Ascensione della Furcia dai Fers de Fora da Tamersc

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EE (una corda da 30m può essere utile per assicurarsi in alcuni passaggi più impegnativi. Trattasi peraltro di passaggi non obbligatori, che possono essere aggirati con itinerario meno diretto ma forse più comodo).
DURATA: 8 h – DISTANZA: 11.10 km – DSL: 1125 m D+

DATA: 17 ottobre 2021

PREMESSE

Un altro itinerario che custodivo nel cassetto da due anni! Ci troviamo al margine settentrionale delle Dolomiti di Fanes. Anche questa volta, le informazioni a disposizione sono scarse se non addirittura completamente assenti. Sappiamo sicuramente che sulla Furcia dai Fers si è svolta l’epica battaglia finale narrata nella saga del Regno dei Fanes, con sconfitta definitiva di quest’ultimi. Sappiamo, inoltre, che l’ascensione della Furcia dai Fers de Fora viene usualmente praticata dal lago Piciodel, salendo il faticoso ghiaione e poi rimontando la spalla S. Eppure sul versante opposto, nei pressi di Tamersc, la cartografia indica una traccia che, traversando la valle incuneata tra la Furcia dai Fers e la Montesela/Muntejela di Fanes (Monte Sella di Fanes), nota anche come Piz de Sant’Antone, conduce alla medesima spalla S. Ed è proprio questo l’itinerario prescelto, nonostante non si rinvengano descrizioni di sorta a riguardo. Come di consueto, compagno dell’avventura è il valoroso amico Paolo. Per l’occasione, inoltre, sarà dei nostri anche Edoardo, guida alpina di Cortina, che ha accettato con entusiasmo l’originale proposta di itinerario!

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Lasciata l’auto nei pressi di un ponte poco dopo località Tamersc, ci inoltriamo nel bosco sulla sinistra orografica della valle, trovando e percorrendo per pochi metri una mulattiera erbosa le cui tracce presto svaniscono nel bosco. Iniziamo quindi la salita a naso, individuando una tenue traccia che corrisponderebbe, effettivamente, con la traccia GPS della carta Tabacco. Il bosco diventa tuttavia troppo fitto ed intricato per permettere un agevole incedere, sicché ci troviamo a preferire una salita in verticale sul margine di un largo impluvio detritico (fig. 1 e 2).

fig. 1. Usciamo dal bosco e risaliamo il margine sinistro di un largo impluvio detritico.
fig. 2. La salita, non proprio agevole, del vasto colatoio.

Giunti pressoché all’apice del colatoio, scegliamo di rimontare il margine per riguadagnare il bosco. Ed ecco la prima difficoltà: la parete dell’impluvio è particolarmente compatta e dura; probabilmente il ghiaccio interstiziale della notte comincia ad amalgamare bene questi pendii esposti a nord. Fatichiamo quindi a scavarci il minimo solco che ci regga con sicurezza nella salita. Provvidenziale è l’intervento di Edoardo, che supera agilmente il ripido pendio ed improvvisa un ancoraggio su tronco di mugo. Saliamo quindi assicurati, non senza qualche difficoltà (fig. 3 e 4).

fig. 3. Edoardo affronta senza alcuna difficoltà il ripido traverso.
fig. 4. Paolo affronta assicurato il pendio.

Ci inoltriamo quindi nuovamente nel bosco, identificando una probabile traccia che supera alcuni ripidi tratti di terreno roccioso e sporco. La traccia si perde subito e cerchiamo di guadagnare il più possibile quota superando piccoli smottamenti e balze erbose (fig. 5), fino a giungere ad una comoda cengia ai piedi di un anfratto roccioso (fig. 6). Qui troviamo un bel segno giallo su un albero e qualche sbiadito bollo rosso sulla parete. Rincuorati, procediamo aggirando la paretina rocciosa sulla destra.

fig. 5. Paolo si inerpica nel bosco aggirando il pendio friabile.
fig. 6. Finalmente troviamo un segnale che ci indica d’essere sulla giusta via.

Procediamo ora nel bosco più rado, su terreno comodo, sempre risalendo in direzione S, fino a che individuiamo un ometto che ci indica la via (fig. 7): si tratta, ora, di ripiegare sulla sinistra, fino ad incrociare un vasta frana che incide la vallata e funge da spartiacque (fig. 8).

fig. 7. L’ometto e l’evidente traccia che conduce a breve alla frana.
fig. 8. Entriamo nel greto che funge da spartiacque della valle.

Camminiamo sul greto e puntiamo i biondi larici alla cui base intravediamo una traccia. Secondo la cartografia, il sentiero dovrebbe costeggiare la frana, tra i mughi. Evidentemente, l’erosione ha cancellato negli anni il sentiero. Superato il gruppo di larici, che ci lasciamo sulla destra, saliamo per facili rocce le pareti levigate del greto del torrente giungendo infine al salto di roccia che sbarra l’accesso alla valle superiore (fig. 9). Confluiscono qui tre canaloni. Il primo, a destra, è un impluvio detritico ghiaioso; il secondo, sempre sulla destra, è un susseguirsi di piccoli salti di roccia. Deviando nettamente a sinistra, invece, si apre un profondo canyon che taglia la valle ed ospita un modesto torrente. Scegliamo di imboccare la seconda via, sulla destra.

fig. 9. Il sole fa capolino dalla parete N della Furcia dei Fers.
fig. 10. Lasciamo a destra il primo impluvio e, superato lo sperone roccioso, rimontiamo sulla destra lungo il canalone.

Il fondo del canale che saliamo è spesso ghiacciato e, per superare un piccolo salto di roccia, ci assicuriamo al tronco di un barancio: una caduta sul ghiaccio sarebbe infatti rovinosa (fig. 11 e 12)!

fig. 11. Paolo supera assicurato un salto di roccia ghiacciato.
fig. 12. Edoardo assicura Paolo al solido tronco di un pino mugo.

La salita prosegue su facili roccette friabili (fig. 13) fino a che riteniamo di aver raggiunto una quota sufficiente per riprendere il traverso del costone barancioso in direzione S. Aprendoci il varco tra i mughi, intersechiamo due canali detritici che scendono fino a raggiungere un più vasto canale, apparentemente la parte sommitale del profondo canyon che si diramava sulla sinistra ai piedi del salto di roccia iniziale (fig. 14).

fig. 13. Edoardo sale l’ultima parte del canale detritico.
fig. 14. Paolo attraversa il tratto apicale (e terminale) del profondo canyon.

Da qui, la salita diventa agevole, su fondo erboso, fino a raggiungere un’area che, in carta Tabacco, corrisponde ad un bivio (fig. 15). Il ramo di sinistra del bivio sulla carta si interrompe pressoché immediatamente. Di contro, la Tabacco suggerirebbe di muovere verso destra, fino a salire (a quanto pare) su un costone roccioso alle pendici della Montesela di Fanes. Francamente, non riusciamo a capacitarci del motivo di tale “deviazione”; di fronte a noi, infatti, si apre un’amena vallata erbosa ed assolata, a vista priva di ostacoli di sorta… perché dovremmo andare ad incrodarci su un terreno ripido, apparentemente esposto ed all’ombra? Decidiamo quindi di ignorare totalmente la traccia indicata dalla cartografia e di percorre una spalla erbosa (fig. 17) per poi scendere, sulla sinistra, in un canalone detritico (fig. 18). Da qui in breve ci ritroviamo in una magnifica valle, condivisa solo da un numeroso gregge di camosci che transita sulle ripide cenge della Furcia dai Fers (fig. 19). La cartografia Tabacco non riporta il nome di questo luogo paradisiaco che, in altre mappe, ho trovato denominato come Pizzo Forca di Ferro (Dont de Furcia dai Fers). Non sarebbe peraltro possibile descrivere, a parole, la bellezza dell’ambiente che ci circonda. Sembra che questa valle sia rimasta per anni ed anni inviolata, completamente priva di alcun segno di passaggio umano.

fig. 15. Giunti presso il “bivio” segnato nella carta Tabacco.
fig. 17. La traiettoria che preferiamo tenere, senza seguire le indicazioni della cartografia Tabacco, che ci invitano a rimontare sulle pendici della Montesela di Fanes.
fig. 18. Il canalone detritico che mette sulla sinistra della spalla erbosa.
fig. 19. La magnifica valle incuneata tra la Furcia dai Fers e Montesela di Fanes, meglio nota come Pizzo Forca di Ferro oppure Dont de Furcia dai Fers. Un remoto paradiso di silenzio.

Procediamo quindi all’interno della valle cercando di tenerci il più possibile in quota (fig. 20), in direzione della sella, che al momento non vediamo, tra la Furcia dai Fers de Fora (nostra meta) e la Furcia dai Fers da Ete, 2489 m (fig. 21). Alle nostre spalle, troneggia la Montesela de Fanes, 2655 m. (fig. 22). Tra queste rupi, si è svolta la battaglia finale che vide la sconfitta del popolo di Fanes, così come narrata nell’epica saga del Regno dei Fanes. K.F. Wolff descriveva la scena con le seguenti parole:

«Il sole era tramontato dietro l’alta catena rocciosa irta di punte dei monti di Vanna. Ai piedi delle rocce strisciavano le ombre della sera che si allungavano via via su tutto il paese. La maggior parte dei caduti giaceva intorno alla vetta chiamata “Furtja dai Fers” (Forca dei Ferri), perché in quel punto si era combattuto più a lungo e con maggiore accanimento. Un grosso corvo si era posato sull’elmo di un guerriero morto e gli beccava il viso. Un avvoltoio lo guardava pigramente».

fig. 20. Tenendoci il più possibile in quota, in direzione della sella.
fig. 21. La Furcia dai Fers da Ete, 2489 m, sulla sinistra. La sella sulla destra, parzialmente celata, è la Forcia dai Fers, 2320 m.
fig. 23. Alle nostre spalle, la Muntejela de Fanes o Piz de Sant’Antone, 2655 m.

Guadagnata finalmente la cresta che sale alla Furcia dai Fers, si apre una visione mozzafiato sulle vette circostanti. Verso S, da sinistra, il Bechei di sopra, 2794 m, dietro sormontato dalla Tofana di mezzo, 3244 m, dalla caratteristica piramide della Tofana di rozes, 3225 m, parzialmente coperta dal Piz di Forcia rossa IV, 2806 m. Procedendo verso destra, Cima Campestrin sud, 2910 m, Punta Fanis di mezzo, 2989 m, ed il Lagazuoi piccolo, 2778 m (fig. 24). Volgendo lo sguardo a E, da destra a sinistra, si distinguono nettamente forcella Camin, salita all’incirca un paio di mesi prima (leggi la relazione dell’itinerario), il monte Ciamin, 2600 m, subito sotto forcella Gran Valun (pure guadagnata nell’itinerario precedentemente citato) e il Banch dal Se, 2400 m. In fondo, sulla sinistra, il gruppo della Croda Rossa: si distingue chiaramente forcella Colfiedo, traversata l’anno scorso (leggi la relazione dell’itinerario) (fig. 25).

fig. 24. Le vette ampezzane svettano dietro le pareti del Col Bechei di sopra.
fig. 25. Le vette sul versante E della Furcia dai Fers.

Risaliamo ora la cresta, lungo un’evidente traccia che aggira uno sperone roccioso sulla sinistra (fig. 26) e… siamo finalmente in cima, a 2534 m, (fig. 27, 28 e 29So).

fig. 26. Aggirando lo sperone prima della cima.
fig. 27. In cima alla Furcia dai Fers de Fora, 2534 m.
fig. 28. Godendomi il panorama dalla vetta della Furcia dai Fers de Fora.
fig. 29. In cima!

Sono quasi le 16.00 ed è ora di iniziare la discesa, che avviene, fino alla sella tra la Furcia dai Fers de Fora e da Ete, sulla stessa linea di cresta dell’andata (fig. 30).

fig. 30. La discesa verso la sella tra le due Furcia dai Fers.

Giunti in sella, si inizia la discesa verso E, tenendo in fronte il Banch dal Se, dapprima su terreno prativo (fig. 31) e poi su più ripido ghiaione, con divertente corsetta (fig. 32).

fig. 31. La prima parte della discesa attraversa le pendici prative della Furcia dai Fers de Ete.
fig. 32. La discesa lungo il ghiaione.

Là dove il ghiaione termina tra i baranci, teniamo la sinistra, costeggiando idealmente la parete della Furcia dai Fers, tenendo una direzione NE, fino a trovare una tenue traccia che, a fatica, attraversa i fitti mughi. Giungiamo quindi ai ruderi di una casa di legno collocata in una radura (fig. 33).

fig. 33. Giunti alla casa di legno abbandonata.

L’obiettivo sarebbe ora procedere lungo la traccia nera tratteggiata in carta Tabacco che, costeggiando le pendici dalle Furcia dai Fers, dovrebbe condurci nei pressi di Tamersc, lungo una via evidentemente più breve rispetto a quella del sentiero n. 7 che passa per il rifugio Pederù. Ci proviamo ma fin da subito l’impresa sembra piuttosto ardua. Dalla casetta, infatti, non troviamo tracce evidenti che seguano la traiettoria indicata dalla cartografia. Camminiamo tra i baranci, non troppo fitti, incrociando delle possibili tracce che, tuttavia, sembrano morire di volta in volta. Traversiamo ora un ripido ghiaione (fig. 34) ma ci troviamo di fronte a pareti che sembrano inviolabili.

fig. 34. Traversando l’ultimo ripido ghiaione prima di abbandonare.

Nonostante la traccia della Tabacco indichi di proseguire esattamente sulla via dove ci troviamo, rimontando per ripidi salti di roccia, preferiamo desistere e scendere lungo il ghiaione, fino ad incrociare il sentiero n. 7. Probabilmente, questo antico sentiero che non troviamo consiste in un viaz che taglia le pareti lungo esposte cenge ormai invase dai mughi. Noi, per oggi, siamo soddisfatti dell’avventura già compiuta; inizia ad imbrunire e scegliamo di scendere al rifugio Pederù, per poi procedere sulla strada asfaltata in direzione dell’auto (fig. 35).

fig. 35. Il Banch dal Se baciato dagli ultimi raggi prima della sera.

Ecco il video dell’avventura magistralmente montato da Paolo!

La relazione del compagno d’avventura Paolo saprà sicuramente arricchire di particolari ed emozioni quanto sinora descritto!