Traversata della Croda Rossa da E a O, per la grande cengia N della Crodaccia Alta (con apertura della nuova via “Valleferro-Ganeo”!)

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EEA+. Salita del crinale tra la Crodaccia Alta e la Crodaccia: PD. Salita dalla cengia N della Crodaccia Alta sino alla forcella tra la Crodaccia Alta e la Croda Rossa Pizora: D-. Discesa dalla forcella alla Val Montesela: AD.

Traversata alpinistica fisicamente impegnativa, pressoché priva di indicazioni (bolli ed ometti), su roccia talvolta marcia; necessità di alternare progressione in conserva con soste da allestire con chiodi/friend, affrontando passaggi fino a III+ (non v’è presenza di spit).

DISTANZA: 15 km – DURATA: 9 h – DSL: 950 m D+

DATA: 6 settembre 2023

Premesse

È da un anno e mezzo che accarezzo l’idea di questa imponente traversata alpinistica, studiandone con emozione e cura tutti i più piccoli dettagli. Un itinerario in uno degli ambienti più remoti delle Dolomiti, che presenta innumerevoli incognite. In primo luogo, la traversata della grande cengia N che, a quota 2600m ca, congiunge la Crodaccia Alta con la Piccola Croda Rossa. Nessuno mai pare ve ne abbia accennato in alcuna sede. Interpellato il Maestro Fabio Cammelli a riguardo, ha dichiarato di non aver mai percorso la cengia in questione. In secondo luogo, ma solo per criterio cronologico, l’ascesa della parete che sovrasta la cengia, sino a raggiungere la forcella tra la Crodaccia Alta e la Piccola Croda Rossa… e la discesa sul versante opposto di Val Montesela (Ra Montejela). Nessuna relazione di tale itinerario è stata rinvenuta. A posteriori, infatti, posso confermare che trattasi sicuramente di una prima, che per semplicità ed in onore agli usi passati chiameremo “Valleferro-Ganeo”, auspicando di aver contribuito ad offrire un piccolo e modesto tassello alla storia alpinistica della Croda Rossa. Come in occasione dell’apertura della via “Cristallino Ovest” (vedi relazione), mi sento di esprimere le considerazioni che seguono, anche prevedendo ed anticipando i commenti di eventuali detrattori di per certo più competenti dello scrivente: 1) la via “Valleferro-Ganeo” non è la via più diretta e veloce per giungere alla forcella collocata tra la Crodaccia Alta e la Croda Rossa Pizora… anche perché in forcella non ci arriva nemmeno 😉 Conduce, infatti, in cresta, ca 170 m a O, in una posizione più elevata di ca una ventina di metri rispetto alla quota di forcella; 2) la via “Valleferro-Ganeo” non è la via più semplice per giungere sulla cresta che congiunge la Crodaccia Alta con la Croda Rossa Pizora. La via, infatti, si sviluppa per ca 280 m, da affrontare prevalentemente in arrampicata. Esiste, invece, una soluzione di salita alla cresta (NON alla forcella) apparentemente più agevole; la descrive Paolo Beltrame:

Da qui esiste una facile via di fuga che permette di raggiungere l’itinerario che collega la malga Stolla alla m.ga Cavallo [nda: Rossalm] (ovviamente questa via può venir percorsa anche in salita da chi vuole evitare la lunga cresta proveniente dalla Piccola Croda Rossa). Si scende per ghiaie in versante Nord e si imbocca, ben visibile dall’alto, una cengia ghiaiosa che, verso sinistra, conduce al crinale proveniente da La Crodetta.

Paolo Beltrame, 101% Vera Montagna – Dolomiti/Croda Rossa d’Ampezzo, Michele Beltrame Editore, 2008, pag. 147.

In conclusione, la traiettoria della via “Valleferro-Ganeo” è stata determinata sulla scorta di un attento esame della parete svolto in loco, alla base della parete, e non sulla cresta, prediligendo una linea che solcasse rocce sane e compatte anziché marci pendii detritici. Compagno di questa avventura sarà l’abile ed esperto Edoardo, con il quale ho già avuto il privilegio di condividere molte avventure e l’apertura di una nuova via.

Relazione dell’itinerario

Lasciamo l’auto nei pressi del Rifugio Pratopiazza (2000 m) ed imbocchiamo il sentiero n. 3 fino a giungere nel Cadin di Crodaccia (da me così nominato in occasione di precedente esplorazione con l’amico Paolo), conchiuso tra le strapiombanti pareti della Crodaccia Alta le franose rupi della Crodaccia. È chiaramente possibile raggiungere questo Cadin anche per altra via, da Cimabanche ovvero per il Troi de Milezinque (vedi relazione). Traversiamo quindi il Cadin di Crodaccia, mirando alla sella dove le compatte lastre della Crodaccia Alta si incuneano dentro la marcia e rossastra roccia della Crodaccia (fig. 1). Le ripide ghiaie risultano piuttosto stabili e risaliamo sino alla base della Crodaccia, dove una modesta cengetta, che diparte da una rossa terrazza panoramica (fig. 2), ci consente un incedere più agevole verso il bicolore canale di risalita (fig. 3).

fig. 1 – Il Cadin di Crodaccia e la traiettoria da tenere
fig. 2 – La rossastra terrazza panoramica sovrastante il Cadin di Crodaccia
fig. 3 – Approdati sul canale di risalita “bicolor”: sulla destra, il marcio rossastro della Crodaccia e sulla sinistra la compatta roccia della Crodaccia alta

Appena approdati sulla solida roccia della Crodaccia Alta, ci attende una divertente progressione sui grigi e levigati lastroni che, con una pendenza di circa il 45%, si innestano letteralmente dentro la terrosa materia della Crodaccia (fig. 4). È davvero singolare che due montagne appartenenti allo stesso gruppo possano mutare così drasticamente geomorfologia, a così breve distanza (fig. 5)… ebbene, questa è la Croda Rossa!

fig. 4 – La progressione sui lastroni della Crodaccia Alta nei pressi della forcella tra Crodaccia Alta e Crodaccia
fig. 5 – Il lembo detritico e rossastro, spigolo estremo della Crodaccia, si “appoggia” morbido sulle solide grigie rocce della Crodaccia Alta

Procediamo con attenzione sui lastroni inclinati, sfruttando le generose fenditure che ci permettono di eseguire una divertente arrampicata (fino a II) (fig. 6 e 7), fino a che un settore dello spallone più gradonato smorza la pendenza e ci consente di tornare bipedi. Dalla Crodaccia, un camoscio ci osserva incuriosito… quante persone avrà mai visto su questo crinale!?! Intercettiamo anche un ometto, segnavia dell’itinerario di ascesa della Crodaccia Alta, e lo superiamo, tenendoci leggermente sulla destra, giungendo ora sulla sommità dello spallone, in un settore quasi pianeggiante (fig. 8). Nell’assoluto silenzio di questi luoghi inviolati, il nostro passaggio spaventa una lepre selvatica, che salta elegantemente tra le rocce: una vera e propria lepre montanara, a 2600 m di altitudine!!!

fig. 6 – La divertente progressione sui lastroni
fig. 7 – Sempre risalendo i lastroni
fig. 8 – Sulla sommità dello spallone che congiunge la Crodaccia Alta con la Crodaccia

Siamo ora finalmente in vista della cengia (fig. 9): la tanto agognata cengia N della Crodaccia Alta. È da un anno e mezzo che me la figuravo… me la immaginavo più stretta ed inclinata. È invece un cengione enorme (fig. 10), e nella prima sezione ospita addirittura due piccoli catini. Traversiamo quindi questa distesa lunare, pressoché pianeggiante, con grande fatica nell’incedere, camminando su grandi ed instabili rocce (fig. 11).

fig. 9 – Ecco la cengia nord della Crodaccia Alta
fig. 10 – Alla faccia della cengia 😉
fig. 11 – Camminare su questa superficie è un incubo!

Ci si dirige quindi alla base di uno sperone roccioso, là dove la cengia si restringe ed inizia a declinare verso il crinale de La Crodetta. Questo è il punto di attacco della nuova via “Valleferro-Ganeo”, a quota 2630 m ca, facilmente individuabile in quanto pochi metri a valle di una rientranza nella parete causata da un distacco di roccia (fig. 12). Il primo tiro ci porta a risalire il crinale dello sperone roccioso, su roccia marcia e terreno detritico, fino ad un robusto pinnacolo dove il primo di cordata può dare volta per assicurare sé stesso ed il secondo (fig. 13).

fig. 12 – L’attacco della via “Valleferro-Ganeo”, quota 2630 m, subito a valle della caratteristica rientranza nella parete
fig. 13 – Il primo tiro risale su rocce incerte fino ad un robusto pinnacolo

Il secondo tiro attacca la parete frontalmente e si sviluppa in verticale, per ca una ventina di metri (fig. 14). La roccia è ora compatta e sicura e l’arrampicata più aerea. Superata la parete, si giunge su una comoda cengia dove non mancano solide rocce sulle quali allestire una sosta (fig. 15) e dalla quale si può apprezzare nella sua interezza la cengia N di Crodaccia Alta poco prima percorsa (fig. 16).

fig. 14 – Il secondo tiro
fig. 15 – La comoda cengia dove allestire la sosta per il secondo tiro
fig. 16 – La grande cengia N di Crodaccia Alta

Il terzo tiro da 30 m ci porta a spostarci verso destra, su una parete più poggiata e sempre di solida roccia (fig. 17 e 18), fino a raggiungere una ripida parete gradonata dalla quale già distinguiamo la stretta sella che andremo a raggiungere (fig. 19).

fig. 17 – Con il terzo tiro deviamo verso destra
fig. 18 – Gli ultimi metri del terzo tiro
fig. 19 – Dall’arrivo del terzo tiro, già notiamo la sella che andremo a raggiungere, sulla destra

Procediamo ora in conserva, traversando il costone della parete su mobili ghiaie (fig. 20), fino a raggiungere una selletta terrosa, con tanto di ometto (fig. 21). È questo verosimilmente il punto di arrivo della via descritta da Paolo Beltrame, citata in premessa.

fig. 20 – Il traverso procedendo in conserva
fig. 21 – La selletta terrosa con ometto, probabile punto d’arrivo dell’itinerario descritto da Paolo Beltrame

Gli ultimi metri di questa progressione in conserva sono i più delicati. Traversiamo la selletta e ci troviamo su una ripida ed insidiosa cengia detritica, in leggera discesa e completamente marcia (fig. 22). Con grande cautela, percorriamo la cengia, fino ad aggirare lo spigolo (fig. 23) e ci troviamo in un largo canale altrettanto marcio e dirupato.

fig. 22 – La cengia inclinata e detritica subito superata la selletta terrosa
fig. 23 – Con cautela, aggiriamo lo spigolo della cengia detritica

Inizia ora il quarto tiro di arrampicata, alpinisticamente il più impegnativo. Sull’opposto lato del canale detritico, individuiamo un intaglio nella roccia che risale la parete e decidiamo di seguirlo (fig. 24). Procedere all’interno dell’intaglio si rivela tuttavia presto poco saggio: il terreno è così marcio che ogni appiglio si sgretola ed il movimento della stessa corda genera piccole scariche. Più sicuro è invece progredire sul bordo sinistro dell’intaglio, che appare più affidabile. Mi apposto comunque dentro una sporgenza nella roccia ed Edoardo attacca la parete con estrema delicatezza, quasi camminasse sulle uova (fig. 25)! Ciò nonostante, dopo una decina di metri, una bella roccia rossastra si stacca dalla parete e si proietta nel cielo esattamente sulla traiettoria del mio volto; abbasso repentinamente la testa e mi insacco dentro la sporgenza che avevo scelto come riparo. Sento il sibilo della roccia che mi supera e non posso che ringraziarmi per essere sempre così pedantemente attento alla sicurezza e, nel caso di specie, alla regola che impone al secondo di avere un buon riparo, soprattutto quando è sulla stessa linea del primo 😉 A metà del quarto tiro, superato il primo intaglio, se ne apre un secondo. Il superamento di questo secondo intaglio rappresenta forse il passaggio più delicato dell’intera progressione; lo si affronta in opposizione, cercando di portarsi il prima possibile sulla parete di destra, che presenta appigli più sani.

fig. 24 – L’intaglio che scegliamo di risalire per il quarto tiro
fig. 25 – Edoardo attacca il quarto tiro, la sezione più delicata dell’intera ascesa

Ora la parete si fa più gradonata ed il quinto tiro si svolge su roccia nuovamente compatta, puntando leggermente a sinistra (fig. 26) fino a giungere ad una comoda cengetta pietrosa inclinata. La traversiamo in conserva fino a guadagnare un piccolo rilievo (2730 m) in cresta (fig. 27).

fig. 26 – Il quinto tiro si svolge su roccia gradonata
fig. 27 – La cengetta inclinata che conduce finalmente in cresta

Siamo sul fil di cresta, il panorama è maestoso, la giornata magnifica; finalmente si apre ai nostri occhi la Val Montesela (Ra Montejela), sovrastata dalla cima della Croda Rossa, 3146 m (fig. 28 e 29). La forcella dove saremmo voluti giungere si trova a ben 170 m in direzione E rispetto a dove ci troviamo (fig. 30)!!! Probabilmente, dopo il 3° tiro, avremmo dovuto deviare verso E ed in un solo tiro saremmo giunti in forcella. La parete, tuttavia, appariva particolarmente ripida su quel versante e ci saremmo verosimilmente trovati ad affrontare passaggi di V. L’itinerario di ascesa che abbiamo preferito è certamente più lungo (ca 280 m di sviluppo e 100 m D+) ma indubbiamente più sicuro, specialmente per il primo di cordata che si muove su una parete non attrezzata.

fig. 28 – Sul fil di cresta, 2730 m, con alle spalle il versante settentrionale di Malga Cavallo (Rossalm) e de La Crodetta
fig. 29 – In cima, con alle spalle la parete N della Croda Rossa e la sezione apicale della Val Montejela
fig. 30 – Rappresentazione grafica della via Valleferro-Ganeo

Dopo una brevissima pausa ristoratrice, iniziamo la discesa. Affrontiamo i primi cinque metri zig-zagando tra facili roccette (fig. 31) fino a giungere su uno spigolo che conduce ad un terrazzino aereo, circa cinque metri sopra un canale detritico che taglia la parete in diagonale. Affrontiamo questi cinque metri verticali disarrampicando (fig. 32) (e qui perdo i miei occhiali da vista ritirati dall’ottico esattamente il giorno precedente. Se qualcuno volesse tornare…….. ;-).

fig. 31 – La prima sezione in disarrampicata su facili roccette, poco a valle della cresta
fig. 32 – La discesa nel ripido canale che taglia la parete in diagonale

Percorriamo quindi il canale in conserva, badando di traversarlo, alla fine, portandosi sulla sinistra (perché il canale finisce nel vuoto!), approdando su una parete di sfasciumi, colorata di muschi e chiazze di timida erbetta (fig. 33).

fig. 33 – La discesa del canale, al cui sbocco bisogna tenersi a sinistra, sulle balze detritiche

Si continua la discesa, sempre in conserva e sempre mirando verso sinistra, disarrampicando su facili roccette (fig. 34 e 35)

fig. 34 – Si tiene la sinistra tra facili roccette
fig. 35 – Edoardo in disarrampicata su facili roccette

Si tratta ora di affrontare una ripida cengia detritica che taglia in diagonale la parete per una ventina di metri, sempre muovendo verso E. Allestiamo una sosta con un friend (fig. 36 e 37) e procediamo in disarrampicata per una quindicina di metri (fig. 38).

fig. 36 – La cengia detritica da percorrere in leggera discesa
fig. 37 – Il mio friend torna sempre utile!
fig. 38 – In disarrampicata sulla cengia inclinata

Ci si trova ora alle pendici di uno spigolo roccioso (fig. 39), che traversiamo alla base, mirando verso O, con un traverso molto delicato su roccia marcia, da superare con spaccata aerea sopra un canalino (fig. 40: il traverso indicato con freccia).

fig. 39 – Alla base dello spigolo roccioso da traversare verso O
fig. 40 – Il traverso alla base dello spigolo roccioso: in prossimità della freccia si supera con spaccata aerea un canale detritico

Siamo ora nel tratto finale, sopra uno stretto intaglio nella roccia marcia e friabile; si tratta di svolgere una calata di circa una ventina di metri dentro il canale che conduce finalmente sulle ghiaie alle pendici della Crodaccia Alta. Allestiamo una sosta su due solidi speroni rocciosi (abbandonato cordino e ghiera) (fig. 41) e scendiamo in disarrampicata dentro il canale che presenta il susseguirsi di tre gradoni alti un paio di metri ciascuno (fig. 42 e 43).

fig. 41 – La sosta allestita per la calata
fig. 42 – Il canale marcio che conduce al ghiaione alla base della Crodaccia Alta
fig. 43 – Il terzo ed ultimo gradone finale del canale che conduce al ghiaione

Il gioco è fatto 😉 Posiamo il piede sul ghiaione a quota 2708 m su un terreno squisitamente morbido, quasi la Croda Rossa avesse voluto premiarci per questa audace avventura esplorativa! Scendiamo quindi il ghiaione, tenendo la sinistra per evitare un evidente salto di roccia, su un comodo ghiaione dal fondo terroso che ammortizza il nostro stanco incedere (non durerà molto 🙁 ) (fig. 44). Nel piccolo catino alla base della Crodaccia Alta, corrispondente alla sezione apicale settentrionale della Val Montesela, in un luogo completamente inviolato, scorgo un oscuro pertugio che spicca nitido sulla luminosa parete (fig. 45). Mi fermo, titubante… per oggi è abbastanza, ma so che la curiosità tornerà a fare capolino nei prossimi anni!

fig. 44 – La piacevole discesa sul ghiaione nel lobo apicale settentrionale di Ra Montejela
fig. 45 – La grotta che si apre ai piedi della Crodaccia Alta, nel catino settentrionale della Val Montesela

La pendenza è ora diminuita e l’incedere sul ghiaione diventa particolarmente impegnativo, specie alla fine di una simile giornata. L’ambiente che ci circonda, tuttavia, ripaga ogni sforzo, e la maestosità dell’immenso ed imponente spazio incontaminato sovrasta ogni fatica, investe e riempie di silenziosa emozione.

fig. 46 – La Val Montesela (Ra Montejela)
fig. 47 – Le pareti a picco della Piccola Croda Rossa (Croda Rossa Pizora)
fig. 48 – La traiettoria di discesa, nel lobo settentrionale della Val Montesela e la prima fonte di acqua da Malga Stolla
fig. 49 – L’imbocco di Ra Montejela

Siamo ora giunti all’imbocco della Val Montesela e scegliamo di scendere a Malga Ra Stua per Ra Jeralbes, lungo il vecchio sentiero 0. Maggiori dettagli sulla via di discesa (anche, eventualmente, verso Lerosa) possono essere rinvenuti nella relazione “Esplorando Ra Montejela”.

Considerazioni finali

Probabilmente, questa è l’avventura esplorativa più impegnativa mai portata a termine. Non la più faticosa (la più faticosa è stata l’apertura della via “Cristallino Ovest“) né la più estrema quanto a esposizione (metterei al primo posto la traversata di Forcella Campale). È stata però la più lunga in ambiente sconosciuto, muovendosi nell’incertezza di essere sulla via corretta, nel dubbio che alla fine del tiro vi sia un altro possibile tiro o una liscia parete nel vuoto. È questa lunga permanenza in un ambiente vergine, su traiettorie mai solcate prima, che ha reso “impegnativa” l’esplorazione. Si aggiunga a ciò la variabile della roccia marcia, condizione ben nota quando ci si muove in Croda Rossa. È chiaro che una simile traversata, in ambiente tanto solitario e remoto, è rivolta ad un escursionista navigato, avvezzo ad avventurarsi in itinerari non segnalati né tantomeno attrezzati e, ovviamente, provvisto delle necessarie competenze tecniche ed attrezzature.

Anello Ra Stua – Lerósa – Tremonti – Fósses – Rif. Biella – Ucia de Senes – Rif. Fodara Vedla – Ra Stua… (e le origini della saga del Regno dei Fanes).

DIFFICOLTA’ COMPLESSIVA: E fino alla Crosc del Grisc. T tutto il resto dell’itinerario.
DURATA: 8 h – DISTANZA: 17 km – DSL: 882m +

DATA: 6 settembre 2020

PREMESSE

Con somma gioia, il mio compagno di avventure è oggi mio padre, quasi prossimo ai settant’anni! Ho quindi studiato un itinerario che sia privo di difficoltà tecniche e pericoli oggettivi. Un itinerario che, se non fosse per la lunghezza, potrebbe essere definito turistico (T) ma che definirò per escursionisti (E), anche per la richiesta capacità di orientamento nella prima parte del percorso. Il primo tratto dell’itinerario, infatti, si svolge su un vecchio sentiero, oggi traccia che traversa l’area di Lerósa, Tremonti e Pian de Socrode, con incantevole alternanza di prati e bosco rado, ai piedi della Pala De Ra Fedes, per poi guadagnare quota superando un valico tra Sote Socroda e lo spigolo SO di Ra Geralbes. Superata questa prima parte, la traccia si congiunge poco dopo con la Crosc del Grisc nel sentiero segnato (e ben battuto) n. 26, traversando una delle zone, a mio avviso, più spettacolari e magiche delle Dolomiti. Volendo proprio essere precisi, si potrebbe stabilire che da Casòn de Lerosa alla Crosc del Grisc il percorso è classificabile come E, solo per la necessità di orientarsi (peraltro sempre agevolmente); tutto il resto dell’itinerario è classificabile come T, sempre e comunque tenendo a mente il fattore lunghezza complessiva. Un’ultima nota prima di procedere con la descrizione dell’itinerario: la prima parte del percorso era una volta un sentiero, il sentiero “0”, aperto nel 1964. Questo è stato dismesso negli anni novanta, al fine di disincentivare il turismo che, complice la vicinanza di Malga Ra Stua, comprometteva l’integrità di una zona naturale di elevato interesse naturalistico. Sebbene la montagna dovrebbe sempre oggetto di attenzione e cura da parte di chi vi accede, si invita, a maggior ragione affrontando tale itinerario, a mantenere una condotta rispettosa dell’ambiente che circonda. E l’allusione non ha certo ad oggetto il solo divieto assoluto di abbandonare rifiuti ma, anche, il più semplice obbligo di procedere con passo silenzioso ed attento, al fine di non disturbare i pascoli di camosci e cavalli selvaggi che albergano questo paradiso incontaminato.

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

La partenza dell’itinerario è il rifugio malga Ra Stua, 1695m. Pochi metri dopo il rifugio, si incontra una vecchia mulattiera militare che si innesta sulla destra. Questa permetteva durante la prima guerra mondiale di raggiungere un importante avamposto militare austriaco nei pressi di forcella Lerósa ; la si imbocca e si inizia la risalta. Ci si inoltra presto in un bosco che, all’occhio attento, si distingue dai soliti boschi dolomitici. Agli abeti si alternano, infatti, larici e pini cembri. Questi ultimi, in particolare, avvicinandosi a Lerósa, diventano sempre più frequenti: vere e proprie opere d’arte secolari, antichi fino a 500 anni. A quota 1900m circa, là dove il bosco diventa più rado e lascia spazio ai pascoli d’alta quota, poco dopo aver attraversato un ruscello, si abbandona la mulattiera e si inizia la salita sul pendio prativo, direzione E – NE, senza alcuna traccia evidente, mantenendosi sulla sinistra orografica del rio.

fig. 1 Si sale a sinistra abbandonando la mulattiera, senza alcuna evidente traccia.

Si esce quindi dal bosco e ci si trova di fronte ai favolosi pascoli di Lerósa, al cospetto del gruppo della Croda Rossa.

fig. 2 Uscendo dal limitare del bosco.
fig. 3 La Croda Rossa.

Alle spalle, la vista è spettacolare. Da sinistra, si susseguono le Tofane, la Croda del Vallon Bianco, la Croda de Antruiles e il Col Bechei de Sora.

fig. 4

Il Casòn de Lerósa è a pochi metri di distanza ma ancora non si vede; ci si tiene, invece, vicini al ruscello, fino ad incrociare un’evidente traccia che consente di guadare agevolmente.

fig. 5 Il ruscello da guadare.

Ora si traversa l’area superiore di Tremonti, in direzione N.  Il termine “Tremonti” indica, appunto, i tre dossi collinari al limite NO del pascolo di Lerósa. Si procede su prati, spesso acquitrinosi, sino a giungere ad una piccola e pianeggiante radura, dove si trovano le sorgenti che alimentano il Ru de ra Cuódes (dall’ampezzano: “rio delle cuódes”, le pietre utilizzate dai contadini per affilare la lama della falce), che a valle si immette nell’Aga de Ciampo de Crosc, poche centinaia di metri sopra Ra Stua.

fig. 6 La radura con alle spalle la Pala de Ra Fedes.

Entrando nella radura, ai piedi della Pala de Ra Fedes (dall’ampezzano: “cima delle pecore”) si continua, in leggera discesa, verso N, entrando nuovamente nel bosco.

fig. 7 La traccia torna ad essere temporaneamente visibile ed entra nel bosco.

Si scende ora con maggiore decisione fino ad intersecare un ulteriore ruscello, che si supera con semplicissimo guado. Si intravede, da qui con chiarezza, la traccia che sale il ripido pendio. Paul Grohmann, camminando per queste tracce nel 1862, scriveva: “subito dopo Lerosa si passa il Ru dei Tre Monti, poi la località Socroda, ed infine la Val Monticello al suo sbocco”.

fig. 8 Si intravede la traccia che risale il costone.

Qui la traccia, che fino ad ora era solo a tratti visibile, inizia ad essere evidente, ed attraversa una fitta area di pini mughi, fino a giungere al limite di una lingua franosa. Una serie di ometti segnala con chiarezza la direzione da seguire per uscire dalla lingua franosa ed immettersi sulla traccia che risale il costone roccioso. Poco prima dell’inizio della salita, si intuiscono sulla traccia due sbarramenti operati con pietroni posti di traverso. Non è chiaro il perché si trovino in quel punto preciso… ad ogni modo, li si ignorano e si prosegue la salita, senza alcuna difficoltà rilevante, su rocce franate comunque sempre stabili, individuando talvolta degli ometti.

fig. 9 La traccia sale su terreno franoso sempre comunque stabile e sicuro.
fig. 10 Ultimo tratto ripido della traccia.

Alle spalle, il panorama è grandioso. Si vedono con chiarezza le radure poco prima attraversate sopra Tremonti. In direzione S, si staglia la Croda de R’Ancona, 2366m, e, in fondo sulla sinistra, il Sorapis.

fig. 11 Il terreno su cui si è svolto finora il tragitto, con la Croda de R’Ancona di sfondo.

La pendenza della traccia diminuisce quindi drasticamente e si giunge in un’amena area prativa alberata, sotto la parete del costone roccioso, da cui si procede intuitivamente verso una sella erbosa, a quota 2100m circa.

fig. 12

Guadagnata la sella erbosa, il panorama muta radicalmente. Si apre di fronte una conca che alterna grandi blocchi di pietra con mughi. Sulla destra, si erge il versante occidentale della Croda Rossa Pizora.

fig. 13 La conca di pietroni e mughi. Il sentiero passa sulla destra del tronco semi-morto di un pino cembro, apparentemente divelto da un fulmine.
fig. 14 La Croda Rossa Pizora.
fig. 15 Un blocco di pietra segnato da tipici solchi carsici.
fig. 16 La conca presenta un continuo saliscendi tra blocchi di pietra e mughi.
fig. 17 Sulla sinistra, a O, si può ammirare in primo piano il profilo di Cima Nove (Sasso delle Nove), 2968m, e, subito dietro a sinistra, Cima Dieci, 3026m.

La traccia punta ad una sella erbosa leggermente più elevata, che permette di uscire dalla conca, a quota 2200m circa.

fig. 18 Leggera salita della sella. E’ evidente la traccia tra i mughi che attraversa la conca.

Superata la sella, si apre un nuovo immenso panorama mozzafiato: al centro, la Croda del Becco, 2810m, verso la cui direzione ci si dovrà dirigere traversando la magnifica Alpe de Foses o Fosses.

fig. 19

Il sentiero costeggia ora lo sperone occidentale della Croda Rossa Pizora, perdendo leggermente quota. Dalla cresta rocciosa, un camoscio ci sorveglia attentamente.

fig. 20 Notare il camoscio sulla cresta, a sinistra.

Traversando un breve tratto di grandi pietre franate, si continua a perdere quota fino a intravedere, a O, la Crosc del Grisc sita sul battuto sentiero n. 26 che, in breve, si finisce per intersecare. Ed ecco la storia della Crosc del Grisc. Una storia di amore e sangue, accaduta nel 1848. Amore tra Simone Alverà di Cortina, chiamato il Griš, probabilmente a causa dei capelli grigi, pastore di pecore sull’alpe di Foses, e Annamaria De Luca. Sposati nel febbraio del 1848, i due iniziano a convivere. Presto, tuttavia, si resero conto che la loro unione era insostenibile. Litigavano costantemente e, a quanto pare, in linea con gli usi dei tempi andati, Simone alzava spesso le mani sulla moglie. Ad agosto dello stesso anno, Simone era ripartito per i pascoli di Foses e la moglie decise di raggiungerlo. Recò con sé uno zaino che, oltre ai viveri, nascondeva un’ascia. Raggiunto il marito, ubriacatolo con una bottiglia di vino o grappa che aveva portato con sé, la moglie estrasse l’ascia e lo colpì. Era il 3 agosto 1848. La moglie sarà poi imprigionata e sconterà la pena dell’ergastolo nella prigione dei Piombi di Venezia.

fig. 21 In lontananza, la Crosc del Grisc.

Il sentiero n. 26 traversa, a O, un’evidente profonda conca carsica che ospita il Lago di Remeda Rossa o Lago de Remeda da Rosses, caratterizzato dal tipico colore delle rocce della Croda Rossa.

fig. 22 Il lago visto nei pressi dell’intersezione con il sentiero n. 26.
fig. 23

Si supera quindi un’ampia sella prativa, parzialmente acquitrinosa, che conduce all’alpe di Fósses, con incantevole veduta del Lago Pizo (o Lago Piccolo, anticamente anche Lago Morto) e del Lago Gran de Fósses (o lago de Fósses). Purtroppo, non posso esimermi dal criticare l’installazione di orribili grate di plastica, presumibilmente poste per favorire il transito degli escursionisti nell’area acquitrinosa. Sarebbe sufficiente, infatti, salire di pochi metri sul dosso prativo circostante per risolvere serenamente il problema, senza alcuna fatica o rischio per l’escursionista. Le medesime orribili installazioni sono presenti in tutta l’alpe di Fosses. Ciò mi lascia gravemente perplesso e mi porta a riflettere sul senso e l’essenza stessa di un’escursione alpina. Mi conforto rievocando le parole di Giovanni Cenacchi, che ben incarnano lo spirito di questi luoghi

L’escursione al lago di Fosses è forse l’emblema dell’emozione e del particolare tono di spirito suscitato dall’ambiente degli altipiani. Grandi estensioni, una sensazione di vastità che si traduce presto in una quieta vertigine, nel desiderio di vagare in libertà dimenticando la propria origine ed ignorando la propria meta

Giovanni Cenacchi, Escursionista per caso a Cortina d’Ampezzo, Nuove Edizioni Dolomiti, 1991, pag. 61.

fig. 24 Il magico panorama dell’Alpe di Fósses, con il Lago Pizo (piccolo) e, a destra, il Lago de Gran Fosses.
fig. 25 L’abominevole pavimentazione di alcuni tratti del sentiero n. 26, spiega, da sola, perché WINDCHILI preferisce sempre percorrere antiche tracce dimenticate anziché sentieri battuti.

Scesi nell’alpe di Fósses, si supera una piccola baita, sita sulla sponda occidentale del Lago di Gran Fósses.

fig. 26
fig. 27

Il lago di Gran Fósses è un luogo magico: ai piedi della Remeda Rosses, 2605m, è l’unico lago perenne tra i tre laghi di Fósses. Un luogo di solitaria contemplazione, dove il fascino dei paesaggi si combina con la magia della leggenda. Una leggenda, purtroppo, generalmente ignorata dai più che, tuttavia, costituisce la più complessa e antica saga epica italiana. Alludo alla saga del Regno dei Fanes, codificata dall’antropologo Karl Felix Wolff (1879-1966), che per primo ha messo su carta una storia tramandatasi oralmente dalla popolazione ladina per quasi tremila anni. In particolare, gli studiosi ritengono che gli eventi narrati nella saga del Regno dei Fanes possano avere avuto inizio in un periodo compreso tra il 900 e l’800 a.C. Osservando i mutamenti climatici post glaciali, si potrebbe invece ritenere che la saga sia ambientata intorno al 1000 a.C., periodo di lieve rialzo termico. Tali condizioni ambientali favorevoli avrebbero infatti permesso di abitare tutto l’anno i pascoli sopra i 2000 metri. Ciò premesso, per quanto qui interessa, la saga del Regno dei Fanes esordisce verosimilmente proprio nei luoghi attraversati dall’itinerario qui descritto. Segnatamente, si narra che una donna, Molta, in punto di morte, lascia la propria figlia neonata ad una vecchia anguana (una sorta di ninfa alpina) che abita una caverna sulla Croda Rossa. Le marmotte, che osservavano, raccolgono il cadavere di Molta e lo portano via, nascondendolo in un crepaccio. L’anguana si affeziona alla piccola e la adotta, dandole il nome di Moltina. Già questi primi elementi possono farci ipotizzare che la vicenda sia ambientata proprio sull’alpe di Foses. L’anguana è, infatti, una figura mitologica legata all’acqua, e l’alpe di Foses è il luogo circostante la Croda Rossa che abbonda di più acqua, sotto forma di laghi e sorgenti. La leggenda specifica, inoltre, che altre anguane vivevano nei laghetti più a nord e che ogni mattina la vecchia anguana era solita alzarsi al primo albeggiare per ammirare, fuori dalla sua grotta, il sorgere del sole. Ciò farebbe ipotizzare che la caverna leggendaria fosse sita sulla parete S della Rémeda Rosses, a metà via tra il lago de Rémeda Rosses ed i laghi Pizo e Gran de Foses. Da questa angolazione, infatti, è possibile ammirare il sorgere del sole dietro le più alte cime della Croda Rossa Pizora (Croda Rossa piccola). (Una curiosità: esistono attualmente almeno una caverna, una grotta e sette pozzi sulla Rémeda Rossa, tra i 2300 e i 2500m). Ancora, in tutta l’area di Foses sono ad oggi conosciute più di un centinaio di cavità, tra pozzi, inghiottitoi e meandri, alcune di grandi dimensioni e considerevoli sviluppi, che potrebbero coincidere con il crepaccio dove il cadavere di Molta viene nascosto. Ancora, un dato che emerge dalla ricostruzione di Wolff è che la caverna dove viveva la vecchia anguana con Moltina era esposta al vento di ponente; ciò avvalora appunto l’ipotesi che la grotta fosse localizzata sul versante orientale della Croda Rossa, apertamente esposto ai venti di ponente. In ultima, Wolff ci racconta che Moltina “a volte raggiungeva altre Anguane che vivevano presso un lago in un luogo più alto. Questo luogo è un deserto roccioso abitato da molti camosci che si estende dalla Croda Rossa fino al Sas dla Porta (nda: Croda del Beco) ed è formato da una lunga fila di cime frastagliate e in mezzo ad esse bianche pietraie alternate a laghetti e prati fioriti“. Tale area coinciderebbe, anche come descrizione, con le pendici E e O comprese tra forcella Cocodain, la Croda de Foses e Monte Muro, che rappresentano una linea di congiunzione tra la Rémeda Rosses e la Croda del Beco. Oggi il territorio in questione appare brullo, con alternanza d’erba e pietraie, e non vi sono laghetti. Tuttavia, nel 900/1000 a.C., è lecito supporre ve ne fossero in abbondanza, considerata la presenza attualmente documentata di innumerevoli doline, una volta probabilmente colme di acqua. Tutto quanto sopra descritto non ha invero il fine di dimostrare un eventuale fondamento reale dei fatti narrati dalla saga quanto, piuttosto, evidenziare come già tremila anni fa questi luoghi fossero conosciuti e chi li abitava ne fosse affascinato al punto da costruirci attorno una saga epica come quella del Regno dei Fanes.

fig. 28 Lago Gran de Foses e Remeda Rosses.
fig. 29

Riprendiamo ora la descrizione dell’itinerario. Tenendo il lago sulla destra, il sentiero risale una tipica zona di campi carreggiati o campi solcati, prima di deviare con decisione verso NE, in direzione della Croda del Becco.

fig. 30
fig. 31

Il sentiero si inoltra ora in un continuo saliscendi, attraversando un paesaggio brullo e lunare, fino a giungere al rifugio Biella, 2327m.

fig. 32

Dal rif. Biella, si continua su ampia mulattiera, sent. 6, costeggiando il versante S della Croda del Beco, 2810m.

fig. 33 La ripida parete S della Croda del Beco.

Si procede fino ad incontrare un crocevia di sentieri che si innestano sulla mulattiera e si imbocca il sentiero 6a, che, offrendo una magnifica vista del Monte Sella di Sennes, 2787m, conduce brevemente all’Ucia de Senes, 2126m.

fig. 34 Il tragitto svolto dalla Croda del Beco.
fig. 35 Monte Sella di Sennes.

Costeggiando una curiosa pista erbosa d’atterraggio dismessa, costruita nel 1968 dagli alpini della Tridentina in periodo di guerra fredda, si inizia a perdere quota seguendo il sentiero 7, fino a giungere al rifugio Fodara Vedla.

fig. 36 La pista d’atterraggio costruita nel ’68. E’ lunga circa 450 metri e, probabilmente, era già stata sfruttata nella prima guerra mondiale.
fig. 37 La chiesetta costruita dalla famiglia proprietaria del rif. Fodara Vedla.

Si segue ora il sentiero n. 9, antica mulattiera militare utilizzata durante la prima guerra mondiale. Il sentiero traversa le rive del lago de Rudo, a 2000m, per poi scendere con ripide serpentine fino a Cianpo de Crosc, a circa 1700m.

fig. 38 Vacche al pascolo nei prati antistanti il rif. Fodara Vedla.
fig. 39 Lago de Rudo e, dietro, i Lavinores, 2462m.

Si segue, quindi, la mulattiera sentiero n. 6 che conduce a valle e, in breve, al rif. Malga Ra Stua. Una curiosità storica sul nome Ra Stua. “Stuar“, in dialetto veneto, significa chiudere. Ra Stua, letteralmente, significa “la chiusa” ed il nome trae appunto origine da una chiusa costruita nel ‘600 da Giovan Maria de Zanna al fine di agevolare la fluitazione del legname lungo l’alveo dell’Aga de Cianpo de Crosc.