressi della Crosc del Grisc.

fig. 7 Il varco entro cui svoltare sulla sinistra.

A questo punto, dopo aver salito per alcune decine di metri l’evidente traccia del sentiero “0”, è necessario abbandonarlo svoltando con decisione a destra, direzione NE, traversando un ripido pendio prativo. A quanto dice la cartografia, dovrebbe pure esserci una traccia che, tuttavia, io non ho trovato. Probabilmente, bisogna salire ancora di qualche metro per incrociare la “vera” traccia.

fig. 8 In rosso, la traiettoria che ho preferito tenere. Sono abbastanza convinto che non sia il percorso più ortodosso né, tantomeno, il più semplice.

Con un po’ di cautela, si traversa quindi il ripido declivio erboso, acquistando altitudine, fino a portarsi alla base di un salto roccioso alto un paio di metri. Invece di superarlo con facilissima arrampicata, io ho preferito procedere alla sua base, salendo gradualmente verso destra sino ad incontrarne la fine e rimontarlo senza fatica alcuna. A questo punto, mi convinco che la corretta via debba effettivamente trovarsi sopra il piccolo salto roccioso. Tanto meglio: un’avventura alpina senza un pizzico di “ravanage” non è un’avventura!

fig. 9 La traiettoria, non proprio comodissima, da me scelta. Ritengo sia più saggio risalire la traccia per qualche decina di metri e tagliare il pendio più a monte…
fig. 10 Io sono salito per questa stretta e piccola conca prativa ma, per raggiungere la Madonna della Solitudine, ci si può portare più sotto alla parete di Ra Geralbes evitando questo passaggio.

Ci si trova ora, ai piedi della parete di Ra Geralbes, in una piccola conca, chiamata “Madonna della Solitudine”, con riferimento ad una statuetta votiva ivi collocata, donde risalire un declivio coperto di sassi instabili per ritrovare, in breve, una nitida traccia che conduce a Ra Montejela.

fig. 11 Le ghiaie di Ra Geralbes, poco dopo la “Madonna della Solitudine”.
fig. 12 La salita tra massi instabili.
fig. 13 L’evidente traccia che conduce a Ra Montejela.

È trascorsa poco meno di un’ora e mezza, con una distanza coperta di 3km, ed eccomi alle porte di Ra Montejela, una magica e remota valle racchiusa tra le colorate pareti S di Ra Geralbes e le innevate pareti N della Pala di Ra Fedes. L’ambiente è magico, il panorama indescrivibile, la giornata meravigliosa. Chi visita questa paradisiaca valle desolata? Nessuno! Una volta, sorgeva un bivacco: il bivacco fisso Pia Helbig Dall’Oglio, moglie del compianto Marino Dall’Oglio, inaugurato il 19 settembre 1965. Doveva servire da ricovero per gli alpinisti desiderosi di raggiungere la vetta della Croda Rossa. Purtroppo, il bivacco divenne meta di qualche screanzato e, negli anni degradò a discarica. Fu quindi smantellato nel 2013, anno della morte del suo fautore, Marino Dall’Oglio. La demolizione del bivacco, combinata con la chiusura ufficiale del sentiero “0”, han certo ridotto drasticamente l’afflusso di escursionisti a Ra Montejela. Inoltre, la valle appare priva di agevoli forcelle che permettano di valicarne le pareti di contorno. Il solo valico ipotizzabile è costituito dalla Forcella Nord, che offre accesso al Cadin del Ghiacciaio. La Forcella Nord, ora innevata, appare tuttavia particolarmente ripida per una salita estiva (soprattutto, temo sia martoriata dalle scariche!!) e, per quanto ne so, ancora più ripido è l’opposto versante, al punto che dovrebbe essere necessario effettuare delle calate per discendere. Diventa sicuramente più appetibile per chi pratica lo sci alpinismo ovvero per chi intende scalare la via Grohmann. Sulla scorta di tali fattori, Ra Montejela è effettivamente un luogo selvaggio e deserto, per chi cerca, come il sottoscritto, una giornata di assoluto silenzio e contemplazione della natura.

fig. 14 L’acceso a Ra Montejela.
fig. 14 La parete S di Ra Geralbes.
fig. 15 Panoramica su Ra Montejela, dalla parete N della Pala de ra Fedes alla parete S de Ra Geralbes.
fig. 16 Vista sulle Tofane.

Addentrandosi nella valle, si procede, dapprima, con continuo saliscendi per piccole conche prative, per poi accedere ad un masarè nella parte centrale della valle, costellato di tanto in tanto da isolate macchie di pini mughi.

fig. 17 La prima parte della valle, caratterizzata da piccoli dossi erbosi.
fig. 18 Il masarè nella parte centrale della valle.
fig. 18 La ripida Forcella Nord.
fig. 19 Dettaglio della Forcella Nord e antecima della Croda Rossa.
fig. 20 L’elegante camoscio che mi ha cortesemente fatto compagnia per tutta la durata della mia permanenza in Ra Montejela.

Giunto al limite di Ra Montejela, i pendii iniziano a salire. È il momento di tornare; il tiepido sole ottobrino, grazie alla rifrazione del manto nevoso, mi scalda piacevolmente e procedo in maniche corte, con vista panoramica sul Lavinores, 2411m, e sulla Croda de Antruiles, 2405m… una condizione di benessere unica ed esaltante, in perfetta sintonia con la natura, osservato costantemente da un vigile camoscio, padrone della valle, a poche centinaia di metri.

fig. 21 Ripercorrendo la valle, verso il suo imbocco.

Giunto alla soglia di Ra Montejela, vi sono due possibilità di rientro. La prima, chiaramente, è ritornare sui propri passi, scendendo per la “Madonna della Solitudine”. Per mia natura, però, sarei un tipo da giri ad anello. Opto quindi per la seconda possibilità: scendere traversando le ghiaie della Pala de ra Fedes, mirando a Lerósa. Confesso che non era nei piani, memore anche di aver letto sulla guida Camillo Berti del 1991 la seguente considerazione: “non lasciarsi indurre ad abbreviare la prima parte del percorso traversando direttamente verso S dal bivacco Pia Helbig Dall’Oglio: l’attraversamento della colorata frana è inutilmente faticoso e pericoloso“. Di diverso avviso, invece, era Paolo Beltrame che, nella guida “Dolomiti. Croda Rossa D’Ampezzo – 101% vera montagna”, 2008, descrive il sentiero che supera lo spigolo di ingresso a Ra Montejela (nel mio caso, la via di uscita dalla valle) come “evanescente a causa del terreno franoso (disagevole ma per niente pericoloso)” e la traccia che traversa poi il ghiaione come “evidente quando scorre su ghiaie mentre tende a scomparire quando attraversa tratti di sassi più grossi; in questo caso fanno da segnavia gli ometti costruiti sul posto“. Faccio quindi una timida ricognizione ai margini della frana e, non scorgendo passaggi particolarmente ostici, mi sento di sposare l’interpretazione del Beltrame. Inoltre, il pensiero di scendere, là dove sono salito, per il ripido pendio erboso, mi convince senza dubbio a preferire la traversata del ghiaione! Tale convinzione è prontamente consolidata dalla vista di una tenue traccia che incide debolmente la frana.

fig. 22 Il ghiaione da traversare e la meta: i prati di Lerósa.
fig. 23 Sceso un breve tratto erboso, ai margini della frana, si intravede la traccia.
fig. 24 La traccia diventa sempre più nitida.

Si taglia procedendo su cedevoli ghiaie, ma sempre con una pendenza poco sostenuta, tale da permettere un incedere sicuro e mai troppo faticoso, fino addirittura a trovare diversi ometti che indicano la via!

fig. 25 I primi ometti!

Il gioco sembra fatto quando ci si trova di fronte una sorpresina, già visibile dai margini di Ra Montejela: l’acqua ha eroso il ghiaione scavando una tipica V che interrompe bruscamente la traccia! Nessun problema: vorrà dire che scenderò lungo il canale scavato, tenendomi sul bordo orografico destro, fino a che i margini diminuiranno di altezza e sarà semplice attraversarlo. Seguirò poi l’estrema lingua della frana per attraversare i mughi e spuntare in un’amena radura di Tremonti, semipaludosa, che già ho avuto modo di visitare in passato. Alternativamente, volendo seguire l’itinerario proposto da Paolo Beltrame che conduce alla Forcella Lerósa, sarà necessario comunque scendere di parecchi metri per poter superare l’ostacolo naturale e, poi, risalire sul versante orografico sinistro fino a rinvenire nuovamente la traccia.

fig. 26 Il ghiaione eroso interrompe la traccia.
fig. 27 Ecco il percorso che ho scelto!
fig. 28 Ed ecco il percorso completo di discesa da Ra Montejela.

Giunti alla radura, si prosegue in direzione S, traversando un rio (oggi asciutto), fino ad intravedere il Casón di Leròsa, dove mi aspetta una deliziosa fonte di acqua sorgiva.

fig. 29 Poco prima del guado, mirando la Croda de R’Ancona, 2366m.
fig. 30 Prossimi al Casòn di Leròsa.
fig. 31 Il Casòn di Lerósa.
fig. 32 La sorgente di Lerósa.

Dal Casòn di Lerósa, tagliando verso O per dolci prati, si finisce per intersecare la mulattiera sentiero n. 8 e, in una decina di minuti, si giunge al Rifugio Malga Ra Stua.

NOTA FINALE: come anticipato in sede introduttiva, l’itinerario descritto potrebbe essere definito come E. La scelta di attribuirgli la classificazione EE è dovuta alle seguenti valutazioni: 1) nella prima parte, l’itinerario si svolge in mezzo al bosco, senza alcuna traccia. Si richiede, quindi, una certa capacità di orientamento o, comunque, l’utilizzo dell’apposita tecnologia che segni la propria posizione sulla mappa; 2) abbandonando il sentiero “0” per dirigersi verso la “Madonna della Solitudine”, si taglia un ripido pendio erboso, privo di traccia, che richiede pazienza e passo fermo. Probabilmente, la via scelta non è corretta; la valutazione, tuttavia, è svolta sulla traiettoria da me compiuta, non su un’ipotetica soluzione alternativa; 3) l’attraversamento della frana/ghiaione, pur non presentando particolari rischi, richiede in alcuni punti passo fermo ed equilibrio, a causa dell’instabilità del terreno; 4) traversata la frana, per potersi immettere nella radura di Tremonti, è necessario lottare per poche decine di metri dentro una fitta macchia di pini mughi. Nulla di impossibile o difficile ma si richiede una certa “flessibilità mentale” 🙂

Anello di Colfiédo e Ra Sares: traversata del Valon di Colfiédo, Valbònes e Valbònes de Inze per forcella Colfiédo e Val de Gòtres

DIFFICOLTA’ COMPLESSIVA: EE
DURATA: 9 h – DISTANZA: 20 km – DSL: 1457m +

DATA: 13 settembre 2020

PREMESSE

L’anello in questione prevede la traversata in salita del Valon de Colfiédo, fino a forcella Colfìédo, 2721m, ed in discesa di Valbònes e Valbònes de Inze. Il Valon de Colfiédo e Valbònes, in particolare, sono due ampi ghiaioni non solcati da alcun sentiero o traccia. Trattasi, quindi, di una traversata alpinistica che, oltre al rilevante impegno fisico richiesto, prevede una salita ed una discesa su ghiaie sempre instabili, con una pendenza leggermente sostenuta negli ultimi 100m prima della forcella. L’ambiente è selvaggio, severo, assolutamente non frequentato. In inverno, i due versanti diventano meta gradita per chi pratica lo sci alpinismo ma, in estate, sono luoghi veramente remoti. L’accesso alle prime ghiaie del Valon de Colfiédo, sul versante settentrionale dell’omonimo monte, non è per nulla scontato, soprattutto a causa dei continui smottamenti che modificano il greto del torrente da cui diparte la traccia (noi abbiamo sbagliato ben tre volte prima di trovare la traccia nel bosco, e ciò ci è costato sforzi inimmaginabili ed un’oretta e mezza di giri a vuoto tra fitti mughi ed improbabili pendii! Alla fine abbiamo trovato una traccia che eravamo ormai alla base del monte Colfiédo!!! D’altro canto, il fascino delle escursioni proposte su WINDCHILI è proprio questo: avventurarsi e “scoprire”. L’impegno fisico richiesto è in ogni caso appagato dalla maestosità di tali luoghi, spettacolari, poco conosciuti e ricercati (la prima traversata in sci risale solo al 1966 e con le ciaspe al maggio del 1972). Una nota fondamentale: l’itinerario a seguire rappresentato non è sicuramente l’itinerario migliore ma solo l’itinerario che io ed il mio compagno di avventure Paolo abbiamo scelto, a istinto, sul momento. Chi volesse applicarsi potrà di per certo individuare una traiettoria più diretta o agevole. In merito, mi preme ancora una volta sottolineare che chi intende affrontare una simile traversata, come altre di quelle riportate su WINDCHILI, non può certo attenersi esclusivamente alle indicazioni qui fornite. Come già accennato, non si tratta di seguire sentieri o tracce segnalate su una cartina ma di combinare uno studio approfondito della cartina con l’esplorazione, in loco, del territorio. Inoltre, a differenza di un sentiero che riceve costantemente la dovuta manutenzione, il terreno selvaggio è invece particolarmente mutevole: una traiettoria reputata da noi come conveniente in sede di esplorazione potrebbe verosimilmente non esserlo più a distanza di poco tempo, a causa di smottamenti, frane o schianti di alberi. Ciò detto, chi gradisse confrontare il seguente itinerario con una voce certamente più autorevole in materia, potrà trovare una dettagliata relazione del medesimo sull’eccellente guida “Dolomiti. Croda Rossa d’Ampezzo. 101% vera montagna”, 2008, di Paolo Beltrame.

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Proveniendo da Cortina, si lascia l’auto, poco prima di Passo Cimabanche, in un piccolo parcheggio sulla sinistra, a 1511m, pochi metri dopo il Lago Negro, sito sull’opposto lato della strada. Si imbocca, quindi, il sentiero n. 8, su ampia mulattiera militare. Dopo il primo curvone, che devia decisamente a SW, si prende una vaga traccia che, subito scomparendo, risale il bosco in direzione NE, verso le pendici del monte Colfiédo. Si traversa il bosco mantenendo sempre la direzione NE, superando diversi alberi schiantati. La traccia si ritrova saltuariamente, specialmente là dove l’erba cede il passo a vecchie frane, dove il minimo segno di un risalente calpestio è rimasto impresso a terra.

fig. 1 Procedendo “a naso” nel bosco di abeti e pini cembri.
fig. 2 Superando i vari tronchi schiantati.
fig. 3 Amanita Muscaria.

Ci si imbatte in diversi bunker militari non segnati sulla carta Tabacco. La traccia da tenere traversa una decina di metri a monte del primo bunker, superando una breve area di antichi tronchi morti di pini cembri (suppongo).

fig. 4
fig. 5

Si giunge pochi metri a monte di una fessurazione in cemento armato che conduce alla bocca di un nuovo bunker. Probabilmente, ospitava un vecchia teleferica per trasportare l’artiglieria pesante da Cimabanche? O forse rappresentava una gola artificiale per sparare proiettili di grosso calibro a breve distanza sul passo? In ogni caso, dovrebbe trattarsi di installazioni militari costruite intorno agli anni ’30, per proteggersi da un eventuale attacco nemico. Da questo punto, è possibile riprendere la traccia e mantenersi nel bosco per ancora poche decine di metri oppure, come noi abbiamo preferito, uscire dal bosco ed immettersi direttamente sul greto del torrente che scende dal Valon de Colfiédo. Si procede, quindi, in direzione del Valon de Colfiédo, guadando agevolmente il torrente di tanto in tanto.

fig. 6 La singolare gola artificiale che termina su una feritoia di un bunker.
fig. 7 Il percorso sul greto del torrente e la traccia alternativa che si immette in esso, proveniente dal bosco, con evidente ometto.
fig. 8 Si inizia ad intravedere la lontana forcella de Colfiédo.

Si procede addentrandosi nella gola. Sporadicamente, si notano degli ometti che ci rincuorano.

fig. 9 Un primo ometto…
fig. 10 Si tiene la sinistra, camminando su comode ghiaie.
fig. 11a … poi sempre meno comode…
fig. 11 All’orizzonte, le Tre Cime di Lavaredo.

Finché si vedono ometti, significa che va tutto bene. Da quando non si vedono più, significa che bisogna porsi qualche domanda… noi ce la siamo posta ma non abbiamo trovato la soluzione corretta, e siamo giunti alla base di un salto roccioso con cascatella, nei cui pressi, dal monte Colfiédo, scende una ruscelletto che si immette nel rio principale. Già a questo punto, abbiamo sbagliato qualcosa. Sulla sinistra (destra orografica del torrente), non abbiamo notato alcuna traccia che risaliva il costone della gola, quasi sempre franato. È in quel tratto, tra l’ultimo ometto visibile ed il salto di roccia dove la gola si restringe, che deve esserci una qualche traccia che sale nel bosco in direzione O. La già citata guida P. Beltrame, 2008, riporta come segue: “intorno alla quota 1745m, la tracce si infilano tra i mughi non intricati e, con incremento di pendenza, continuano allontanandosi di poco dal torrente fino ad incontrare un rigagnolo d’acqua (c. 1780m, presenza di alcuni vecchi tubi per la raccolta d’acqua)“. Non trovando la menzionata traccia, noi abbiamo proceduto a tentativi. Purtroppo, a complicarci la vita, gioca a mio avviso anche un errore cartografico che ci ha tratto in inganno, e che a seguire rappresento dettagliatamente. ATTENZIONE: riporto i tentativi svolti solo affinché qualcuno non ripeta gli errori da noi compiuti. Invito seriamente chi si cimentasse in tale escursione a non ripercorrere i nostri passi ma a trovare la traccia corretta poco più a valle.

fig. 12 In questo tratto deve rinvenirsi, sulla sinistra, la traccia corretta.
fig. 13 Paolo attraversa il ruscelletto che si immette nel rio principale, alla base della piccola cascata con restringimento della gola. Quasi sicuramente, la traccia corretta è ormai già diversi metri a valle di questa confluenza d’acque.
fig. 14 Cartografia Tabacco aggiornata 2020
fig. 15 Immagine satellitare Google Maps aggiornata 2020. Sopra la linea rossa si distingue il corso del ruscello, sormontato dai pini mughi. Nell’area inclusa nell’ovale è invece distinguibile lo smottamento del costone che porta il ruscello a confluire direttamente sul rio principale, coordinate 46.628378, 12.167378.

Ciò detto, il primo tentativo ERRATO mi ha portato a scalare il primo salto di roccia sul restringimento di gola, per verificare l’esistenza a monte di qualche ometto. La prima parete è alta infatti circa tre metri ed è agevolmente superabile sia sul lato orografico destro che sinistro del rio. Peccato che, giunti alla sommità della prima cascata, ci si trovi di fronte ad ulteriori due salti di roccia, di almeno dieci metri l’uno, il cui superamento in sicurezza mi ha lasciato piuttosto perplesso. A confermare l’erroneità della scelta, la totale assenza di ometti. Conclusione: risalendo dentro la ripida gola attraverso la cascata, non si va da nessuna parte!

fig. 16 Il primo salto di roccia, dove si forma la cascatella, la cui scalata si è rivelata totalmente inutile!

Proviamo, quindi, a svolgere un secondo tentativo, ERRATO (e folle): la risalita del ruscello che si immette sulla destra orografica del rio principale. Una vera pazzia che ci prosciuga di ogni energia. Si tratta di strisciare, letteralmente, sotto i robusti rami di mughi alti anche due metri, con immani sforzi per piegare i rami là dove sbarrano completamente l’accesso (ovunque). Sicuramente è più semplice penetrare una giungla tropicale (anche perché lì si usa il machete, mentre qui dobbiamo farci strada a braccia nell’inestricabile bosco pungente, camminando sul greto infido del ruscello). L’idea è di risalire il ruscello fino alla fine per poi deviare a sinistra fino a trovare qualche probabile traccia là dove scendono gli scialpinisti in inverno. Conclusione: non ha senso fare uno sforzo così immane aprendosi un varco tra i fitti mughi dentro il ruscello. Sicuramente, si fa meno fatica risalendo in mezzo al bosco poco più a valle… però sono quelle esperienze che non si dimenticano e colorano la gita d’avventura e spirito WINDCHILI!

fig. 17 Risalendo il ruscello tra la vegetazione impenetrabile.

Infine, dopo sforzi sovrumani, intersechiamo una probabile traccia verso quota 2000m, qualche decina di metri più a monte della sorgente del ruscello (una minuscola radura di muschio e terra impregnata d’acqua). Ci dirigiamo quindi verso sinistra, direzione S, ed intersechiamo delle potenziali tracce, molto vaghe, che risalgono verticalmente il bosco, pur sempre transitando in mezzo a mughi che, però, risultano ora più radi e meno vigorosi!

fig. 18 Finalmente, individuata una debole traccia che risale il bosco.

Si scende ora in una piccola conca prativa per poi risalire leggermente su traccia più nitida che con una curva decisa rimonta il costone boschivo e si dirige verso N-NO, fino ad incontrare nuovamente ometti ed un simpatico nastrino colorato che rincuora dopo tanta fatica.

fig. 19 Discesa nella piccola conca prativa.
fig. 20 Lieti di aver ritrovato la traccia 🙂

La traccia costeggia ora le pendici N del monte Colfiédo, traversando agevolmente brevi lingue franose.

fig. 21 Si procede su agevoli ghiaioni sulle pendici N del monte Colfiédo.
fig. 22

Il panorama inizia a deliziarci con il suo ampio respiro: la Croda Rossa, 3146m, svetta imponente, bilanciata più a E da Punta del Pin, 2682m. La direzione che preferiamo seguire è ora un grande masso sormontato da un audace piccolo cirmolo.

fig. 23 Lo spettacolare profilo della Croda Rossa ed il masso che optiamo di seguire.
fig. 24 Finalmente usciti dal perimetro dei mughi. Alle nostre spalle, le Tre Cime.
fig. 25 Appropinquandosi al masso sormontato dal pino cimbro.

Giunti al masso sormontato dal pino cimbro, ai cui piedi giace una scheggia di granata della prima guerra mondiale, si è ormai prossimi all’entrata nel ghiaione.

fig. 26 La scheggia di granata.
fig. 27 Scheletro di… una volpe?
fig. 28 Il ghiaione da risalire, in tutta la sua lunghezza!

Incomincia ora la parte più faticosa dell’itinerario. Non tanto per il dislivello che bisogna ancora coprire ma per il terreno su cui bisogna affrontarlo. Le ghiaie sono infatti instabili e più si avanza più la pendenza aumenta. Con tutta la delicatezza del caso, ad ogni passo l’appoggio perde comunque stabilità e bisogna lottare con tutte le articolazioni e i muscoli del corpo per incrementare la quota.

fig. 29 Il Valon de Colfiédo
fig. 30 La forcella di Colfiédo si distingue ora chiaramente.
fig. 31 Imboccato il solco alluvionale rossastro nel tratto finale.
fig. 33 Ultimi sforzi.

Arrivati in forcella Colfiédo, 2721m, si apre uno scenario grandioso sul versante O, mozzafiato, che abbraccia la Valbònes, sovrastata dalla maestosa Pala de Ra Fedes.

fig. 34 Vabònes e la Pala de Ra Fedes.
fig. 34 In direzione N, la cima della Croda Rossa, 3146m, si tocca con un dito.
fig. 35 Il sole fa capolino dietro la cima di Ra Sares, 2804m, a portata di mano.
fig. 36 Il Valon de Colfiédo, ormai alle spalle.
fig. 37 Foto di rito in forcella con l’amico Paolo.

Ed ora inizia la discesa! Il versante O che scende su Valbònes è, nel tratto apicale, moderatamente più ripido del versante E. Il terreno del ghiaione, chiamato anche Graon de Inpó Castel, è sufficientemente mobile da abbozzare cautamente una sciata! Il mio consiglio è di scendere in diagonale partendo dalla base della parete di Ra Sares. Si superano così agevolmente i primi ripidi metri e si abbandona il lato più a destra, verso la Croda Rossa, che ha una pendenza molto sostenuta.

fig. 38 Il tratto sommitale del ghiaione di Valbònes, subito sotto la forcella.
fig. 39 Divertente discesa del ghiaione.

Verso N, il panorama spettacolare della Pala de Ra Fedes e della vastità dei suoi ghiaioni.

fig. 40 La Pala de Ra Fedes sovrasta la Valbònes.

Tanto abbiamo impiegato per salire in forcella, quanto bastano pochi minuti di sciata su ghiaione per trovarsi al cospetto del Castel de Ra Valbònes.

fig. 41 Alle spalle, la Valbònes e la forcella Colfiédo.
fig. 42 Il Castel de Ra Valbònes; sul fianco erboso si distingue chiaramente il sentiero da imboccare.
fig. 43 Prossimi al Castel de Ra Valbònes, si aprono ai nostri occhi i famigliari profili del Becco di Mezzodì e del Nuvolau.

Ai piedi del Castel de Ra Valbònes, si imbocca la ben nitida traccia (non segnata sulle carte), con tanto di ometto (da quanto tempo!) e ci si dirige verso S.

fig. 44 La traccia da prendere verso S.

Si aggirano quindi le pendici del Castel de Ra Valbònes, virando verso O, per trovarsi dinnanzi ad un nuovo ghiaione da traversare agevolmente, avendo cura di non perdere quota, per raggiungere la sella prativa che offre accesso alla Valbònes de Inze.

fig. 45 La meta è la sella prativa che permette di accedere alla Valbònes de Inze.
fig. 46 Il ghiaione si supera trasversalmente senza alcuna difficoltà considerata la scarsa pendenza.

Terminato il ghiaione, in breve si raggiunge la sella erbosa, con magnifica vista sull’amena e verde Valbònes de Inze. All’orizzonte, da destra, si distingue il Bechei di Sopra, 2794m; Forcella Ciamin; Cima Dieci, 3026m; Cima Nove, 2968m.

fig. 47 Il panorama sulla Valbònes de Inze.
fig. 48 Il Monte Sorapis incorniciato.

A questo punto, è possibile attraversare interamente la Valbònes de Inze oppure prendere come riferimento un paio di pini cembri che sorgono sul bordo S del catino (si distinguono in fig. 47) e scendere con via più diretta ma sicuramente più ripida tra agevoli salti di roccia ed erba sino al Casón de Leròsa, 2035m

fig. 49 Pini cembri secolari nella tipica zona di gradoni erbosi tra Valbònes de Inze e Leròsa.
fig. 50 Fino ad intravedere il Casón di Leròsa!
fig. 51
fig. 52 Cavalli allo stato brado pascolano sotto la Pala de Ra Fedes.

Rifocillati alla sorgente presso il Casón de Leròsa, si può ora scendere comodamente lungo la mulattiera militare che traversa forcella Leròsa, zona di importanza strategica durante la prima guerra mondiale per la presenza di un importante avamposto militare. Sulla sinistra, si supera ciò che resta del cimitero austriaco che accolse 95 caduti di diverse nazionalità (poi esumati dopo il conflitto e trasferiti presso l’ossario del Passo Pordoi). Si procede quindi la discesa attraversando la Val de Gòtres. Si perde drasticamente quota e, poco sopra i 1600m, si intersecano le tre sorgenti del Rufiédo, di cui la prima impressione per la portata, specie considerando che queste acque provengono dagli alti circhi della Croda Rossa, appena traversati, e confluiscono per via sotterranea, fino a questo luogo. Da lì in breve, si giunge al parcheggio dove si è posteggiata l’auto.

fig. 53 La prima e più impetuosa sorgente del Rufiédo.

Per ulteriori spunti, consiglio la lettura della relazione del mio compagno d’avventura Paolo e la rappresentazione virtuale dell’itinerario su mappa!