Traversata di Forcella del Rauhkofel: dalla Val della Fontana di Sigismondo alla Val Fonda

(con apertura di nuova via in discesa!)

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EEA. Discesa dalla Forcella del Rauhkofel alla Val Fonda: PD+. Traversata alpinistica di media lunghezza ed impegno fisico, con diversi passaggi di I grado, tendenzialmente sempre poco esposti, ed un paio di passaggi di II grado su roccia friabile. Necessità di allestire una sosta per una calata ripida di ca 10m (in salita, V grado).

DISTANZA: 15 km – DURATA: 7.30 h – DSL: 800 m D+

DATA: 14 agosto 2022

PREMESSE

Come ormai molte delle avventure Windchili, anche questa scaturisce da un precedente tentativo incompiuto dell’amico Riccardo di congiungere, in discesa, la Val della Fontana di Sigismondo con la Val Fonda transitando per Forcella del Rauhkofel. Siamo nel gruppo del Cristallo, versante orografico sinistro del rio Val Fonda, ambiente inviolato ed estremamente selvaggio, già in più di un’occasione meta d’esplorazione (vedi l’esplorazione del ghiacciaio del Cristallo e la discesa in Val Fonda da Forcella Michele). Informazioni su questo itinerario sono davvero scarne, come di consueto d’altro canto. La seguente è la terza relazione mai pubblicata della discesa in Val Fonda dal Monte Rauhkofel. La prima fu pubblicata da Theodor Wundt nel 1893, primo uomo a compiere la discesa sul versante est dalla cima del Rauhkofel ma non primo, invece, a compierne la salita. La prima ascensione del Rauhkofel, infatti, è datata 1883 e porta la firma W. Eckerth. Questi, tuttavia, non s’azzardò a scendere in Val Fonda, ritenendo che “dovunque avessimo tentato la discesa, saremmo sempre finiti sulle pareti compatte e verticali della Val Fonda, per le quali è assolutamente impossibile scendere.” (W. Eckerth, Il gruppo del monte Cristallo – 1891, La Cooperativa di Cortina, 1989, pag. 102). Così impossibile non dev’essere sembrato a Wundt dodici anni dopo! Wundt, peraltro, scelse una traiettoria differente rispetto alla linea da noi studiata per quest’avventura, più diretta e più a N, calandosi direttamente dalla cima del monte Rauhkofel. Ecco le sue parole, corredate dalla celebre fotografia (fig. 1): “Arrivando dall’alto su roccia molto friabile, avevamo raggiunto una cengia le cui rocce scivolose non potevano essere superate direttamente. Qui è stato necessario scendere in corda doppia. La fune è stata fatta girare intorno a un masso a questo scopo, e uno alla volta ci siamo imbragati ad essa e ci siamo tirati giù. (…) Il resto della discesa è stato facile, ma la passeggiata attraverso la Val Fonda è stata ancora più confortevole.” (Vanderungen in den Ampezzaner Dolomiten, Deutsche Verlags-Anstalt, 1895, pag. 66).

fig. 1 La calata in corda doppia di Theodor Wundt

Successivamente a Wundt, si deve pazientemente attendere la penna di Marco di Tommaso, Cristina Bacci e Angelo Zangrando che, a distanza di 110 anni, descrivono la discesa del Rauhkofel nel libro “Avventure nelle Dolomiti Orientali” (Tamari Montagna Edizioni, 2005, pag. 74). In merito, gli autori scrivevano che l’itinerario è “quasi totalmente non segnalato su terreno impervio, destinato ad escursionisti esperti“. Noi oggi abbiamo preferito una traiettoria più meridionale di quella identificata da Wundt, e solo per il primo tratto aderente a quella scelta da Di Tommaso e dai suoi compagni; il nostro percorso pertanto, parrebbe risultare assolutamente inedito. Non possiamo tuttavia dare per certo che l’odierna spedizione sia stata la prima a calcare tale traiettoria. Fin dai primi mesi di ostilità della prima guerra mondiale, infatti, il Monte Rauhkofel era “saldamente presidiato dagli austriaci, che occupavano con notevoli forze il rovescio delle forcellette di cresta.” (A. Berti, 1915-1917, Guerra in Cadore e in Ampezzo, Mursia, pag. 104). Non minore importanza strategica, peraltro, rivestivano tali postazioni per gli italiani; dal Rauhkofel, infatti, il comando italiano temeva potessero essere sferrati fatali attacchi alle truppe che dal Ponte della Marogna avessero dovuto spingersi a Carbonin. Per tale ragione, “violenti attacchi italiani, sferrati nell’autunno 1915 (11-12 settembre; 21-2 ottobre), nel corso di azioni di più ampio raggio, si erano infranti come ondate contro uno scoglio alla base del monte” (A. Berti, Id.). Non è quindi da escludere che qualche ardimentoso soldato, italiano o austriaco, abbia già faticosamente percorso la nostre odierna traiettoria! Un’ultima nota storica: le carte riportano spesso la dicitura “Rauchkofel – Monte del Fumo”. La cima, invero, si chiama “Rauhkofel – Monte Scabro”. La trasformazione toponomastica è ascrivibile ad un errore degli interpreti italiani che mutarono il tedesco “rau” (ruvido, scabro) con “rauch” (fumo).

La squadra per l’avventura esplorativa di oggi è composta da Paolo, Riccardo ed Edoardo (oltre, ovviamente, al sottoscritto!).

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Lasciata l’auto nei pressi di Carbonin, una mulattiera si innesta, a quota 1457, sulla passeggiata della ferrovia. La si imbocca e, dopo un breve tratto nel bosco, ci si addentra sulle ghiaie della Val della Fontana di Sigismondo, risalendo la valle su chiara traccia, dapprima sul versante orografico sinistro e, poi, su quello destro (fig. 2 e 3).

fig. 2 Le prime ghiaie della Val della Fontana di Sigismondo
fig. 3 Già si intravede la Forcella del Rauhkofel

L’incedere è agevole fino all’attraversamento di un ripido impluvio che segna il termine della traccia (fig. 4). Ci si porta quindi sul greto e, senza via obbligata, si raggiunge in breve la parte apicale della Val della Fontana di Sigismondo, là dove i baranci lasciano il passo alle scomode ghiaie franate dal Rauhkofel e dalla Costabella (fig. 5).

fig. 4 L’impluvio che segna il termine della traccia e presso il quale è necessario scendere nel greto
fig. 5 La parte apicale della Val della Fontana di Sigismondo

La Forcella del Rauhkofel è ormai sempre più vicina; un ultimo ripido tratto di ghiaie (fig. 6) ed iniziamo ad avvistare i resti dei baraccamenti austriaci della prima guerra mondiale (fig. 7). L’imponente quantità di scatolame arrugginito ed ossa di ungulati (probabilmente cervi, viste le dimensioni!!!) (fig. 8) ci fanno intuire quanto tempo i soldati austriaci abbiano “soggiornato” presso questa linea.

fig. 6 L’ultimo ripido tratto di ghiaione prima della Forcella del Rauhkofel
fig. 7 I resti dei baraccamenti austriaci.
fig. 8 Una mascellona, verosimilmente di cervo, probabile cena di un secolo fa dei soldati austriaci

Giunti in Forcella del Rauhkofel, 2250m, la vista è spettacolare. Da una forcelletta pochi metri prima della Forcella, sulla cresta rocciosa, si può ammirare verso N la cima del Rauhkofel, 2358m (fig. 9). Dalla Forcella del Rauhkofel, verso S, si profila maestoso il ghiacciaio del Cristallo, sovrastato dalle cime del Cristallo e del Piz Popena (fig. 10 e 11).

fig. 9 Riccardo e, alle sue spalle, la cima del Rauhkofel
fig. 10 Le cime del Piz Popena e del Cristallo sorvegliano il sottostante ghiacciaio del Cristallo
fig. 11 In forcella!

Inizia ora la parte più esplorativa e delicata dell’itinerario. Si valica la Forcella del Rauhkofel verso S e si scende, piuttosto agevolmente, tra innumerevoli resti di filo spinato, fino al verde pendio prativo; un vero e proprio giardino pensile rigoglioso, aereo, contornato da profondi precipizi (fig. 12 e 13).

fig. 12 Il versante S di Forcella del Rauhkofel
fig. 13 Sul pulpito prativo; alle spalle, il ghiacciaio del Cristallo!

Si scende quindi fino ai margini più bassi del prato, tenendo la sinistra, fino ad imboccare un ripido canale che scende verso E (fig. 14). Si inizia ora la discesa su terreno abbastanza solido (fig. 15); la roccia, infatti, è spesso levigata dall’acqua e la progressione in disarrampicata risulta gradevole e semplice (fig. 16) sino a che, nei pressi di una strettoia, ci troviamo di fronte ad un bel salto di circa una decina di metri (fig. 17). L’itinerario sino a qui svolto parrebbe ricalcare la linea scelta da Marco Di Tommaso e dai suoi compagni: “Valicata verso sud la Forcella Rauhkofel, si scende nel versante opposto, seguendo una traccia di sentiero che, con numerosi zig-zag, solca il pendio erboso sotto il suddetto intaglio. Presso l’imbocco di un canale erboso, il sentiero scompare. Si scende per questo e, quando non è più possibile proseguire, si traversa verso destra su cengette (I) e si entra in uno parallelo“. A differenza di Di Tommaso, però, noi preferiamo una discesa più diretta e scegliamo di continuare nel canale.

fig. 14 Il passaggio dal pendio prativo al canale
fig. 15 La sezione apicale del canale
fig. 16 La discesa nel canale è piacevole, su roccia piuttosto compatta e levigata
fig. 17 Presso la strettoia, un salto di roccia di circa una decina di metri ci impone di calarci

Iniziamo quindi ad allestire una sosta con cordino dentro una rientranza della parete e friend di supporto su compattissima roccia (fig. 18) e ci caliamo, superando il ripido salto. Apro io, segue Riccardo e chiude Edoardo (fig. 19 e 20). Da notare che, nei pressi della base del salto, fuoriesce dalla roccia una timido rigolo d’acqua sufficiente, con estrema pazienza, a riempire una borraccia!

fig. 18 Edoardo allestisce la sosta prima del salto
fig. 19 Inizio a calarmi per superare il salto di roccia
fig. 20 Riccardo in calata

Giunti alla base del salto di roccia, assecondando il pendio che degrada verso sinistra, troviamo un nuovo salto, meno marcato ma comunque esposto, e lo aggiriamo sulla destra, scendendo per ripidi mughi. Si entra ora in un curioso antro (fig. 21), particolarmente marcio, dove si effettuano un paio di passaggi delicati: un primo traverso su roccia sporca (II+ grado) (fig. 22), prestando particolare attenzione al fondo viscido, conduce in uno stretto canale di mobili sfasciumi e, dopo pochi metri, un secondo passaggio su terreno e roccia ancor più sporca e marcia (II grado) permette di superare un piccolo salto (fig. 23). L’ambiente è favoloso: siamo dentro un stretta gola inclinata con impagabile panorama sul Piz Popena.

fig. 21 Il curioso antro dentro il quale progrediamo
fig. 22 Il sottoscritto compie il traverso su fondo sdrucciolevole
fig. 23 Riccardo affronta il secondo passaggio delicato dentro la gola

Usciti dalla stretta gola, si può procedere entrando simpaticamente dentro un cunicolo, cui tetto è un enorme masso incastrato nel canale oppure, in alternativa, scendere sulla sinistra del canale su facili roccette. Ovviamente, noi non potevamo non godere di questi trenta secondi da speleologi durante la nostra esplorazione! (fig. 24 e 25)

fig. 24 Entrato nel pertugio!
fig. 25 Riccardo esce dal cunicolo!

Si scende ora per poche decine di metri, fino a che il canale si apre: sulla sinistra, un alto affioramento roccioso, riconoscibile da un masso quadrato incastrato alla sua base (fig. 26); frontalmente, le ghiaie finisco tra baranci oltre i quali s’apre il baratro; a destra, una debole traccia di camosci entra tra i mughi. Si imbocca quest’ultima traccia e si perdono circa 20/30 metri di quota a zig-zag tra il costone di mughi ed il canalino detritico che solca la sinistra del costone (fig. 27 e 28).

fig. 26 L’affioramento roccioso sulla sinistra (Riccardo è andato in perlustrazione sulla cima!)
fig. 27 Scendendo a zig zag tra i ripidi baranci
fig. 28 Edoardo scende nel canale a sinistra del costone barancioso

Si giunge quindi alla medesima quota dove, a S, un impluvio taglia il costone barancioso. Si supera verso S l’impluvio, badando di traversarlo nella sezione apicale, per evitarne i ripidi margini franosi (fig. 29). Di lì, si continua a traversare le pendici rocciose di Costabella, tenendosi sempre piuttosto in quota per accedere più agevolmente al profondo impluvio di ghiaie che separa le pendici settentrionali del Monte Cristallo dalle pareti della Costabella, fino ad individuare una sorta di “scivolo” ghiaioso che consente di entrare nell’impluvio. È fondamentale individuare questo preciso punto di accesso in quanto il solo che permette di scendere più o meno agevolmente; come si evince dall’immagine di cui all fig. 30, infatti, ogni altra traiettoria comporterebbe una calata lungo ripidi margini rocciosi.

fig. 29 L’attraversamento a monte dell’impluvio
fig. 30 La traiettoria scelta dall’uscita della gola

Una volta dentro il profondo impluvio che separa le pendici del Monte Cristallo dalla Costabella, si rimonta il ripido bordo e si individua facilmente il sentiero che conduce ai piedi del salto roccioso che separa la Val Fonda dal circo glaciale del Cristallo. Una capatina alla magica cascatella è d’obbligo (fig. 31 e 32)!

fig. 31 La cascatella ai piedi del salto roccioso che separa la Val Fonda dal circo glaciale del Cristallo
fig. 32 La cascatella alla testata di Val Fonda

Senza via obbligata, individuando qualche ometto che di volta in volta, sul versante idrografico destro della Val Fonda, indica la traccia, si scende a valle, verso il Ponte della Marogna (fig. 33 e 34), per rimontare poi l’argine artificiale sulla sinistra, in corrispondenza della casetta di legno. Di qui si scende l’argine sulla sinistra, abbandonando la Val Fonda e dirigendosi, su comoda mulattiera, verso Carbonin in mezzo al bosco.

fig. 33 Riccardo in Val Fonda
fig. 34 La strettoia della Val Fonda

NOTE CONCLUSIVE

L’itinerario è divertente e non presenta particolari difficoltà tecniche, salvo la necessità di allestire una singola sosta per calata di 10 m. Il panorama, per l’intero svolgimento, è mozzafiato: Piz Popena, ghiacciaio del Cristallo e Monte Cristallo sono la cartolina che ci accompagna dalla Forcella del Rauhkofel alla Val Fonda. Unica sorpresa: ad eccezione del filo spinato in Forcella Rauhkofel, non abbiamo rinvenuto alcun reperto bellico. Ciò è davvero singolare, considerate le premesse storiche. Evidentemente, il versante meridionale del Rauhkofel doveva apparire ai soldati italiani veramente inaccessibile, al punto da concentrare tutti i tentavi di conquista sul versante settentrionale. Salvo prova contraria, possiamo quindi fieramente affermare di essere stati i primi, oggi, ad aprire questa nuova traiettoria di discesa!

Anello del Monte Rudo

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EEA/PD. Lunga traversata alpinistica in ambiente severo, di per sé priva di difficoltà tecniche ma con diversi passaggi esposti e su terreno spesso incerto a causa della massiccia erosione.

DISTANZA: 15,5 km – DURATA: 9 h – DSL: 1400 m D+

DATA: 31 luglio 2022

PREMESSE

Già l’estate scorsa, l’amico Paolo aveva portato alla mia attenzione il giro ad anello del Monte Rudo (Rautkofel), con discesa per la Val Bulla. Su questo itinerario, alcune relazioni sono già state pubblicate. Ve ne sono talune, peraltro, che recano date piuttosto risalenti (addirittura 2009) e, in quanto tali, non possono essere considerate attendibili. Eventi atmosferici particolarmente intensi, infatti, si sono abbattuti nel corso degli anni successivi sulle Dolomiti; uno tra tutti, nell’agosto del 2017, ha di fatto sconvolto la topografia locale, cancellando letteralmente alcuni sentieri. È questo il caso della traccia che raggiunge la forcella del Rondoi percorrendo il versante meridionale del Monte Rudo, per poi immettersi in Val Bulla. Nel 2021, contattammo una guida alpina che, addirittura, rifiutò di accompagnarci nella discesa per la Val Bulla, memore della crisi di nervi di un povero cliente nell’attraversamento dei numerosi profondi impluvi che solcano la valle. E questa storia fu per noi il seme della curiosità. Abituati ad esplorare impervie valli selvagge, avvezzi all’impluvio quanto al barancio, non potevamo non esplorare anche la famigerata Val Bulla! Oltre ovviamente a Paolo, accettano di buon grado di unirsi all’avventura Edoardo, ormai compagno immancabile di ogni esplorazione Windchili, e Marco, alla prima uscita con il nostro gruppetto!

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Lasciata l’auto nei pressi della ex fortificazione austriaca del Forte di Landro (Werk Landro), 1400m, si imbocca una mulattiera erbosa che, in breve, conduce alla traccia che risale a serpentine le pendici occidentali del Teston di Rudo. Si apre tra i mughi, di tanto in tanto, uno splendido panorama sul lago di Landro, sovrastato dal monte Cristallo e dal Popena. La Val Fonda, nella parte apicale, svela la fronte del ghiacciaio del Cristallo… e constatiamo che questo non è ormai più diviso in due lobi, come da rilevamenti svolti nelle esplorazioni degli ultimi due anni, ma è retrocesso ben sopra il grande affioramento roccioso che lo divideva (fig. 1).

fig. 1 Il panorama sulla Val di Landro e, all’orizzonte, il monte Cristallo ed il Piz Popena

Il sentiero, in costante salita, porta subito a guadagnare ca 700 m D+, fino a giungere ai ruderi di un insediamento austriaco della prima guerra mondiale, a quota 2175m (fig. 2 e 3).

fig. 2 Appropinquandoci all’insediamento militare austriaco di quota 2175m
fig. 3 Curiosando dentro una fortificazione, con vista sul monte Piana e, all’orizzonte, su monte Cristallo, Piz Popena e Cristallino di Misurina

Il sentiero risale ora con decisione una dorsale rocciosa (fig. 4 e 5) puntando allo sperone occidentale del Teston di Rudo (fig. 6).

fig. 4 Il sentiero rimonta decisamente una dorsale rocciosa
fig. 5 Paolo affronta la dorsale rocciosa nella parte superiore rispetto alle fortificazioni militari austriache, ben visibili in basso a destra
fig. 6 Edoardo ai piedi dello sperone occidentale del Teston di Rudo

Si prosegue ora ai piedi della parete, alternando passaggi su brevi cenge esposte (fig, 7 e 8) e franosi impluvi detritici (fig. 9).

fig. 7 La traccia si sviluppa ora in leggera inclinazione, su cengia esposta
fig. 8 La progressione in cengia non presenta, comunque, alcuna difficoltà
fig. 9 Attraversando i vari impluvi che solcano i pendii della montagna

Questa prima sezione dell’itinerario non presenta particolari difficoltà, se non un paio di passaggi da affrontare con cautela: rispettivamente un brevissimo tratto di arrampicata per superare un salto roccioso di un paio di metri (fig. 10 e 11) ed una stretta cengia esposta (fig. 13 e 14). I due passaggi delicati sono separati da una tranquilla progressione in cengia (fig. 12).

fig. 10 Edoardo supera con agile classe il breve salto roccioso
fig. 11 Paolo si appresta a superare il salto di roccia
fig. 12 Paolo ed io che procediamo in cengia
fig. 13 Paolo affronta l’esile traccia che taglia la parete
fig. 14 Il sottoscritto per percorre la cengia

Ora la traccia prosegue ai piedi della parete (fig. 15), senza alcun passaggio esposto o pericoloso, fino a giungere nei pressi dello sperone meridionale del Teston di Rudo, intorno a quota 2500m, in prossimità di una serie di fortificazioni militari dalle quali gli austriaci bombardavano il Monte Piana nel 1915 (fig. 16 e 17).

fig. 15 La traccia prosegue ai piedi della parete
fig. 16 Marco visita i ruderi dell’avamposto militare austriaco
fig. 17 Sull’opposto versante dello sperone meridionale del Teston, si rinvengono altre fortificazioni

Imponente, di fronte a noi, la parete meridionale del Monte Rudo ovest (fig. 18), separata dallo sperone su cui ci troviamo da una valle ghiaiosa che conduce direttamente in Val Rienza. Intravediamo la traccia che risale esposte balze rocciose alle pendici del Monte Rudo ovest e, per sicurezza e comodità, scegliamo fin d’ora di imbragarci. Una coppia, che ci precedeva, abbandona la traccia e scende lungo il ghiaione verso la Val Rienza: è l’ultima “via di fuga” prima di affrontare la sezione più delicata del versante meridionale del Monte Rudo.

fig. 18 Il Monte Rudo ovest e, in rosso, la traccia da seguire.

Seguiamo la traccia, che perde quota, superando prima uno sperone roccioso (fig. 19) per poi raggiungere il fondo del vallone ghiaioso e, quindi, rimontare le ghiaie fino alle pendici della parete del Monte Rudo ovest (fig. 20). Un primo passaggio delicato su terreno cedevole ci conduce al vertice dello spigolo meridionale del Monte Rudo ovest (fig. 21). Di lì, la traccia supera una serie di impluvi friabili (fig. 22 e 23) che separano il Monte Rudo ovest dal Monte Rudo di mezzo.

fig. 19 Al vertice dello sperone roccioso che separa il vallone che scende in Val Rienza
fig. 20 Edoardo raggiunge la base della parete del Monte Rudo ovest
fig. 21 Paolo risale su terreno cedevole lo spigolo roccioso meridionale del Monte Rudo ovest
fig. 22 Paolo supera gli impluvi che separano il Monte Rudo ovest dal Monte Rudo di mezzo
fig. 23 Edoardo supera uno dei vari impluvi che cancellano il sentiero

Si giunge ora su una comoda sella, nei pressi di una caverna nella roccia. La traccia, che fino ad ora puntava verso E, devia bruscamente verso N/NE, aggirando lo spigolo meridionale del Monte Rudo di mezzo. Qui inizia la parte più “seria” della traccia sul versante meridionale del Monte Rudo. La “serietà” non è tanto dovuta alla difficoltà dei passaggi quanto all’aumentare dell’esposizione. Il versante meridionale del Monte Rudo di mezzo, infatti, si biforca in due ripidi speroni rocciosi e la traccia traversa le verticali e friabili pareti su un terreno sempre più dilavato ed incerto. Il primo assaggio di quanto ci aspetta lo troviamo nei primi metri dopo la selletta. Il costone orientale della sella è completamente smottato, cancellando il sentiero. Ci troviamo quindi costretti a progredire con estrema cautela, dapprima su zolle erbose e poi sulla più solida (solida???) roccia (fig. 24). Esemplare è il confronto con quanto fotografato da una comitiva nel 2017 (fig. 25) (fonte).

fig. 24 Superato il primo tratto critico. È evidente il collasso del costone che ha spazzato via il sentiero
fig. 25 Immagine scattata nel 2017, quando ancora esisteva il sentiero

Ed ora la parte più caratteristica e delicata del sentiero. Una stretta ed esposta cengia inclinata e gradinata conduce al bordo di un salto di roccia di circa tre metri. Una scaletta in alluminio, fissata alla base con due cordini non propriamente “stabili” legati ad un chiodo da roccia, permette di superare il salto (fig. 26). Pericolosissimo, invece, è il cordino che lega la scala, nella parte apicale, al fittone di guerra. Fortunatamente, ho saggiato la solidità del fittone prima di scendere la scala e… un po’ come il giovane Artù nella spada nella roccia, ho letteralmente estratto il pesante fittone dalla parete!!! Ho quindi abbandonato il fittone a terra poiché, se qualcuno dovesse reggersi sul cordino mentre scende la scala, si tirerebbe addosso l’intero fittone… scenario non proprio auspicabile, considerato che la scala poggia su una selletta che degrada nel vuoto. Una volta, la scala di alluminio era affiancata da una scala di legno… ora la vecchia scala di legno giace, in pensione, sul roccione di fronte alla selletta (fig. 27). Come anticipato, per giungere alla scala di alluminio è necessario percorrere un’esile cengia che, per pochi passi, si affaccia sul baratro sottostante. Provvidenziale è un ulteriore fittone, ben infisso pochi metri prima dell’imbocco dell’esposta cengia (fig. 28). È su questo fittone che Edoardo allestisce un punto di manovra per assicurarci mentre ci appropinquiamo alla scaletta. Apro io e scendo tranquillamente. Appena giunto sulla selletta, è mia premura tenere ferma la scaletta per i miei compagni d’avventura che si apprestano alla discesa (fig. 29 e 30).

fig. 26 In basso a sinistra si distingue il cordino che lega la parte apicale della scala di alluminio al fittone. Ora il fittone è riposto a terra, onde evitare tragici incidenti. In rosso, la prosecuzione della traccia rimontando il secondo sperone roccioso del Monte Rudo di mezzo
fig. 27 Il riposo della vecchia scala di legno, dopo chissà quanti anni di onorato servizio
fig. 28 Il fittone (questa volta ben fisso!) su cui faremo sicura
fig. 29 Marco procede assicurato verso la scaletta
fig. 30 Pronto a tenere ferma la scaletta prima del passaggio dei miei compagni d’avventura

Scesi tutti dalla “scaletta mobile”, realizziamo che i successivi metri sono altrettanto complicati. Non tanto per la difficoltà tecnica (di fatto assente) quanto per la combinazione di esposizione e terreno friabile. Si potrebbe certamente procedere slegati ma perché rischiare la vita, visto che abbiamo tutto l’occorrente per una progressione sicura? Cerchiamo quindi di allestire una sosta per assicurarci ma la roccia è completamente marcia. Per ben quattro volte Edoardo prova a piantare un chiodo ma la roccia si sgretola intorno non appena il chiodo entra (fig. 31). Alla fine rinunciamo e decidiamo di usare il chiodo che regge la scala per assicurarci. Mi cimento per primo in questo tratto di traversata all’interno dell’anfratto roccioso e senza alcun problema giungo in un punto più sicuro, superando il tratto esposto (fig. 32 e 33). Tocca ora a Marco e Paolo traversare (fig. 34 e 35).

fig. 31 La roccia non vuole accogliere i nostri chiodi ;-(
fig. 32 Inizio la traversata del tratto esposto
fig. 33 Una panoramica rende l’idea dell’ambiente dove si sviluppa la traccia
fig. 34 Paolo traversa la cengia insidiosa
fig. 35 Marco e Paolo hanno superato il tratto più esposto. L’immagine rende l’idea dell’esposizione

Giunti nel punto più “sicuro” per slegarsi, ancora le difficoltà non sono terminate. Si tratta ora di rimontare un ripido spigolo coperto di friabili ghiaie (fig. 36). Finalmente, in sella allo spigolo, possiamo tirare un sospiro di sollievo. Riguardiamo indietro e solo ora realizziamo quanto la traccia che abbiamo percorso sia aerea e friabile (fig. 37).

fig. 36 Marco e Paolo superano il ripido e friabile pendio
fig. 37 Uno sguardo retrospettivo ci fa apprezzare appieno l’esposizione del tratto percorso.

Nei pressi della selletta erbosa, intorno a quota 2520m, troviamo anche una curiosa trincea contenente un libro di sentiero. Peccato che il contenitore sia vuoto e non avremo mai modo di lasciar traccia in loco del nostro passaggio. Ora, è fondamentale badare a non perdere la traccia: dalla trincea, proseguendo verso NE, il costone della montagna collassa (fig. 38). La traccia, tuttavia, non segue tale direzione ma si inerpica a monte, in direzione NO, su facili e stabili roccette, per circa una cinquantina di metri, esattamente nell’intaglio tra il Monte Rudo di mezzo ed il Monte Rudo Grande.

fig. 38 Il costone della montagna collassato; all’orizzonte, il Monte Mattina (Morgenkopf), 2493m
fig. 39 La traccia devia bruscamente rimontando verso NO su facili roccette

Più prendiamo quota più aumenta l’intaglio tra il Monte Rudo di Mezzo ed il Grande. Un ultimo tratto in arrampicata e giungiamo ad una comodissimo crinale erboso da cui si domina tutto ciò che di bello c’è da vedere nei dintorni! Una sosta ristoratrice è ora d’obbligo… e mentre ci rifocilliamo, spunta pure fuori il sole!!!

fig. 40 Finalmente una sosta!
fig. 41 E le nuvole, alla fine, si diradarono.

La traccia si sviluppa ora su terreno più dolce, traversando un enorme cengia erbosa sul versante meridionale del Monte Rudo Grande. Si traversa ancora un piccolo ghiaione (fig. 42), per poi rimontare l’ennesimo spigolo friabile, con attenzione e cautela, su terreno cedevole e ripido (fig. 43 e 44).

fig. 42 Traversando il ghiaione che taglia il versante meridionale del Monte Rudo Grande
fig. 43 Edoardo ed io sulle pendici del Monte Rudo Grande
fig. 44 Ancora una volta superiamo friabili e ripidi costoni ai piedi delle pareti del Monte Rudo

Ed ecco che finalmente avvistiamo la forcella che conduce al Passo Grande del Rondoi, incorniciata da due ometti (fig. 45)!! Sono passate poco meno di sei ore e siamo al punto di svolta; giunti nel ghiaione che separa il Monte Rudo Grande dallo sperone meridionale della Croda del Rondoi, non si deve proseguire verso E ma deviare verso N, su modestamente ripide ma agevoli ghiaie fino a guadagnare la Forcelletta del Rondoi (Schwalbenjöchl), 2672m (fig. 46, 47 e 48).

fig. 45 In alto, sul profilo di cresta, si intravedono i due ometti che indicano l’accesso per scendere al Passo Grande del Rondoi. Sopra il mio caschetto, invece, le bianche ghiaie sulle quali ci si deve inerpicare, verso N
fig. 46 Edoardo attacca il ghiaione fino alla Forcelletta del Rondoi che conduce alla Val Bulla.
fig. 47 Paolo risale gli ultimi metri di ghiaione fino alla Forcelletta del Rondoi
fig. 48 In forcella!

Ed eccoci a scendere in Val Bulla! La pendenza è contenuta e le ghiaie sono belle morbide; l’ideale per una veloce sciata in discesa!

fig. 49 Si scende come treni su un fondo bello cedevole!
fig. 50 Cala l’adrenalina, il peggio è passato!

Là dove il ghiaione perde pendenza, si individua una debole traccia tra chiazze d’erba (fig. 51), con ometto, e la si imbocca, badando però di abbandonarla per deviare verso la sinistra orografica della Val Bulla, non appena ci si avvicina ai baranci (fig. 52) (proseguendo sulla destra orografica si seguirebbe il vecchio sentiero, che tuttavia risulta ripetutamente interrotto da profondi e ripidi impluvi). A quota 2080m, in prossimità del termine del letto ghiaioso, ci si addentra tra i baranci e si iniziano a traversare semplici impluvi (fig. 53). Si prosegue, in leggera discesa, tenendosi sempre sulla sinistra orografica del Val Bulla, sino a che un muro di baranci rende più difficoltoso il passaggio. A questo punto, è alternativamente possibile scendere su ripide ma facili ghiaie sino al greto del torrente, oppure entrare nei fitti baranci fino ad un profondo e largo impluvio. Noi optiamo per la seconda soluzione e, giunti sul bordo del costone franato, allestiamo una manovra su un solido ramo di mugo per calarci in sicurezza sul fondo dell’impluvio. Ci attendono circa 20/25m di ripida calata, su un fondo estremamente friabile. Il consiglio, per chi giunge nel fondo dell’impluvio, è di abbandonare immediatamente la posizione, scendendo più a valle, poiché chi scende a monte muove inevitabile un’importante quantità di detriti (fig. 54 e 55).

fig. 51 Si individua la vecchia traccia che scendeva sul versante orografico destro della Val Bulla e la si imbocca fino a che si immette nei baranci
fig. 52 Sulla sinistra orografica della valle, intorno a quota 2080m, tra gli ultimi macigni del ghiaione, ci si immette tra i mughi
fig. 53 Si traversano alcuni semplici impluvi che hanno spazzato via il costone di baranci
fig. 54 Un enorme e profondo impluvio taglia il versante orografico sinistro della Val Bulla. Per procedere in sicurezza è opportuno assicurarsi e calarsi.
fig. 55 Mentre mi calo sul fondo dell’impluvio

Il canale dell’impluvio non è proprio morbido come il ghiaione che scendeva da Forcella di Val Bulla ma ci si diverte comunque, con qualche acrobazia, a sciarlo (fig. 56)! Usciti dal ghiaione dell’impluvio, si entra nel greto asciutto del torrente della Val Bulla e si scende tra enormi macigni e tronchi levigati dalle acque (fig. 57). A quota 1700m, un debole rigagnolo d’acqua fuoriesce in un paio di punti dalle ghiaie che hanno coperto il greto del torrente. Continuiamo a perdere quota, progredendo sul greto del torrente circondati da ripide pareti di terra compatta, solcata dall’erosione delle acque, fino a giungere ad un terrapieno di ghiaia che funge da argine (fig. 58). È proprio sull’argine che si deve rimontare, per poi ridiscenderlo nei pressi di un forte militare dal quale un obice da 105 mm bombardava massicciamente Forcella Lavaredo nel maggio 1915. Aggirato il forte, si trova la vecchia mulattiera erbosa che, in breve, riporta al parcheggio del Forte di Landro.

fig. 56 Non è proprio morbido ma comunque in qualche modo sciabile!
fig. 57 Entrati finalmente nel greto del torrente
fig. 58 Le ultime centinaia di metri nel greto, prima di salire sull’argine di ghiaia sul versante orografico sinistro

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Nonostante l’itinerario non presenti particolari difficoltà tecniche (solo qualche passaggio massimo di I/II°), l’intera traccia sul versante meridionale del Monte Rudo, in particolare la sezione del Monte Rudo di Mezzo, si sviluppa su cenge esposte e dilavate. Passo fermo e condizioni meteo stabili sono fondamentali per affrontare tale percorso, che non può assolutamente essere considerato banale e sottovalutato per l’assenza di difficoltà alpinistiche. Una riflessione finale: alcuni sentieri dolomitici, tra questi sicuramente l’anello del Monte Rudo, non saranno percorribili in eterno. Ogni anno, gli eventi atmosferici erodono le pareti, spazzando via interi costoni e dilavando le cenge, che diventano sempre più esili. In assenza di adeguata manutenzione, un sentiero come la traccia che traversa il versante meridionale del Monte Rudo è destinato a breve a scomparire e, in ogni caso, richiederà all’escursionista sempre maggior ardimento. Un’occasione in più per percorrerlo quanto prima!!!

Chi gradisse cimentarsi in questo itinerario, non potrà mancare di leggere anche la relazione del fortissimo compagno d’avventura Paolo e guardare il video da lui montato!

Traversata di forcella Campale: dal Cadin di Croda Rossa al Cadin del Ghiacciaio

DIFFICOLTÀ COMPLESSIVA: EEA+. Calata di Forcella Campale: AD+. (Dovendo, come accaduto, risalire in arrampicata il tetto strapiombante, corrispondente al 4° tiro: D+).

Traversata alpinistica mediamente lunga e fisicamente non troppo impegnativa. La calata da forcella Campale al Cadin del Ghiacciaio si sviluppa su ca 150m, 100m D-, con necessità di effettuare almeno 6 calate (4 appoggiate, 1 strapiombante, 1 ripida). Nella sezione centrale, in disarrampicata, si raggiungono difficoltà di V grado. Da non sottovalutare la condizione della roccia, spesso marcia, che rende più difficoltosa la disarrampicata.

DISTANZA: 14 km – DURATA: 8,30 h – DSL: 1200m D+

DATA: 17 luglio 2022

PREMESSE

Una forcella è un valico che separa due valli. È quindi, idealmente, il punto di transito per passare da una valle all’altra… idealmente… vi sono infatti forcelle che, se da un versante si raggiungono più o meno agevolmente, dall’altro terminano nel vuoto. Io le chiamo ironicamente “forcelle terra-aria” 🙂 La Croda Rossa pare essere generosa quanto a forcelle terra-aria. La più nota è sicuramente Forcella Nord, la forcella più alta sciabile sulle Dolomiti. Si accede faticosamente su due piedi dalla Val Montejela ma si scende a quattro zampe dal lato di Forcella Nord. È un percorso di sci alpinismo piuttosto estremo ma risulta fattibile e se ne trova recensione. Altro esempio è poi Forcella Campale. Vi si accede salendo un ripido ghiaione dal Cadin di Croda Rossa ma, giunti in forcella, si potrà scendere fino al Cadin del Ghiacciaio? È questo il quesito che Edoardo ed io ci siamo posti prima di intraprendere l’avventura. Descrizioni dell’itinerario non se ne trovano; questa è la prima relazione ad essere pubblicata. Prima di cimentarmi nell’avventura, ho ovviamente cercato di raccogliere tutte le informazioni del caso (pochissime). Un ringraziamento particolare al Maestro d’avventura dolomitica Paolo Beltrame e a Suo figlio che, disponibilissimi, hanno puntualmente riscontrato la mia richiesta di approfondimento sull’itinerario, confermando che la discesa di Forcella Campale ha carattere puramente alpinistico. Un ringraziamento speciale anche a Riccardo, che mi ha fornito i primi spunti di studio condividendo le foto del Cadin del Ghiacciaio e di Forcella Campale scattate dalla Crodaccia. Obiettivo della presente esplorazione non è, infine, esclusivamente appurare la fattibilità della calata da Forcella Campale al Cadin del Ghiacciaio ma anche verificare le condizioni dei due rock glacier collocati rispettivamente nel Cadin di Croda Rossa e nel Cadin del Ghiacciaio. Non si deve infatti dimenticare che l’Elenco dei Ghiacciai Italiani del 1925 rilevava l’esistenza del “Ghiacciaio di Croda Rossa”, cui emissario era il Rio di Stolla. Nel 1957, tale ghiacciaio risultava estinto.

RELAZIONE DELL’ITINERARIO

Lasciata l’auto nei pressi della casa abbandonata poco dopo il passo di Cimabanche, sulla sinistra, (1523m), si imbocca il sentiero CAI n. 18 e si risale la Val di Chenópe (Knappenfusstal) (dall’ampezzano chenòpo “minatore”, in tedesco knappe) sempre costeggiando il greto del torrente (fig. 1 e 2).

fig. 1 Seguendo il sentiero n. 18 che risale la Val di Chenópe
fig. 2 Edoardo sul sentiero n. 18, nel tratto che risale le pendici più settentrionali del Knollkopf

Dopo circa 45 minuti, si supera un piccolo ponte di legno e, nell’intersezione evidente con una mulattiera, si tiene la sinistra, raggiungendo in pochi minuti un’amena radura prativa, la cui vista si apre sul Cadin di Croda Rossa (fig. 3).

fig. 3 La radura prativa a valle del Cadin di Croda Rossa

Si procede quindi lungo l’evidente mulattiera sino ad uno steccato di legno che delimita l’area di pascolo. Entrati nella recinzione, è possibile alternativamente tenere la destra, seguendo il sentiero, oppure, senza via obbligata, risalire nel bosco rado, seguendo le umide zolle che indicano la presenza di una sorgente, sino a giungere ai ruderi di una casera (fig. 4).

fig. 4 Edoardo giunto nei pressi dei ruderi della casera

Superato il rudere, si continua in direzione NO sino a montare sul sentiero n. 3. Si guada là dove più rii confluiscono, non potendo non ammirare i giochi di stone balancing realizzati da qualche mano ferma e paziente (fig. 5 e 6).

fig. 5 La confluenza dei rii provenienti dalle valli superiori
fig. 6 L’arte dello stone balancing, sempre più frequente nei torrenti di montagna

Si tiene ancora il sentiero n. 3, per poche decine di metri, fino a giungere ai piedi di uno sperone roccioso; da qui, una debole traccia devia a sinistra, in direzione SO, fino a giungere ad una radura prativa particolarmente amata dalle vacche al pascolo. Si traversa la radura e ci si inerpica, senza via obbligata, su per una collinetta pressoché spoglia, in direzione SO (fig. 7). Impressionante il numero di residuati bellici, alcuni apparentemente piuttosto recenti, al punto da nutrire qualche perplessità sul fatto che risalgano alla prima guerra mondiale. Un bossolo reca la data del 1945… dovremo approfondire quale evento bellico ha coinvolto questo versante della Croda Rossa durante la seconda guerra mondiale…

fig. 7 La radura prativa vista dalla sommità della collinetta sulla quale si deve salire
fig. 8 Il resto di un razzo, oggi colonizzato da un ragnetto
fig. 9 Decine di resti di razzo costellano la via di salita. Il numero è tale che, in questo tratto, per la prima volta mi viene in mente il concetto di “inquinamento da residuati”.

Guadagnata la sommità della collinetta, si entra ora nel Cadin di Croda Rossa, tenendo la destra, ai piedi delle Cime Campale, su levigatissima roccia talvolta solcata dai tipici karren, parimenti molto comuni sul versante occidentale della Croda Rossa, in zona Fosses. È evidente il lavoro di erosione della roccia svolto dall’estinto ghiacciaio che, una volta, occupava il Cadin di Croda Rossa (fig. 10). Sorprende, inoltre, la qualità della roccia di Cima del Pin e delle Cime Campale, sul versante del Cadin di Croda Rossa; contrariamente alle aspettative, la roccia si presenta estremamente compatta e levigata, per nulla marcia; terreno ideale per gli amanti dell’arrampicata (fig. 11).

fig. 10 Entrando nel Cadin di Croda Rossa
fig. 12 Punta del Pin, 2682m, dal Cadin di Croda Rossa

IL ROCK GLACIER NEL CADIN DI CRODA ROSSA

Pochi metri ancora e giungiamo ai piedi della fronte del rock glacier del Cadin di Croda Rossa (fig. 13). Il Catasto dei Rock Glaciers delle Alpi Italiane del 1997 stabilisce che il Cadin di Croda Rossa ospita un rock glacier la cui fronte si attesta intorno ai 2285m e la parte sommitale intorno ai 2385m, occupando una superficie di circa 130mila mq. Tale rock glacier presenta solchi e creste trasversali, una fronte marcata ed un lobo ben sviluppato. Tuttavia questo rock glacier presentava nel 1997 una “uncertain activity“. Una decina d’anni più tardi, i ricercatori, a seguito di rilevamenti svolti tra il 2005 e il 2007, rilevavano che “Il rock glacier di Cadin di Croda Rossa non mostra affioramenti di ghiaccio e presenta strutture interne differenti indicando che probabilmente si tratta di un rock glacier con ghiaccio interstiziale (ice-cemented rock glacier).” (K. Krainer, K. Lang, H. Hausmann, Active rock glaciers at Croda Rossa/Hohe Gaisl, Eastern Dolomites (Alto Adige/South Tyrol, Northern Italy), in Geogr. Fis. Dinam. Quat., 33 (2010), 25-36).

fig. 13 La fronte del rock glacier del Cadin di Croda Rossa

Confermando le osservazioni svolte dai ricercatori, ad oggi possiamo confermare che la fronte del rock glacier è di per certo ben marcata (fig. 13), con una pendenza di 35-40° ed un’altezza di 50m, e si attesta a circa metà della strettoia tra la Punta del Pin e le Cime Campale nel Cadin di Croda Rossa. Non è stata pervenuta alcuna acqua di fusione nell’area ai piedi della fronte né alcun ghiaccio esposto una volta rimontata la fronte ed esplorata la superficie del rock glacier. Si conferma, invece, che il rock glacier è traversato longitudinalmente da evidenti solchi e le rocce sui cui progrediamo sono particolarmente mobili (fig. 14). Nei pressi della sezione sommitale del rock glacier, infine, è presente un’area innevata che, tuttavia, non sembra appartenere al ghiacciaio quanto, piuttosto, pare essere il lobo di un canale valanghivo proveniente dalla Croda Rossa, le cui nevi evidentemente sono perenni (fig. 15).

fig. 14 Il materiale instabile sulla superficie del rock glacier del Cadin di Croda Rossa
fig. 15 Il nevaio alimentato dalle valanghe provenienti da un ripido canale sulla parete orientale della Croda Rossa. Sullo sfondo, da destra a sinistra, le creste della Croda Rossa degradano fino alla ben visibile Forcella del Pin, per poi riprendere quota sino a Punta del Pin.

LA TRAVERSATA DI FORCELLA CAMPALE

Sebbene la salita a Forcella Campale appaia dal rock glacier piuttosto ripida (fig. 16), si rivela in realtà meno faticosa di quanto previsto. E pensare che Ugo di Vallepiana, nel 1925, scriveva che Forcella Campale si risaliva faticosamente “attraverso pendii di detriti della peggior specie“!!! (Ugo di Vallepiana, Dolomiti di Cortina d’Ampezzo, dal Cristallo per le Tofane alla Croda da Lago, Guide del Club Alpino Italiano, sezione unversitaria, 1925). Noi scegliamo di attaccare il ghiaione che scende dalla forcella sulla destra, cercando di poggiare i piedi sulle rocce più grandi e stabili (fig. 17).

fig. 16 Forcella Campale dal rock glacier del Cadin di Croda Rossa
fig. 17 L’inizio della salita alla forcella Campale

L’obiettivo è abbandonare quanto prima le mobili ghiaie e giungere ad una successione di speroni rocciosi che, nei pressi della sezione centrale della salita, ci forniranno più solido appiglio. Guadagnata la roccia, saliamo piacevolmente facendo scrambling (fig. 18, 19 e 20).

fig. 18 Guadagnate finalmente le solide rocce che ci garantiscono un più agevole incedere
fig. 19 Edoardo procede con lo scrambling
fig. 20 Ormai pochi metri e siamo in forcella Campale

Giunti in forcella Campale, emblematica è l’espressione di Edoardo 😉

fig. 21 “Edoardo, com’è la discesa???”

Sotto di noi, si sviluppa un canale bello marcio intorno a poco più di 50° di inclinazione (fig. 22). Ma, sorpresa delle sorprese, ci rendiamo subito conto che il nostro intento di aprire una nuova via non potrà essere coronato: troviamo infatti uno splendido e lucido spit sulla roccia a sinistra della forcella!!! Facciamo quindi una foto di rito in forcella ed iniziamo ad imbragarci (fig. 23). Sul versante opposto a noi, la Forcella Nord scende ripidissima e scariche di sassi che rotolano come proiettili nel Cadin del Ghiacciaio echeggiano minacciosi sulle pareti (fig. 24).

fig. 22 La calata inizia dentro un canalino di roccia marcia con pendenze intorno ai 70° che permette di raggiungere un ampio balcone ghiaioso.
fig. 23 La foto di rito in forcella!
fig. 24 La forcella Nord, la più alta forcella delle Dolomiti coi suoi 3000m, mette in comunicazione il Cadin del Ghiacciaio con la Val Montejela (Montesela).

Ci appropinquiamo quindi allo spit, aggirando con forte esposizione un enorme masso pericolante. Lo spit si trova a circa 2 metri di altezza, subito dopo il masso (fig. 25).

fig. 25 Edoardo aggira l’instabile masso per allestire la manovra di calata

“Longiato” sullo spit, lascio ad Edoardo l’onore di aprire la calata! Il fondo del canale si presenta quasi terroso, totalmente friabile. Edoardo si cala per circa una ventina di metri fino a che, sul bordo di destra del canale, individua un secondo spit (fig. 26 e 27). Tocca ora al sottoscritto: infilo il secchiello, mi faccio un machard ed inizio la calata che concludo in un paio di minuti.

fig. 26 Edoardo inizia la calata su fondo quasi terroso
fig. 27 Gli ultimi metri del primo tiro di calata

Ogni recupero di corda deve essere effettuato con la massima cautela poiché smuoviamo terreno che ci rotola addosso (fig. 28).

fig. 28 Recuperando la corda e, con essa, un po’ di sassolini 🙂

Con ulteriori due “calate appoggiate”, di circa 20 e 35 metri, approdiamo ora su un grande cengione ghiaioso, che segna il termine del canale, i cui bordi degradano nel vuoto (fig. 29 e 30). Al centro di questa grande cengia, sulla parete, troviamo un chiodo cui ci leghiamo per scendere fino al bordo della cengia (fig. 31); si tratta ora di scendere di circa un metro sulla parete, in totale esposizione ma su comodo gradino e beneficiando di un appiglio su stretta fessura trasversale, fino a trovare un piccolo pulpito dove ci attende una sosta già allestita con spit + chiodo (fig. 32).

fig. 29 La terza calata
fig. 30 Edoardo si avvicina alla larga cengia che segna il termine del canale
fig. 31 Nei pressi del cerchio rosso si trova il chiodo per assicurarsi e scendere fino alla sosta successiva
fig. 32 Con un po’ di entusiasmo e coraggio ci si deve affacciare sul bordo della cengia e scendere di circa un metro, con esposizione molto elevata, fino a trovare un piccolo balconcino con la sosta già allestita

Giunto alla sosta, attacco il moschettone della longe allo spit e tiro un sospiro di sollievo! Ora Edoardo ha recuperato la corda mi raggiunge sul piccolo pulpito (fig. 33).

fig. 33 Edoardo si appresta a raggiungere il pulpito aereo dove abbiamo trovato la sosta

Ci prepariamo per le manovre di calata e lanciamo la corda nel vuoto. Questa volta, però, non vediamo dove la corda atterra! La roccia sotto di noi, infatti, precipita con un probabile tetto (a breve scopriremo che l’ipotesi era ben fondata!) (fig. 34). Non c’è altro da fare che andare in perlustrazione. Edoardo aumenta le spire del machard e si cala fino a scomparire nel vuoto. E qui inizia un’interminabile e stremante attesa. Sono immobile su un pulpito che non mi concede grande libertà di movimento. Siamo all’ombra (ad occhio non batte mai il sole in questo tratto di parete) e tira un bel venticello che dalla valle si incanala nella Forcella Campale. Maniche corte e smanicatino non si rivelano la scelta più azzeccata in questo tratto di calata; tuttavia, sono così esposto che non mi fido di togliere lo zaino e cercare il goretex (che sicuramente sarà sotto di tutto)… quindi inizio a soffiare aria calda sulle mani, badando di non smuovere qualche sassolino su quel mezzo metro di balconcino. Finalmente, arriva il via libera di Edoardo che, nel frattempo, è riuscito ad atterrare e trovare un punto sicuro una decina di metri sotto il tetto. Controllo ripetutamente che le ghiere dei moschettoni siano ben serrate intorno al secchiello e al machard e… via, calata nel vuoto, per circa venticinque metri.

fig. 34 La corda scompare nel vuoto…

Ed eccoci al termine della calata strapiombante, superata una grotta dalle cui fessure scendono gocce che si trasformano in un rigolo d’acqua (fig. 35). L’atterraggio avviene su un comodo e sicuro balconcino, che mi permette di togliere lo zaino e mettermi una maglia tecnica per recuperare un po’ di calore! Ci attendono però ora due sorprese: la prima, non troviamo altri spit e, sotto di noi, v’è un bel secondo ripido salto. Inoltre, in fase di recupero della corda con il sagolino, qualcosa non funziona e le corde restano bloccate! Quest’ultima è davvero una bella rogna ed Edoardo è costretto a risalire la parete strapiombante su roccia marcia con passaggi di V grado, liberare le corde e ridiscendere (fig. 36).

fig. 35. Giunto al termine della calata strapiombante, indossando finalmente qualcosa di caldo!
fig. 36 Edoardo scende per la seconda volta dopo aver liberato la corda a monte. Si nota distintamente la grotta dalle cui fessure promana acqua

Liberate le corde, dobbiamo ora pensare a come calarci poiché, nonostante le esplorazioni della parete nei dintorni, non troviamo davvero alcun chiodo infisso (fig. 37) Tale circostanza fa riflettere: evidentemente, la via è stata chiodata con gli spit da qualche sciatore nel periodo invernale. Terminata la parete strapiombante, infatti, è verosimile pensare che lo sci-alpinista abbia affrontato il pendio rimanente, fino al Cadin del Ghiacciaio, sciando. L’accumulo di neve, infatti, tenderà sicuramente a smorzare quei primi metri al 90/100% di pendenza che ci attendono; poi, dopo una decina di metri di dislivello, la parete inizia a gradonarsi, diminuendo così drasticamente l’inclinazione e rendendo ben appetibile la discesa. Noi, però, non abbiamo la neve, e quella decina di metri totalmente aerei ci obbligano a trovare una soluzione sicura per essere superati. È quindi il momento di tirare fuori i chiodi ed allestire una sosta (fig. 38).

fig. 37 Edoardo alla ricerca (infruttuosa) di qualche spit o chiodo
fig. 38 Edoardo conficca due chiodi per allestire la penultima sosta

Nel mentre Edoardo martella, la Crodaccia Alta ci osserva, con le sue tipiche “tasche paleocarsiche” che quasi le conferiscono grottesche sembianze umane (fig. 39). Nel sottofondo, scariche di sassi dalla Forcella Nord si alternano a sinistri crolli nei pressi del lago del Cadin del Ghiacciaio (fig. 40).

fig. 39 La singolare parete meridionale della Crodaccia Alta
fig. 40 Il Cadin del Ghiacciaio, con il tipico lago in prossimità della fronte

Una volta allestita la sosta, Edoardo si cala per l’ultima ripida parete. Io controllo attentamente i chiodi, verificando che non si muovano di un millimetro (fig. 41).

fig. 41 La sosta allestita prima dell’ultima calata

Tocca quindi a me scendere e supero abbastanza agevolmente gli ultimi venti metri di parete verticale approdando su un comodo gradone di ghiaia (fig. 42).

fig. 42 L’ultimo tratto di parete verticale prima di giungere sui più comodi gradoni

Ora il gioco è fatto e tiriamo un sospiro di sollievo!!! (fig. 43 e 44). Per affrontare gli ultimi trenta metri di gradoni friabili, scendo io per primo ed Edoardo mi fa sicura piantando un ultimo chiodo, giusto perché ogni appiglio che tocco mi resta in mano 😉

fig. 43 Espressione soddisfatta nr. 1!
fig. 44 Espressione soddisfatta nr. 2!!!

Giungo quindi a fine corda e mi slego, procedendo sugli ultimi gradoni friabili prima di saltare sulle ghiaie del Cadin del Ghiacciaio e portarmi fuori tiro dalle eventuali scariche che Edoardo dovesse smuovere discendendo.

fig. 45 Edoardo si appresta a scendere l’ultimo tiro. In rosso, i tiri di calata una volta usciti dal canale detritico

IL ROCK GLACIER NEL CADIN DEL GHIACCIAIO

Appena messo piede sul Cadin del Ghiacciaio, mi rendo conto che la parte apicale è effettivamente un enorme nevaio su cui le sovrastanti cime scaricano continuamente materiale (fig. 46). La parete della Cima Campale a ridosso della via di calata, in particolare, appare marcissima e devastata dai crolli (fig. 47). Sul versante opposto, la Forcella Nord scarica costantemente materiale. Ci allontaniamo quindi velocemente da questa area tormentata dalle frane e, con divertente sciata sul nevaio inclinato, ci dirigiamo verso il centro del Cadin del Ghiacciaio (fig. 48).

fig. 46 Il nevaio coperto dalle scariche delle cime sovrastanti
fig. 47 Sulla sinistra rispetto alla via di calata (guardando dal Cadin), la parete di Cima Campale è soggetta a continui crolli. Non proprio quello che si definerebbe “the best place to be”, sicché leviamo i tacchi e ci portiamo velocemente al centro del Cadin del Ghiacciaio
fig. 48 Sciando sulla parte apicale del Cadin del Ghiacciaio

Il sopra citato studio di Krainer, datato 2010, conferma le nostre osservazioni, concludendo che “le strutture interne (piani di scorrimento) e particolarmente gli affioramenti di ghiaccio nella parte superiore del rock glacier di Cadin del Ghiacciaio indicano chiaramente che questo rock glacier si è sviluppato da un ghiacciaio di circo coperto da detrito che si trova in condizioni di permafrost ancora oggi. Presumiamo che questo rock glacier si sia sviluppato da un piccolo ghiacciaio di circo alimentato da valanghe in una fase di ritiro a causa del mancato trasferimento alle acque di fusione dei sedimenti trasportati dal ghiacciaio.” (K. Krainer et alia, Id.). Ciò che sorprende, peraltro, è che questo rock glacier presenta caratteristiche morfologiche differenti rispetto al rock glacier ospitato nel Cadin di Croda Rossa. Innanzitutto, si trovano di tanto in tanto delle piccole depressioni, quasi delle doline; come se il ghiaccio sottostante le rocce fosse ceduto e/o si fosse formato un imbuto naturale/inghiottitoio (fig. 48 e 49).

fig. 48 Depressioni che lasciano presagire la presenza di un inghiottitoio nel sottostante ghiacciaio
fig. 49 Ancora improvvise depressioni sulla superficie del rock glacier
fig. 50 Ghiaccio esposto poco sotto la superficie del rock glacier, in prossimità della suddivisione in due lobi

Sorprendono, inoltre, le dimensioni di questo rock glacier. Krainer stabiliva che “the rock glacier is 850 m long, 300-550 m wide and covers an area of 0.3 km2. The rock glacier extends from an altitude of 2340 m at the front to about 2500 m. The average gradient of the surface is 5°”. Nella parte centrale del rock glacier, poco più a monte del laghetto, si percepisce una divisione in due lobi. Là dove il rock glacier si divide, emerge chiaramente il ghiaccio esposto (fig. 50).

Incredibile pensare che, in alcune zone del rock glacier, il sedimento che ricopre il ghiacciaio è davvero poco spesso; secondo Krainer, “in the upper part massive ice is exposed during the summer months at several places below a less than 1 m thick debris layer. Locally the debris layer is only about 10 cm thick“. Ciò è confermato dalla visita all’incantevole e tipico laghetto termocarsico. Il lago presenta inclinate pareti di ghiaccio esposto e compatto, alte fino a venti metri sul versante idrografico sinistro della valle, che “letteralmente” si sciolgono al sole riversando acqua dentro il bacino. Man mano che il ghiaccio si scioglie, precipitano dentro il laghetto le rocce che costituiscono lo strato superficiale del rock glacier, quasi vi fosse un preciso equilibro tale per cui la profondità del laghetto non può incrementarsi, perché la quantità di acqua di fusione riversatavi è in rapporto perfetto con la quantità di rocce che vi crollano dentro (fig. 51, 52, 53).

fig. 51 Il laghetto termocarsico nel rock glacier del Cadin del Ghiacciaio
fig. 51 Le pareti di compatto ghiaccio, fino a venti metri d’altezza, sono ricoperte da un relativamente sottile strato di sedimento roccioso
fig. 53 Man mano che il ghiaccio esposto si scioglie, viene meno il supporto delle rocce superficiali che rotolano dentro il laghetto termocarsico

Dopo aver contemplato con meraviglia il laghetto, ci dirigiamo verso la fronte del rock glacier. Questa è alta almeno 30 metri e ben ripida (35°/40°), al punto che dobbiamo procedere lungo il perimetro della fronte, sul lobo di destra (sud-orientale), fino a raggiungere un’area di altezza più contenuta per poter scendere, non a fatica (fig. 54).

fig. 54 L’imponente fronte del rock glacier del Cadin del Ghiacciaio

Abbandonata definitivamente l’area del ghiacciaio, ci teniamo ora sulla destra, a ridosso dello sperone orientale delle Cime Campale (fig. 55), scendendo comodamente lo scosceso pendio tra radi mughi, fino ad incrociare nuovamente la radura popolata da vacche al pascolo. Di lì, per la via dell’andata, è d’obbligo una sosta ristoratrice a Malga Stolla. Nel giro di un’oretta, sempre per la stessa via dell’andata, si rientra al parcheggio presso Cimabanche.

fig. 55 L’inedita vista che si apre ai piedi dello sperone meridionale delle Cime Campale, verso le Tre Cime di Lavaredo
fig. 56 La discesa, senza via obbligata, fino alla radura adibita a pascolo